La condizione dei lavoratori LGBT italiani secondo il rapporto OCSE

I lavoratori LGBT hanno il 30% di probabilità in meno di essere chiamati per un colloquio, presentando lo stesso curriculum vitae dei lavoratori etero.

Il rapporto OCSE del 2019 non si è concentrato solo sull’accettazione dell’omosessualità in Italia (e negli altri Paesi), ma anche sulle condizioni dei lavoratori LGBT del Belpaese. Difatti, è importante il dato che si è rilevato nei confronti delle persone LGBT nel mondo del lavoro. Mentre l’Italia ottiene il punteggio 3 nella scala di accettazione (2 punti sotto la media OCSE), solo il 37% dei cittadini accetterebbe una persona trans in una posizione politica molto elevata, come collega sul posto di lavoro o come parente (genero o nuora).

Partendo da questi “confortanti” dati, l’OCSE conferma che i lavoratori LGBT sono svantaggiati in termini di status occupazionale e reddito da lavoro. La scarsa accettazione dell’omosessualità porta inevitabilmente a fenomeni di discriminazione, e di conseguenza meno opportunità lavorative. Più o meno, si parla di una differenza del 30%. Una persona, etero, che si presenta che un curriculum vitae, avrà più probabilità di essere chiamato rispetto a un candidato omosessuale con lo stesso curriculum. E si parla solo del primo colloquio.

Gli altri sondaggi sui lavoratori LGBT

Non ci sono molte informazioni a riguardo, poiché i sondaggi non conteggiavano l’orientamento sessuale delle persone. Preoccupandosi però della comunità LGBT, si nota come le discriminazioni possono influire. Ad esempio, un’indagine del 2010 del Center for Work-Life Policy aveva rilevato il 25% dei lavoratori LGBT intervistati non si sentiva a proprio agio a fare coming out in ufficio. Poco meno della metà, il 48%, si sentiva soddisfatto della sua posizione lavorativa. E questi problemi influivano anche sul rendimento: un lavoratore LGBT dichiarato e accettato produceva di più rispetto a un collega non dichiarato.

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Un altro sondaggio del 2018 condotta dalla Vodafone invece indicava che il 58% dei lavoratori LGBT non intende fare coming out a lavoro, proprio a causa della discriminazione. Ed è il 60% ad avere paura di una reazione negativa da parte del proprio superiore o dai colleghi.

Cosa propone l’OCSE all’Italia?

Cosa potrebbe fare l’Italia per eliminare questa discriminazione, che porta i lavoratori LGBT ad avere meno probabilità di essere chiamati addirittura per un colloquio? La risposta è molto semplice, ma difficile da realizzare in questo particolare periodo. Infatti, l’OCSE vede in una legge contro le forme di discriminazione omofoba una valida possibilità per superare questo scoglio, un punto di partenza essenziale.

Altra proposta molto interessante riguarda l’avvio di una raccolta di informazioni continuativa riguardo orientamento sessuale, disagi sul posto di lavoro e identità di genere. Questo, porterebbe poi a una:

azione volta a rendere visibili nelle statistiche nazionali le persone LGBT e i disagi che subiscono.

sottolineando che sarebbe “un prerequisito per la loro inclusione“.

Infine, qualche dato sul matrimonio egualitario che potrebbe contribuire a una maggiore accettazione:

Sebbene l’Italia si annoveri tra i 32 Paesi OCSE che vietano la discriminazione sul lavoro basata sull’orientamento sessuale, il matrimonio tra persone dello stesso sesso (escluse le unioni civili) non è ancora riconosciuto dalla legge.

Negli Stati Uniti, ad esempio, le politiche adottate a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso hanno contribuito a una diminuzione dei tentativi di suicidio di quasi il 15% tra gli adolescenti chi si auto-identificano come persone gay, lesbiche o bisessuali.

E sulle campagne di informazione:

Infine, l’azione volta a educare le persone per contrastare i loro pregiudizi è una componente essenziale di qualsiasi pacchetto di misure volto a una migliore inclusione delle persone LGBT. I dati disponibili dimostrano che questi interventi possono essere molto efficaci, anche quando sono di breve durata.