Matteo Renzi a Padova sul referendum: “Il sì e il no disegneranno due Paesi molto diversi nei prossimi anni”

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"Il sì difende la democrazia ma combatte la burocrazia. Il no difende la burocrazia e lascia il sistema che abbiamo, in un mondo che va ogni giorno più...

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Pienone in Fiera a Padova per l’incontro con Matteo Renzi. In una città che ha svoltato a destra l’anno scorso, eleggendo uno dei sindaci più immobilisti e meno riformatori che la storia della città ricordi, è stata una piacevole sorpresa vedere qualche migliaio di persone affollare i padiglioni della fiera per ascoltare il premier (quanto di più diverso, umanamente e politicamente, ci sia da Massimo Bitonci) in un incontro organizzato da Alessandro Zan.
L’argomento è stato il prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre. “Un referendum che si vota su una domanda ben specifica, la quale non è ‘vi sta simpatico Renzi sì o no?’ o ‘mandiamo a casa Renzi sì o no’, ha subito precisato il capo del governo. “La domanda è: ‘Approvate il testo della legge costituzionale concernente le disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?’. A questa si risponde con un sì o con un no. Non è dato un ‘ritenta, vediamo, ne riparliamo‘”.
Usciranno due Italie molto diverse a seconda che si voti sì o no al quesito referendario. Se vince il no, rimarrà il sistema che conosciamo. Un sistema che prevede 950 stipendi da parlamentare, un continuo rimpallo di testi legislativi approvati da una Camera e poi passati all’altra che ne modifica qualche rigo per poi ritornare alla prima che li modifica a sua volta. E così, aspettiamo da 880 giorni una legge sugli agricoltori. E quante imprese agricole sono fallite in 880 giorni? E quanti piccoli comuni hanno tagliato i servizi dopo 1040 giorni nei quali il Parlamento sta discutendo la legge relativa all’organizzazione dei piccoli comuni?“. Matteo Renzi è stato molto chiaro.
Una riforma frettolosa, la definisce De Mita. Ma è dai tempi suoi e di Spadolini che si alternano commissioni e bicamerali, tra cui quella di D’Alema durante l’era Berlusconi, che nulla hanno concluso. Sì, proprio quel D’Alema che ora dice ‘l’avrei fatta meglio’. Sono 35 anni di chiacchiere e testi mai votati. Finché è accaduta l’ultima crisi politica forte, quella in cui si è rieletto Napolitano Presidente della Repubblica perché il Parlamento non riusciva a votare nessuno. E Napolitano nell’accettare ha imposto come conditio sine qua non che si portasse a termine una riforma del sistema costituzionale, che riguardasse l’abolizione del bicameralismo perfetto proprio per eliminare alla radice il problema del rimpallo di testi di legge da una camera parlamentare all’altra. Il nuovo sistema prevede che più del 90% delle leggi e comunque tutte quelle ordinarie siano discusse da 630 parlamentari. Quelli della Camera, che sono più dei 535 parlamentari di Camera e Senato americani assieme. Questo per chi ha paura che in Italia vengano ridotti gli spazi di democrazia“.
Matteo Renzi ne ha avute anche per chi taccia di autoritarismo la riforma. “Autoritarismo? Questa riforma non modifica i poteri del governo, non ne parla proprio. Il governo continua ad operare esattamente come oggi e anzi, la riforma prevede un quorum più alto per eleggere un Presidente della Repubblica che sia veramente condiviso (il 60% dei votanti contro il 50% +1 attuale), e l’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare (cosa che adesso è facoltativa e non accade mai)”.
Io accetto molte cose, se riguardano me, ma quando sento un Di Maio dire che l’Italia ha una deriva autoritaria pari al Cile di Pinochet (anche se poi l’ha confuso col Venezuela) parlando di me e di questo periodo elettorale, io mi indigno. Perché sappiamo tutti cosa era il Cile di Pinochet, le torture, la gente buttata viva dagli aerei, il clima di terrore. E io mi indigno a sentire qualcuno paragonare la democrazia italiana al Cile di Pinochet adesso che si discute di riforma costituzionale e ogni giorno sento i politici del no dire la loro. Mi indigno per la stupidità o la disonestà intellettuale di questa persona. Poi che sia Casa Pound a dichiararsi preoccupata per la deriva autoritaria della riforma, detto da loro, ci sarebbe da ridere se non fosse da piangere“.
Perché il vero collante di chi dice di votare no, da D’Alema a De Mita, da Berlusconi a Salvini, da Grillo a Calderoli, sì quel Calderoli che ha definito una porcata la legge elettorale da lui scritta e fatta approvare durante il governo Berlusconi e che adesso si atteggia fine costituzionalista, passando per Lamberto Dini e Monti (il quale ha fatto inserire in Costituzione il Fiscal Compact e la sua Austerity senza che nessuno dicesse una parola sull’attentato alla costituzione più bella del mondo) è che dietro alla difesa della Costituzione ci sia in realtà la difesa dei loro privilegi e dei loro interessi. Pensateci. Se vince il no, nella prossima legislatura si dirà ‘Egregi colleghi, noi vorremmo blah blah tagliare il numero dei parlamentari e degli stipendi, ma è il popolo italiano con il suo no del 4 dicembre ad aver stabilito che 945 siamo e 945 parlamentari restiamo“.
Non è vero che è indifferente il sì e il no. Ne usciranno nel tempo due Italie molto diverse. Il sì è un inizio di un processo di trasformazione, si difende la democrazia ma si combatte la burocrazia. Con il no, si difende la burocrazia e si lascia il sistema che abbiamo in un mondo che va ogni giorno più veloce e richiede tempi certi e rapidi per garantire risposte efficaci. Ergo si torna a un sistema che già negli Anni 50 e 60 mostrava la sua inefficienza. Un bicameralismo perfetto che non esiste in nessuna democrazia occidentale e che è nato solo come compromesso ai tempi della costituente perché DC e PCI non si mettevano d’accordo su che tipo di Senato si volesse fare, se delle autonomie territoriali o degli ordini professionali“.
Matteo Renzi ha poi concluso con una battuta, che evidenzia come sia uno dei pochi politici europei apertamente schierati incurante delle conseguenze. “Tra una settimana si vota in America. Come dice Monicelli “Speriamo che sia femmina!.

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