La sessualità degli italiani: il 13% ha desideri omoerotici

Sapevate che gli etero hanno rapporti anali 14 volte in più rispetto ai gay? E che il 13% delle persone prova attrazione per persone dello stesso sesso? Un libro svela la sessualità degli italiani.

E’ da poco uscito nelle librerie, e fa già molto parlare di sé, il libro "La Sessualità degli Italiani" edito da "il Mulino" e scritto dai professori Marzio Barbagli, docente di Sociologia all’Università di Bologna e autore di "Omosessuali moderni", Gianpiero Dalla Zuanna, che insegna Demografia all’Università di Padova, e Franco Garelli docente di Sociologia della religione all’Università di Torino. Senza falsi pudori, il libro, frutto di uno studio durato anni e che ha coinvolto numerose persone, si propone di indagare a 360 gradi i cambiamenti nei costumi e nelle abitudini sessuali degli italiani, siano essi eterosessuali o omosessuali. Ed essendo il primo testo italiano ad affrontare in maniera così ampia l’evoluzione della cultura sessuale nel nostro paese, il confronto avviene soprattutto con studi simili svolti in altri paesi occidentali.

Abbiamo intervistato il Professor Barbagli per approfondire, soprattutto, gli aspetti legati all’omosessualità e per rispondere ad alcune domande cruciali.

Cominciamo dando i numeri, professore. Il vostro libro è considerato "il rapporto Kinsey italiano". Quanto tempo c’è voluto per realizzarlo e quante sono le persone intervistate.

In realtà, sia io che gli altri autori ci eravamo già occupati di aspetti diversi della sessualità. Per quanto mi riguarda, avevo scritto, con Asher Colombo, "Omosessuali Moderni" dedicato, appunto all’universo omosessuale, mentre gli altri due hanno studiato la sessualità dei giovani. Per questo studio, in particolare, abbiamo iniziato la progettazione e la raccolta dei dati già 4-5 anni fa.

Gli intervistati sono in totale 7300, di età compresa tra i 18 e i 70 anni, con interviste faccia a faccia, anche se la parte del questionario con le domande più delicate è stata auto compilata dall’intervistato e restituita immediatamente all’intervistatore in busta chiusa, perché si trattava di argomenti particolarmente delicati che sarebbe stato più difficile affrontare davanti ad uno sconosciuto. Poi ci sono state circa 120 interviste lunghe, definite ‘in profondità’, fatte a persone che hanno raccontato fatti e storie precise riguardo alla loro sessualità. E’ uno studio molto corposo che è stato finanziato dalla Regione Emilia Romagna, dall’Istat, ma soprattutto dal Cofin del Ministero dell’Istruzione e dell’Università e che ha impiegato circa 380 intervistatori professionisti di Eurisko, seguiti da noi autori e da una nutrita equipe di sociologi e demografi. Ed è la prima volta che uno studio del genere riceve finanziamenti pubblici, non solo in Italia.

Quale tra i tanti dati rilevati è stato per lei il più inaspettato e imprevedibile?

I risultati che io ho giudicato più imprevedibili riguardano sicuramente le differenze tra l’Italia e gli altri paesi in cui sono stati condotti studi simili come gli Usa, la Gran Bretagna e la Francia per esempio nel diffondersi di alcune pratiche quali i rapporti anali e i rapporti orali e anche le differenze nella diffusione tra la popolazione eterosessuale e omosessuale. Una cosa curiosa, ad esempio, riguarda la frequenza dei rapporti anali nella popolazione omosessuale maschile. Contrariamente a quanto generalmente si pensa, i rapporti anali, cui spesso si fa riferimento con espressioni volgari e denigratorie riguardo proprio ai gay, non sono così comuni tra gli omosessuali maschili come invece lo sono tra gli eterosessuali. Non ci sono praticamente differenze nella percentuale di omosessuali che hanno avuto rapporti anali e nella percentuale degli etero. E siccome la popolazione eterosessuale è straordinariamente più numerosa di quella omosessuale, abbiamo calcolato che gli eterosessuali hanno rapporti anali 14 volte in più rispetto agli omosessuali maschili.

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Andiamo alla questione che riguarda i nostri lettori più da vicino. La domanda a cui spesso si risponde con numeri nati da studi non italiani è: quanti sono i gay e le lesbiche? Il vostro studio che risposta dà a questa domanda?

Contrariamente a ciò che è stato fatto finora, abbiamo studiato tre diverse dimensioni: coloro che provano o hanno provato attrazione per persone dello stesso sesso, coloro che hanno avuto rappoti omoerotici e coloro che poi dichiarano a se stessi di non essere eterosessuali, ovvero che acquisiscono un’identità bisessuale o omosessuale. E’ una distinzione mai fatta prima, ma è importante tenere distinti questi tre aspetti. Coloro che provano attrazione per persone dello stesso sesso sono incomparabilmente di più di chi, alla fine, si dichiara omosessuale o bisessuale. Questo è dovuto al fatto che passare dall’attrazione e dall’avere rapporti omoerotici all’acquisire un’identità non eterosessuale è un processo complesso e difficile sul quale intervegono anche aspetti sociali. In più il numero di chi arriva ad acquisire una identità bisessuale o omosessuale è decisamente maggiore tra coloro che appartengono alle ultime generazioni rispetto a chi appartiene a generazioni precedenti, per ragioni culturali facilmente immaginabili. La risposta alla domanda, quindi, è diversa a seconda che ci si riferisca a coloro che si dichiarano, acquisendo un’identità omosessuale, o che invece si includano anche coloro che provano attrazione per persone dello stesso sesso e/o hanno comportamenti omoerotici. Nel primo caso la percentuale non supera il 3 per cento, mentre nel secondo caso si parla del 13 per cento. Queste tre diverse dimensioni possono essere tappe di un percorso, se così si può chiamare, oppure no. A volte questo iter non si completa, ma non possiamo dire che se la società avesse in generale un atteggiamento molto più positivo nei confronti di chi sente attrazione per persone dello stesso sesso, allora sicuramente tutti coloro che hanno provato sentimenti omoerotici arriverebbero ad acquisire un’identità omosessuale e a dichiararsi.

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Chi non fa mai coming out vive  una doppia sessualità, una eterosessuale pubblica e una omosessuale nascosta, oppure reprime soltanto quella omosessuale?

Non necessariamente. Uno dei racconti, esemplificativo, raccolti dal nostro studio e che si possono leggere nel libro è quello di un uomo che ricorda di avere avuto più rapporti omoerotici nella sua vita, compresa la volta in cui, trovandosi dal barbiere ebbe un’erezione e, alla richiesta del barbiere di andare fino in fondo, rispose di sì arrivando a raggiungere l’orgasmo. Ciò nonostante, anche se nel corso della sua vita si è interrogato sulla sua identità sessuale, chiedendosi se fosse omosessuale o no, non si considera tale e non perché non ha fatto coming out. Non stiamo parlando della difficoltà di ammettere di essere omosessuali.

Tutti siamo portati a pensare che la gente possa essere omsoessuale o eterosessuale. Anche gli omosessuali spesso sono molto severi con chi si dichiara bisessuale, anche se le associazioni li accolgono tra i loro iscritti. Ci sono studi, però, che dimostrano come ci siano persone tendenzialmente bisessuali e che quindi esiste una fluidità sessuale che non definisce un limite netto tra eterosessuali e omosessuali. Succede anche in età adulta e più spesso alle donne che non agli uomini di ritrovarsi ad avere attrazione per un’altra donna anche dopo un’intera vita vissuta, serenamente, da eterosessuali.

Al Nord si fa più coming out che al Sud, ma questo non significa, stando al vostro studio, che ci siano più rapporti omosessuali o persone omosessuali in genere da Roma in su che non da Roma in giù. Dobbiamo dedurne che l’ambiente in cui si cresce e si vive influisce sul processo di acquisizione dell’identità sessuale?

In realtà questo fenomento è dovuto ai significati attribuiti ai comportamenti. Mi riferisco soprattutto all’omosessualità maschile. A lungo gli uomini hanno avuto rapporti omosessuali senza che questo significasse dichiararsi o riconoscersi, appunto, omosessuali. Questo modo diverso di intedere i rapporti con una persona dello stesso sesso è, oggi, più diffuso al Sud che al ord perché al sud le trasformazioni sono più lente. Ma se uno studio simile al nostro fosse stato fatto 50 anni fa, lo stesso fenomeno sarebbe stato osservato anche al nord. E’ quello che accadeva con "i ragazzi di strada" di Pasolini che non si consideravano omosessuali. Questo vecchio rapporto tra comportamenti e identità adesso è sempre più in crisi, maggiormente al nord che non al sud. L’idea di potere avere rapporti omoerotici senza essere omosessuali perde rilievo.

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Sono più stabili i rapporti di coppia gay o etero?

Non abbiamo approfondito questo aspetto, ma da quello che si riesce a capire dalle informazioni che abbiamo, credo che siano più stabili i rapporti eterosessuali perché le condizioni sociali rendono molto più difficili i rapporti omosessuali.  Chi ha un rapporto omosessuale incontra difficoltà maggiori nella società. Con certezza, però, possiamo affermare che le differenze tra i due tipi di coppie sono diminuite. C’è una tendenza non nota alla convergenza tra la popolazione eterosessuale e quella omosessuale. Tra gli omosessuali si sta affermando, ad esempio, la tendenza a considerare la fedeltà al partner come un valore, cosa spesso difficile da mantenere. Tra gli etero, di contro, si stanno affermando alcuni stili praticati per primi dagli omosessuali come, per esempio, la scarsa divisione dei compiti all’interno della coppia, nella vita domoestica. E’ una tendenza che sarebbe stata imprevedibile anni fa.

Non c’è dubbio che se ci fossero delle norme che attribuissero gli stessi diritti agli omosessuali, come la possibilità di sposarsi o adottare figli, unite alla trasformazione generale dell’atteggiamento della società, sicuramente favorirebbero la stabilità nelle coppie omosessuali.

Come mai non avete affrontato la questione della transessualità?

Il numero dei casi è ancora molto limitato e dovrebbero essere studiati come gruppo specifico. Ma in Italia non si studia la sessualità. Dico davvero: io e miei colleghi ce lo siamo potuti permettere perché abbiamo già studiato moltissime altre cose nella nostra carriera, ma nessuno consiglerebbe mai a un giovane ricercatore di studiare la sessualità perché significherebbe stroncarsi la carriera sul nascere. E non sto dicendo che la sessualità viene vista come una cosa peccaminosa, ma semplicemente buffa. Non è un argomento nobile: sulla sessualità si ride, si fanno battute. Anche i miei colleghi, nonostante riconoscano l’importanza di questo aspetto della vita di una società, non studierebbero mai la sessualità. Del resto, per molto tempo, nel nostro Paese più che in altri, il sesso è stato considerato un tabù. Per questo, il fatto di avere avuto anche finanziamenti pubblici per realizzare il nostro studio gli conferisce un valore in più.

di Caterina Coppola