MANAGER, L’ALTRA FACCIA DEI GAY

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Si sono incontrati a Milano. Vogliono cambiare la percezione dell’omosessualità. Sono gli imprenditori glbt europei. Che spiegano a Gay.it come intendono procedere.

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MILANO – Cessati gli aforismi europei sulla consistenza e potenzialità delle lobby gay, “Pr.I.M.O. Network Italiano”, l’Associazione di professionisti, imprenditori e manager omosessuali, ha radunato a Milano le Associazioni di EGMA (European Gay Manager Association), protagonisti insieme agli italiani del “Primo Meeting Internazionale Gay Professional”. L’evento ha ricevuto la collaborazione della Campagna della Commissione Europea “Per la diversità – Contro ogni discriminazione”. Il Programma d’Azione Comunitaria dispone di un budget di circa 100 milioni di euro fino al 2006, per cambiare nella pratica gli atteggiamenti e le prassi discriminatorie.

Uno studio di fattibilità sui costi e benefici della diversità è stato elaborato dall’Associazione milanese, per fornire una corretta valutazione e sollecitare una responsabilità sociale delle imprese. Esiste un luogo di lavoro che valorizza la diversità? Il cosiddetto business case per gli investimenti in politiche per la diversità della forza lavoro è ancora a uno stadio embrionale e frammentario. Ecco, allora, l’importanza di questo evento, con le testimonianze di molti dello stato delle cose sulle direttive UE. Ne parliamo con Dario Galli (al centro nella foto sopra), presidente di Pr.I.M.O., e con Michael Wilke, direttore di “Commercial Closet”, ringraziando Sergio Caredda e Gianluca Nonnis per l’impegno e la bravura dimostrata in questo primo meeting.
Dario, qual è lo scopo della vostra associazione?
Far vedere al mondo che esistiamo, anche nelle attività imprenditoriali. Vogliamo sfatare l’idea data dai Media di omosessuali muscolosi, vestiti alla moda e interessati solamente al divertimento.

Come si coniuga Pr.I.M.O. con le battaglie politiche del movimento?
Le ragioni possono essere diverse, non gli obiettivi. Possiamo aiutare le associazioni che fanno egregiamente le loro battaglie, anche se la nostra “specializzazione” è quella di combattere proprio come professionisti e imprenditori le discriminazioni a tutti i livelli. Quando si difende una nazione si mettono in campo tutte le forze adeguate a contrastarne il pericolo. Noi difendiamo coloro che si sentono indifesi nel mondo del lavoro. Arcigay svolge un emerito lavoro: se necessita, sa che può contare su di noi.
Perché in Italia non si riesce a dare valore all’imprenditoria gay? Gli “spender” pubblicitari non investono, facendo languire realtà come Gay.Tv, “Babilonia” e altri media omosessuali.
Forse dobbiamo ancora chiederci quale sia la nostra volontà e il nostro desiderio di uscire allo scoperto. In Germania, il premier usa i Media gay per fare campagna elettorale. Noi possiamo tracciare un percorso, ma deve essere la comunità Glbt a mettersi in campo al di là della propria specificità. Le tivù continuano a proporre un’immagine stereotipata di noi, tra saune e disco e questo non è proprio il target chiesto dalle aziende. Dobbiamo dare visibilità alle nostre esigenze, alla nostra vita “coniugale”, ai bisogni che investono due uomini o due donne che si amano. Solo così il mercato si aprirà. Noi stiamo cercando di crescere e farci conoscere proprio per avere un ruolo importante nel mondo del lavoro e di sostegno alle associazioni. Abbiamo bisogno di gente che si iscriva e ci aiuti.

Nel 1998 ha vinto il GLAAD Media Award; giornalista economico, Michael Wilke scrive per “The Advocate”, “The New York Times” e altri giornali. Ha 36 anni ed è direttore di “The Commercial Closet”.
Michael, quali sono i problemi di discriminazione nel mondo del lavoro?
“Commercial Closet” tenta di far capire alla gente cos’è l’omofobia e l’uso che se ne fa spesso in pubblicità. Il passo successivo è creare consapevolezza all’interno delle aziende, soprattutto nei reparti marketing. Stiamo molto attenti che non passino messaggi a chiara vocazione discriminatoria.

Quando è nato “Commercial Closet”?
Come associazione nel 2001, ma ho iniziato questa attività nel ’97 quando, in occasione del Festival del cinema gay e lesbico di New York mi è stato chiesto di fare un intervento sulle pubblicità gay. Oggi la nostra missione è quella di migliorare la pubblicità e il marketing, prendendo spunto dagli errori del passato.
Come ha risposto il mercato pubblicitario e il marketing?
Dieci anni fa, quando cominciano ad arrivare le prime pubblicità dedicate al mercato gay, l’attesa era paragonabile ad un terremoto. Poi, in alcuni settori è diventata norma; abbiamo campagne pubblicitarie delle grandi marche di alcolici che vengono fatte attraverso i gay; il livello si è alzato e molte aziende scommettono parecchio, incassando ottimi risultati. Il concetto è che le aziende oggi non possono solamente limitarsi a fare pubblicità verso il mondo gay, ma avere una strategia integrata dove ci siano anche sponsorizzazioni agli eventi gay. Facciamo in modo che queste aziende siano antidiscriminatorie anche all’interno di esse. “Commercial Closet” fa in modo che tutte le aziende si dimostrino gayfriendly.
Quali risposte avete avuto dalla comunità Glbt Usa?
Ci sostiene molto, anche se a volte si creano delle confusioni, perché noi non ci occupiamo di marketing gay, ma di tutto il marketing in chiave antidiscriminatoria.
Cosa vi aspettate sui diritti, dopo la vittoria di Bush?
Professionalmente devo riconoscere che nei quattro anni precedenti a queste elezioni il mondo del business, relativamente alla questione dei diritti gay, si è mosso separato dal governo e dalla politica, e lo ha fatto spesso proprio per una questione di business. Visti i risultati ottenuti, ci sono molte più aziende che riconoscono pari diritti alle coppie omosessuali, rispetto agli stati americani. Da questo punto di vista il mondo del lavoro è molto più avanti della politica.
Che contatti avete con le organizzazioni Glbt?
Con GLAAD abbiamo gli stessi obiettivi anche se il modo di agire è diverso. C’è con loro e altri una discussione su quali e cosa sono gli stereotipi. Personalmente collaboro con “Human Rights Campaign”, probabilmente perché c’è meno sovrapposizione degli obiettivi.
Le lobby finanziarie gay contano per ottenere diritti?
In America il potere di acquisto dei gay sfiora i 600 miliardi di dollari l’anno. Questo non lo porta ad essere sull’agenda del presidente Bush. Tuttavia le aziende restano un punto focale, perché non desiderano perdere competitività per fatti di discriminazione aziendale. Le lobby possono aiutare, ma bisogna vedere che governo c’è.
Michael, cosa vi aspettate dall’amministrazione Bush?
I giornali hanno parlato delle unioni gay, ma dal punto di vista finanziario il matrimonio gay non aggiunge granchè al mercato. L’unica industria che tira è quella dei viaggi, anche se non è detto che sia così interessata da volere un cambiamento in politica. Staremo a vedere cosà farà quest’amministrazione e decideremo di volta in volta.

di Mario Cirrito

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