NO AI GAY SCOUT, LO DICE DIO

La federazione che ha cacciato Stefano rompe il silenzio: "Ci siamo attenuti agli insegnamenti della Chiesa". Ma lo scoutismo ufficiale la disconosce. E all’interno emergono i dissidenti.

ROMA. Ad un mese e mezzo di distanza dalla prima pubblicazione della notizia, continua ancora a tenere banco il caso di Stefano Bucaioni (foto sotto), lo scout perugino allontanato dalla Federazione degli Scout d’Europa perché gay, del quale ci siamo occupati a lungo nelle precedenti edizioni.

Tre sono le novità principali delle ultime ore, ottenute – è bene sottolinearlo – attraverso la tenacia con cui abbiamo seguito il caso. La prima e più importante è senz’altro la dichiarazione pubblica del numero due della FSE Nicoletta Orzes, rilasciata in esclusiva alla nostra redazione, giunta a conclusione di una lunga azione di "pressing" condotta sulla segreteria nazionale della Federazione, in primo luogo per la completezza dell’informazione giornalistica. A questa devono aggiungersi la presa di posizione dell’AGESCI, la principale associazione dello scoutismo italiano, e l’eco della polemica interna alla stessa Federazione degli Scout d’Europa.

La dichiarazione della Dr.ssa Nicoletta Orzes, commissaria generale guide e numero due dell’organigramma FSE, rompe l’ostinato silenzio con cui l’associazione cattolica ha accompagnato fin dall’inizio l’evoluzione della vicenda, dall’interpellanza parlamentare alle recenti posizioni delle istituzioni regionali umbre, alle proteste della società civile nei confronti del trattamento riservato al giovane scout perugino.

«L’Associazione – scrive la signora Orzes – per propria scelta non intende intervenire sulle vicende di Stefano Bucaioni prendendo parte al dibattito sui mass-media; noi riteniamo infatti che si tratti di una situazione molto delicata che l’Associazione, nei suoi livelli locali e nazionali, ha inteso seguire con particolare attenzione già nei mesi scorsi. Tutto ciò rifacendosi, da un lato, all’insegnamento della Chiesa e, dall’altro, alla visione che Baden Powell propone, secondo noi, del Capo». Ovvero: gli scout gay non li vuole né la Chiesa cattolica né tanto meno essere gay è compatibile, secondo come la FSE interpreta il fondatore degli scout Powell, con mansioni di comando e responsabilità.

«Particolare attenzione – continua la dirigente FSE – si è avuta pertanto alle responsabilità che, sempre secondo noi, derivano dal Servizio con i ragazzi. L’associazione ha agito, quindi, in accordo con il Gruppo di Perugia e con la Parrocchia, cercando di coniugare le proprie scelte educative con la fraternità nei rapporti interpersonali».

Al di là dell’eccessiva maiuscolazione stilistica (che specialmente se riferita al "capo" conduce ad esiti storici catastrofici) colpisce il tono liquidatorio con cui l’associazione difende le proprie posizioni attuali, spacciandole per "scelte educative". Ma in queste ore anche l’AGESCI, l’associazione dello scoutismo per eccellenza, esprime tutto il suo imbarazzo nei confronti dell’episodio, dichiarando, per bocca dei suoi presidenti Grazia Bellini e Lino Lacagnina, come sia maggiormente corretto «non intervenire sull’episodio di Stefano Bucaioni, poiché il ragazzo non è socio Agesci» e tuttavia rendendo noto che «l’Associazione ha già avviato una riflessione interna sugli adulti in servizio che dovessero vivere situazioni "eticamente problematiche" – riflessione talmente ampia, delicata e complessa che non crediamo sia giusto finisca per essere dibattuta sui mezzi di comunicazione». Sono però le dichiarazioni non ufficiali trapelate a questo proposito a fornire lo spunto di maggiore interesse, come quando l’associazione cattolica sostiene la propria coincidenza con le dichiarazioni «ampiamente concordate» della presidente della FIS (la Federazione dello Scoutismo italiano) Isabel Pirani, che in una nostra recente intervista aveva marcato l’estraneità della FSE rispetto al corpo dello scoutismo ufficiale. Operazione chiara e a suo modo legittima, che consisteva in pratica (e consiste tutt’ora, anche da parte Agesci) nel tentativo di salvare la faccia dello scoutismo italiano, accentuando distanze e differenze rispetto ad una sigla molto vicina (la FSE), ma non formalmente coincidente con il modello dello scoutismo riconosciuto. L’esito pratico di quest’ennesima esibizione di diplomazia aziendale è comunque quello di determinare un isolamento ancora più clamoroso della stessa FSE.

Intanto a Perugia, dopo le dichiarazioni spontanee della gente, abbiamo raccolto il parere di alcuni rappresentanti della Federazione degli Scout d’Europa, che ritengono ingiusta la decisione dei loro dirigenti di allontanare Stefano dal suo ruolo di educatore. Per evitare azioni disciplinari nei loro confronti, queste persone hanno chiesto di mantenere l’anonimato. S. L. (del gruppo di Perugia) è persona vicina a Stefano e da alcune settimane critica la propria associazione, in merito a quella che personalmente giudica "una scelta scandalosa, completamente priva di logica e per di più orientata ad esiti pratici molto deludenti. La Federazione non credeva di dover gestire un caso così scottante, quando ha deciso di assumere le proprie posizioni. Invece tutto si è complicato, sia per la costanza di Stefano, sia per la discutibilità stessa della posizione che il gruppo dirigente ha voluto assumere". Per F. L. (del distretto Lazio nord/ Umbria), invece, il caso dimostra come "le associazioni degli scout trovino imbarazzante gestire i casi legati alle differenze sessuali, specialmente quando queste riguardano gli educatori, e come invece urga aprire un dibattito doloroso ma necessario su questo tema, facendo passare il concetto che è la "persona" nella sua interezza – e non in una delle sue scelte individuali – ad essere al centro dei compiti educativi che le vengono affidati".

di Dario Remigi