Nadhem Oueslati: “La Francia appoggia la Tunisia omofoba”

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Questa l'accusa dell'attivista alla conferenza di ieri. La Tunisia ha da tempo stretti rapporti col governo francese

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Gli uomini politici francesi non vogliono avere problemi col governo tunisino. Tra il 2010 e il 2011 Parigi aveva addirittura appoggiato Ben Ali, durante una sanguinosa repressione di alcune rivolte interne al Paese”.

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Dure le parole di Nadhem Oueslati (a sinistra), attivista LGBT tunisino del gruppo DAMJ (Associazione Tunisina per la Giustizia e l’Uguaglianza), alla conferenza di ieri “Tunisia e Italia: insieme per i diritti LGBT*QI” organizzata da Ponte Arcobaleno a Milano (qui per un report completo dell’evento). In effetti è molto strano che la Francia, da sempre attiva nella condanna contro i regimi totalitari, abbia assunto posizioni “neutre” in contrasto con quelle intraprese ad esempio contro Corea del Nord e Birmania.

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I fatti di cui parla Nadhem risalgono al gennaio 2011: in seguito a una serie di violenti scontri tra manifestanti e Forze dell’Ordine in Tunisia, il presidente Ben Ali rimosse dall’incarico il ministro degli Interni Rafik Belhaj Kacem. Si parlò di una cinquantina di morti: migliaia di persone protestavano da giorni contro l’improvviso aumento del costo della vita, della disoccupazione e della corruzione dilagante. Se la comunità internazionale osservava con preoccupazione l’evolversi della protesta la Francia, lo Stato tradizionalmente più vicino alla Tunisia per ragioni politiche e storiche, taceva.

In effetti i motivi sono da ricercare proprio in questa indissolubile unione: i rapporti tra i due Paesi sono diventati particolarmente intensi a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. Nel 1869 la Tunisia fu colpita da una grave crisi economica che portò alla creazione di una commissione finanziaria internazionale per tenere a bada i suoi conti. Nel 1881 il Paese era così indebolito che i francesi non ebbero particolari difficoltà a invaderlo: furono sufficienti 36mila uomini per convincere le autorità a firmare un trattato che rendeva la Tunisia un protettorato francese. Negli anni successivi crebbe il numero di colonie all’interno del Paese: in una quarantina d’anni, tra il 1906 e il 1945, il numero complessivo di coloni francesi superò i 144mila individui. Solo nel 1956 la Tunisia ottenne l’indipendenza, ma di fatto i due Stati hanno mantenuto da allora rapporti molto stretti, sia sul piano politico e che su quello economico. Anche alla fine del 2010, nel pieno della rivolta contro Ben Ali in Tunisia, i rapporti col governo francese di Nicolas Sarkozy erano intensi.

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Basti ricordare che durante il regime il 40% del volume totale del commercio tunisino dipendeva dalla Francia e anche dall’Italia; nel febbraio 2011 inoltre il ministro degli Esteri francese Michèle Alliot-Marie, sempre del governo Sarkozy, annunciò le dimissioni dopo le accuse di aver offerto al regime la cooperazione della polizia francese durante gli scontri. Ma la situazione non è diversa neanche oggi: nel gennaio 2016 era stato annunciato dal governo Hollande lo stanziamento di un miliardo di euro a favore della Tunisia, dopo un incontro col premier Habib Essid, “per aiutare le regioni sfavorite e i giovani, con un accento sul lavoro”.

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Sarebbero questi i motivi per cui la Francia non ha mai contrastato il governo di un dittatore di fatto: un regime autoritario e stabile come quello di Ben Ali ha aiutato a rendere sicura e protetta la politica estera francese nell’Africa occidentale. “Uno dei vantaggi della dittatura di Ben Ali è stato quello di apportare una stretta costante contro i jihadisti“, spiega un ufficiale francese, “che invece hanno attecchito in Algeria, Marocco o nella regione del Sahel”. Legami storici, contratti economici e sicurezza politica.

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Quali interessi avrebbe quindi la Francia a spingere il governo tunisino, suo importante alleato, ad annullare un articolo del Codice Penale (il 230, che appunto vieta la sodomia e risale al 1913) che tra le altre cose è proprio un lascito del periodo coloniale? Nessuno.

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