Non c’è spazio per i diritti gay nella nuova Libia

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"Sono questioni che hanno a che fare con la religione e la riproduzione della razza umana". Così il delegato libico al Consiglio per i Diritti Umani fa sapere...

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Il nuovo corso della storia della Libia sembra non prevedere alcuna novità per le persone lgbt che vi abitano. Il rappresentante libico presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, infatti, non ha perso tempo nel condannare l’incontro previsto per il 7 marzo prossimo nel quale di parlerà di discriminazioni e violenze perpetrate in base all’orientamento sessuale. Lo stesso rappresentante, in un incontro tenutosi lo scorso 14 febbraio, aveva dichiarato che le questioni dei gay "riguardano la religione, la continuazione e la riproduzione della razza umana".

Era la prima volta che la Libia partecipava ad un incontro del consiglio da quando era stata sospesa lo scorso marzo. Quando l’Assemblea Generale dell’Onu ha riammesso l’ex dominio di Gheddafi, l’allora rappresentante libico Ibrahim Dabbashi aveva detto: "la nuova Libia vuole tornare nel Consiglio per i Diritti Umani per contribuire alla promozione dei valori dei diritti umani". Forse, però, avrebbe dovuto chiarire che tra questi non erano inclusi quelli delle persone lgbt.

L’attuale delegato libico ha speigato che se non fosse stato per la sospensione subita, il suo paese si sarebbe unito alle altre nazioni islamiche nell’opposizione alla risoluzione approvata lo scorso giugno che obbliga la commissione ad incontri e report regolari sugli attacchi contro la comunità lgbt.

"Siamo felici di vedere che il regime di Gheddafi è finalmente caduto – ha dichiarato il direttore di UN Watch Hillel Neuer -. Ma l’odierna violenza omofoba dell’attuale governo, insieme ai quotidiani abusi contro i carcerati, sottolinea che bisogna ragionare seriamente per capire se il nuovo regime sia sinceramente impegnato nel migliorare i record negativi del suo predecessore o se intende assecondare la linea dura degli islamisti che annovera tra le sue file". A completare lo scenario, il rappresentante del Pakistan ha dichiarato a nome dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che i 56 membri dell’organizzazione che sono anche membri dell’Onu non riconoscono la discriminazione contro le persone lgbt come un problema di diritti umani e che non intendono riconoscere l’autorità del Consiglio per i Diritti Umani.

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