MATT DAMON: IL RIPLEY CHE E’ IN ME

Dice il golden boy del cinema americano: “Mettersi in relazionarsi con chiunque del proprio sesso quando si è giovani comporta una estrema vulnerabilità”.

Chi è Tom Ripley? Difficile dare una risposta anche dopo aver visto il film o letto il libro di Patricia Highsmith da cui è tratto. Ripley è un falsario geniale, un assassino, un seduttore, un ragazzo triste e solitario, un ragazzo sperduto, un manipolatore senza scrupoli. E’ tutto questo e molto di più ed è la mano capace del regista Anthony Minghella, già autore de “Il paziente inglese”, che riesce a rendere un ritratto così completo ed al tempo stesso indefinito di Ripley. Questo giovane uomo senza grazia e squattrinato, che ama la musica classica e che ha uno straordinario talento d’imitatore, s’infiltra nell’intimità del ricco e solare Dickie Greenleaf scoprendo un’altra vita da cui non vorrà e non potrà più staccarsi tanto da arrivare ad uccidere Dickie e da sostituirsi a lui. Ma non è né l’odio né l’invidia alle origini delle azioni Tom, ma un amore incontenibile per la bellezza da dandy di Greenleaf con cui instaura un rapporto di seduzione reciproca, un rapporto di amore ed odio, un rapporto di desideri irraggiungibili che fanno correre la mente alle ambientazioni de “Il Grande Gatsby”: il desiderio d’avere ciò che ha Dickie, il denaro, la leggerezza, l’eleganza, la facilità dei rapporti, il desiderio di avere Dickie, di farsi prendere tra le sue braccia, il desiderio di divenire uno con Dickie, formando una coppia con lui o, infine, divenendo lui. Lentamente vediamo Tom Ripley lasciare dietro di sé la propria pelle per incarnarsi, dopo averlo ucciso, nei panni del suo amico-amato. “Ogni uomo uccide l’oggetto del proprio amore” diceva Oscar Wilde, e questo è vero non solo per Dickie, un meraviglioso Jude Law che aveva già interpretato Lord Alfred Douglas in “Wilde” anche se forse è più noto per il suo ruolo in “Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male” e in “Gattaca”, infatti il film continua a lungo dopo la morte di Dickie rivelando, insieme a sempre nuovi meandri della personalità di Ripley, che questo è altrettanto vero per tutti quelli che vengono in contatto con lui a partire dalla fidanzata di Dickie, Marge Sherwoodeth, la bellissima Gwyneth Paltrow, fino al dolce Peter Smith-Kingsley, interpretato dall’affascinante Jack Davenport, e alla ricca Meredith Logue, ovvero Cate Blanchett nota in Italia per la sua interpretazione in “Elizabeth”.

Ma è dalle parole di Matt Damon, per cui interpretare un ruolo per lui inusuale come quello di Ripley è stata al contempo una sfida ed una grande soddisfazione, che si capiscono alcuni degli aspetti più peculiari del personaggio di Ripley. Ecco c’s’ha detto nell’intervista rilasciata a Brendan Lemon del Financial Times di New York.

Quali sono secondo te le scene chiave per esprimere la sessualità di Ripley?

La scena degli scacchi, dove Dickie è nudo nella vasca da bagno e Ripley è vestito accanto alla vasca. Anche la scena in cui Ripley dice sarebbe disposto a prendere una pallottola per Dickie e la scena nel jazz club dove, coperto dalla musica, gli urlo “E’ una grande storia d’amore”. Quello è all’incirca il mio coming-out nel film.

La scena della vasca da bagno è omoerotica ma anche un po’ enigmatica. Ripley vuole entrare nella vasca, ma quando glielo chiede e Dickie dice no, Ripley deve raffreddare i suoi desideri. Anche se, un momento dopo, quando Dickie si sta asciugando, Ripley gli guarda il culo con un desiderio tanto intenso che sembra quello di chi ha appena visto il volto di Dio.

Quando Ripley arrivò in Italia, se Dickie si fosse tolto i vestiti ed avesse detto, “Ok, spogliati”, Ripley sarebbe solo indietreggiato. La nostra idea era che fosse vergine. Lo dico perché probabilmente non è mai stato nudo di fronte a qualcuno. Ricordi la prima volta che sei stato nudo davanti a qualcuno? E’ terrificante, ma riesci a superare al cosa perché, si spera, hai qualcuno che ti dice, “Sei bello”. Ma Ripley non ce l’ha mai avuto. Non ha mai superato la barriera di un profondo disprezzo di sé.

Cosa ha significato per te il problema dei vestiti nella realizzazione di Mr. Ripley?

E’ in relazione all’immagine fisica di sé. Ann Roth, la costumista del film, ha detto a Jude Law, “Questi abiti cadono meglio se non indossi biancheria.” Allora Jude ha detto “Ok, non indosso biancheria.” E guarda me, e io dico, “Invece Tom indossa biancheria. Per lui sarebbe esporsi troppo se non lo facesse.”

Ma quando, alla fine del film, Peter Smith-Kinsley, un dolce, sensibile musicista che Ripley incontra…

“L’uomo supremo!”

…chiede a Ripley di togliersi i vestiti ed entrare in intimità, lui sta ancora combattendo con l’immagine fisica di sé. Si vergogna ancora profondamente di sé, sia per la sua già dimostrata capacità di violenza sia per la sua incapacità di essere in intimità con chicchessia, maschio o femmina. E’ questo costante senso morale che lo rende umano piuttosto che, per essere riduttivi, un serial killer. Egli non prende nessun piacere nelle sue trasgressioni.

Esatto, ed è proprio per questo che la fine risulta così devastante. Ripley continua a credere che se mostrasse la sua autentica natura, verrebbe rifiutato.

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Che è una versione di ciò che tutti temiamo e che alcuni gay, tristemente, temono per tutta la loro vita: che non appena la gente vedesse le nostre vere, nascoste nature ci rifiuterebbe.

Allora piuttosto che esporsi ulteriormente all’uomo che ama davvero, Ripley “rifiuta” Peter nella maniera più estrema.

La relazione di Ripley con Peter è potenzialmente una relazione omosessuale adulta, mentre quella con Dickie è più adolescenziale ed amicale. Il film ci ricorda che c’è una certa vulnerabilità implicata nelle amicizie tra persone dello stesso sesso che è altrettanto acuta di quella storie d’amore omosessuali vere e proprie.

Mettersi in relazionarsi con chiunque del proprio sesso quando si è giovani comporta una estrema vulnerabilità. La prima esperienza che molti di noi hanno avuto di un devastante rifiuto personale non è con qualcuno con cui volevamo fidanzarci ma con qualcuno di cui volevamo diventare amici.

Hai detto che Ripley è un ruolo da una-volta-nella-vita per te. E’ forse perché non vorrai mai interpretare di nuovo un personaggio con gli attributi di Ripley – rabbia repressa, invidia di classe, atti omicidi, omoerotismo, straordinaria sensibilità, una bellezza da far male?

Amerei fare qualsiasi cosa tanto originale quanto lo è Ripley. Sfortunatamente, la gente non muore dalla voglia di pagare per fare spesso film come questo. Hanno appoggiato Anthony Minghella in parte perché aveva appena vinto un Oscar per “Il paziente inglese”.

Come dice Matt Damon, in Ripley si ritrova un po’ la storia di ciascuno, e questo è ancora più vero per chi è stato da ragazzo un gay insicuro e bisognoso di essere apprezzato da chi lo circondava. In Ripley ritroviamo la prima volta che ci siamo innamorati di quel ragazzo che con un sorriso portava il sole nella nostra giornata e che si ostinava a non voler capire quanto lo amassimo. Questo almeno pensavamo senza renderci conto che la nostra infelicità veniva solo da noi stessi, che, come Ripley, eravamo capaci di gestire tutto ciò che ci circondava, tranne quell’omosessualità che ci attirava e consumava. Poi siamo cresciuti ed abbiamo imparato che c’era chi poteva corrispondere i nostri sentimenti, per questo il ruolo di Peter Smith-Kinsley, che nel romanzo appare poco, nel film riveste una tale importanza (nella realtà Kingsley è il nome del migliore amico della Highsmith). E’ un momento fondamentale dell’evoluzione di Ripley ed è chiave per dare una rappresentazione realistica dell’omosessualità di Ripley.

La continua tensione omoerotica del film (la gelosia di Ripley per il rapporto tra Dickie e Freddie Miles, lo sfiorarsi leggero, l’indosare gli abiti di Dickie) è anche uno dei motivi per cui il grande pubblico forse non riuscirà ad apprezzare il film. Di per sé non è un film facile, anche se molto bello, ed il pubblico eterosessuale maschile sembra particolarmente refrattario a lasciarsi prendere nel vortice del personaggio di Ripley e non c’è da stupirsene, dopotutto è una storia che difficilmente parla al loro cuore. Per dirla con Matt Damon “se non cerchi di essere comprensivo e di metterti nei panni di Ripley – se entri al cinema pensando che sia un “gay serial killer” e non un tormentato, sensibile essere umano – allora tanto vale che te ne stai a casa.”

Per questo, secondo Philippe Kohly, esperto di Patricia Highsmith, l’autrice avrebbe molto amato il Ripley di Matt Damon ed Anthony Minghella. In “Mr. Ripley” viene messa in primo piano l’omosessualità che nell’opera originale è solo una tinta dello sfondo, proprio perché nella vita dell’autrice il libro segna un punto di svolta. Dopo “Monsieur Ripley” le storie d’amore della scrittrice diventeranno tutte omosessuali.

Nonostante alcune differenze rispetto al testo originale, “Volevamo rendere Ripley più umano di quanto abbia fatto la Highsmith” spiega Damon, questa sarebbe probabilmente la versione di Ripley più apprezzata dalla scrittrice che già aveva amato Alain Delon in “Plein Soleil” prima resa cinematografica ad opera di René Clément, per quanto il film non seguisse il vero spirito del libro, e che aveva orrore del Ripley fatto Dennis Hopper in “The American Friend” remake di Wim Wenders.

Come avrebbe fatto la Highsmith, anche noi amiamo di più il Ripley di Anthony Minghella e non possiamo che essere entusiasti per le cinque nominations all’Oscar che ha ricevuto a cui ne aggiungeremmo altre tre: una per la miglior fotografia, perché, ambientato nell’Italia dei tardi anni ’50, mostra alcune delle città più belle del nostro paese e dà un ritratto fedele anche se per qualcuno potrebbe trovarlo offensivo di quella che era la vita dell’epoca (e complimenti alla nostra bravissima Stefania Rocca che interpreta Silvana); una per il miglior nudo maschile, di Matt Damon o di Jude Law, a scelta; una per il più dolce rapporto d’amore, tra Ripley e Peter Smith-Kingsley.

E’ un film che tocca nel profondo, che rende difficile addormentarsi la sera dopo averlo visto, ma che fa traboccare il cuore. Dopo per nessuno farsi abbracciare è più esattamente come prima. Almeno per un po’.

di Riccardo Gottardi