LA SOCIETA’ PEDOFILA

Cosa fanno i gay? Risponde Paola Dall’Orto dell’Agedo.

Lo scenario che si va tracciando nel corso dell’inchiesta sul gruppo di sfruttatori della prostituzione maschile, minorile e, a volte, persino di pre-adolescenti, è inquietante. Molti ragazzi sono stati avviati a una attività sessuale vissuta come un modo per recuperare dei soldi, senza che essi stessi se ne accorgessero. Privi dei mezzi culturali per difendersi e dei mezzi economici per poter rifiutare una facile via di guadagno, alcuni 12enni o 13enni omosessuali accettavano le attenzioni di facoltosi professionisti.

Per cercare di capire meglio le origini del fenomeno, abbiamo pensato di parlarne con qualcuno che conosce i meccanismi con cui funzionano le famiglie in cui crescono ragazzi gay, Paola Dall’Orto, presidente di quella più che meritoria Associazione di Genitori Di Omosessuali (AGEDO), che cerca di lavorare proprio per superare le discriminazioni e le sofferenze all’interno dei nuclei familiari.

Paola, cosa pensi di tutta la vicenda? Cosa si può fare?

Non è che io sia preparata da quasto punto di vista qui: la risposta di Veronesi è "Usiamo la chimica". Io non so se questo sia giusto o sbagliato. Certamente io, davanti alla difesa di un bambino tento tutto; sono anche un po’ dura. Guai a chi mi tocca un bambino. Non voglio giudicare la prostituzione, se l’altro è consenziente. Ma non mi va bene la costrizione alla sessualità, a fare sesso. Quando mi si tocca un bambino che non ha la possibilità di difendersi, o di dire "no, non sono d’accordo" perché è ancora così debole da poter essere plagiato o convinto magari con mezzucci, allora questo non mi va bene e parto con la condanna immediata. Soprattutto quando il pedofilo è una persona che può ragionare, che può dirigere la propria istintualità.

Si dice che questa istintualità è così forte da non poter essere frenata: non credo che sia vero, perché io ho conosciuto persone che si definivano pedofile, senza però praticare la pedofilia. Cioè è una preferenza che però si può riuscire a non realizzare.

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Non ti è mai capitato nella tua attività con l’Agedo di avvicinarti a casi di pedofilia?

No. Come Agedo ho avuto delle comunicazioni, non dolorose, di gente che da adulta si è resa conto di essere stata circuita dai pedofili, a cominciare dai preti o seminaristi. Questo è tanto più grave quando avviene con bambini: un sedicenne, se è consenziente, è già un’altra cosa. Ma quando si ha a che fare con bambini piccoli, tu li rovini…

Anche un sedicenne, che secondo la legge può avere rapporti sessuali consenzienti, spesso, però, si trova in una condizione culturale tale da poter facilmente essere soggiogato…

Allora non è più pedofilia, però. In questo caso si parla di sfruttamento dei minori, e non metterei insieme le due cose.

No, non sono da mettere insieme senz’altro, ma nell’ambiente su cui si sta indagando, relativo al gruppo dei pedofili, molti ragazzi erano maggiori di quattordici anni, ma provenienti da ambienti così poveri anche culturalmente da essere impossibilitati a difendersi.

Non è sempre vero che sono ragazzi che hanno problemi finanziari; è anche una voglia di evadere per avere di più di quello che è necessario. Quindi coinvolge una gamma di adolescenti, a livello sociale vastissima. E’ vero che la maggior parte di queste persone fa parte di un basso livello sociale, dove nemmeno la famiglia, nemmeno i genitori hanno problemi a che il figlio faccia questo. Non c’è l’educazione al rispetto di sé: io credo che tutto parta dall’educazione al rispetto di sé, del proprio corpo.

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Cosa si può fare per creare questa educazione?

Tu sai da dove parte sempre: parte dalla scuola e dalla famiglia. Siccome la famiglia è imprendibile, devi partire dalla scuola, e dalla scuola poi arriverà alla famiglia. Secondo me c’è anche il problema del luogo di aggregazione dei giovani. Fino a qualche tempo fa era tenuto dagli oratori: prima questi svolgevano una funzione sociale, che ora non esiste più. Ora i ragazzi sono sbandati, non hanno dove andare.

Manca qualcosa di realmente positivo, nell’arco della giornata dei ragazzi. Non si crea un momento in cui il gruppo si aggreghi e porti avanti i suoi valori, perché anche il gruppo può avere dei valori positivi. Allora rinasce anche il controllo sociale, perché in genere non si fa quello che il gruppo non accetta. Nasce la possibilità di tenere a bada il gruppo; so che sto dicendo un’eresia, perché tutti vogliono difendere la libertà. Ma quella non è vera libertà, la cosa importante è aiutare il gruppo a crescere.

Credi che il movimento omosessuale stia facendo abbastanza a questo riguardo?

Io credo che la comunità omosessuale in questo momento non stia facendo molto. Ma vedo anche che quando nella società si cerca di creare questa cultura del gruppo, tutti scappano. E’ chiaro che il gruppo omosessuale si differenzia dagli altri gruppi, anche perché è difficile trovare persone disponibili a entrare nel gruppo, perché entrarvi è un atto di ammissione della propria omosessualità. Allora succede che quando riesci ad entrare nel gruppo, si è già avanti con l’età. E’ difficile quindi creare un gruppo con persone molto giovani, anche perché scatta il meccanismo dei genitori, che crede sia tu che fai diventare il figlio omosessuale. Quindi anche le associazioni omosessuali, non è che non facciano nulla, è che è difficile fare anche quello che si fa. La comunità omosessuale sta facendo dei lavori con i giovani, ma è difficile trovare i giovani. E’ come l’Agedo che fa un grosso lavoro con i genitori, ma è difficile trovare i genitori, che non vogliono mischiarsi con questa cosa che è vista come disdicevole.