27 gennaio 1945, finisce l’orrore: memorie di un Omocausto

Pagine nefaste e sottaciute di Storia contemporanea riprendono vita nella Giornata della Memoria.

Una delle pagine più atroci e sottaciute della nefasta storia del nazismo è quella relativa alla persecuzione degli omosessuali.

Il nazismo ai suoi primordi offrì, come racconta Massimo Consoli (giornalista e scrittore, nonché tra i fondatori del movimento LGBT italiano) nel suo prezioso libro Homocaust, una seducente immagine di libertà, democrazia, giovinezza, rinascita, rispetto per gli anziani e le donne, amore libero, difesa della vita privata, ecologia, naturismo, apertura verso l’avvenire, tecnologia, orgoglio nazionale, europeismo, ritorno ai valori tradizionali… Insomma, un po’ tutto e il contrario di tutto: quanto basta per permettere a chiunque (o quasi) di identificarsi. Solo gli ebrei, individuati da subito come comodo capro espiatorio collettivo, furono esplicitamente esclusi dall’ideologia. Il partito nazista arrivò al potere tramite libere elezioni nel 1933 e a lungo godette del favore del popolo tedesco.

La grande maggioranza della comunità gay tedesca non aderì all’ideologia nazista, anche se nelle file del Nsdap (Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, in seguito Partito nazista) e delle SA (le Squadre d’Assalto) era rilevabile una nutrita presenza omosessuale. Anzi, il solo tentativo di opposizione venne dagli omosessuali e proprio all’interno del Nsdap con i misteriosi assassini delle RR: i vendicatori di Rohm. Ma chi era Rohm? Per molti, l’unico in grado di tenere testa a Hitler. Rohm, la più potente personalità della Germania nazista dopo Hitler nonché capo delle SA, era omosessuale. I due si erano conosciuti nel 1919 e da subito avevano stretto una profonda amicizia. È soprattutto grazie a lui se Hitler riuscì a salire al potere, lui che era nato nel 1889 in una sperduta cittadina austriaca. Hitler ottenne la cittadinanza tedesca grazie a un marchingegno giuridico il 25 febbraio del 1932, lo stesso anno in cui il Nsdap divenne il più grosso partito politico tedesco.

La notte del 30 giugno 1934, le SS (il corpo speciale di Himmler) irruppero in un alberghetto di Bad Wiessee (nei pressi di Monaco di Baviera) dove si era radunato lo Stato Maggiore delle SA e dettero inizio allo sterminio della maggior parte dei convenuti, arrestando il loro capo Ernst Rohm. Cominciava così la Notte dei Lunghi Coltelli. La Notte fu anche risposta al misterioso incendio del Parlamento tedesco, il Reichstag, avvenuto il 27 febbraio 1933, meno di un mese dopo che Hitler era divenuto Cancelliere. Il giorno seguente Hitler induceva il Presidente Hindenburg, ormai prossimo alla fine, a firmare un decreto di emergenza che accordava al governo poteri assoluti, concedeva alla polizia illimitata discrezione per l’arresto e la detenzione dei cittadini e introduceva anche la pena di morte per reati contro l’ordine pubblico. Il 20 marzo venne aperto il primo campo di concentramento di Dachau, nei pressi di Monaco.

Le SA di Rohm contavano ormai quattro milioni e mezzo di volontari, che intendevano sostituirsi all’esercito e proseguire la rivoluzione fino alle sue più estreme conseguenze. Rohm sognava uno Stato di soldati, dove l’uomo in divisa prevalesse su quello borghese. Immagina un duumvirato con lui a capo dell’Armata popolare e Hitler al governo politico. Il Fuhrer immaginava invece una rivoluzione graduale. Himmler voleva fare delle SS (allora composte da pochissimi uomini) l’unica vera forza poliziesca e militare tedesca. Goring già aspirava a diventare ministro della Guerra e non poteva dunque tollerare l’idea di una dissoluzione dell’esercito. Si formò così una sorta di spontanea alleanza anti-Rohm. L’1 luglio Hitler diede l’ordine di ammazzare il suo più fedele amico. In pochi giorni vennero assassinate oltre cento persone, di cui molti non avevano nulla a che fare con un supposto colpo di Stato. In seguito Hitler avrebbe denunciato l’omosessualità di Rohm e di molti dei capi delle SA per motivare quella catena di morti.

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Si parlava però dei cosiddetti vendicatori di Rohm. Tra il 1934 e il 1935 misteriosi sicari uccisero 150 comandanti delle SS lasciando sui loro cadaveri dei talloncini con la sigla RR (Vendicatori di Rohm, in tedesco). È probabile che questi omicidi abbiano contribuito a fomentare la foga anti-omosessuale di Hitler, perché lo indussero a vivere nella costante paura di essere ucciso a sua volta. Lettere minatorie, sigle apparse sui documenti della sua scrivania o sull’impermeabile: la dicitura RR dilagò. Himmler indagò ma pochissimi vennero smascherati ed eliminati.

Facciamo a questo punto un passo indietro. Il 18 gennaio 1871 Bismarck proclamò l’Impero Tedesco e una nuova legge anti-omosessuale: il celebre Paragrafo 175. Contro la legge si batté a lungo Magnus Hirschfeld (1868-1935), alfiere del movimento omosessuale tedesco e capo dell’Istituto di Berlino che il 6 maggio del ’33 verrà devastato dai nazisti (compresi gli oltre diecimila volumi della sua collezione, bruciati per strada). Hirschfeld fu ebreo, gay, effeminato e travestito, di sinistra. Di lui parleremo più avanti, perché ebbe qualcosa a che fare anche con l’Italia. Ad ogni modo, fino al 1933 i condannati per l’applicazione del Paragrafo furono ‘solo’ 835. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, il governo di Weimar non attivò alcun mezzo repressivo, lasciando liberi gli omosessuali tedeschi di organizzarsi in bar, club, circoli culturali e discoteche.

Già nel 1928, quando il Comitato Scientifico Umanitario di Magnus Hirschfeld inviò una lettera a tutti i partiti politici tedeschi per informarsi circa la loro posizione in merito all’abrogazione del Paragrafo 175, il Nsdap prese però una posizione netta. Questo è un estratto della risposta: “Chiunque anche solo pensi all’amore omosessuale è nostro nemico. Noi respingiamo qualsiasi cosa che svirilizzi la nostra gente e renda i nostri uomini oggetto di divertimento dei nostri nemici”.

Le premesse ideologiche al dispiegarsi di un vero e proprio Omocausto vennero poste dal giurista Rudolf Klare, esperto del Nsdap per la questione omosessuale in un convegno organizzato a Zurigo nel 1934, subito dopo la Notte dei Lunghi Coltelli. Il suo pensiero venne più tardi compendiato in un libro che, per essergli stato commissionato direttamente da Himmler, rappresentò la posizione ufficiale del partito nazista a riguardo: Omosessualità e diritto penale. Klare auspicava un deciso aggravamento delle sanzioni a carico degli omosessuali e teorizzava anche l’istituzione di una prigione forzata per le lesbiche, fino ad allora pressoché ignorate anche dal paragrafo 175. Klare proponeva la purificazione – attraverso lo sterminio fisico – degli omosessuali.

Una prima ondata di gay arrivò nel campo di Fuhlsbuttel a inizio 1934. Il 24 ottobre dello stesso anno la Gestapo inviò una lettera segreta a tutti i dipartimenti di polizia del Paese con l’ordine di raccogliere e inviare liste di uomini conosciuti per essere omosessuali praticanti o di esserlo stati. Due giorni dopo venne organizzato uno speciale dipartimento per combattere aborto e omosessualità: Sezione SD II-S. Il 22 maggio del 1935 il giornale delle SS, Das Schwarze Korps, chiese la pena di morte per gli omosessuali maschi.

Il 28 giugno 1935 Hitler apportò la prima integrazione al Paragrafo 175, a 65 anni dalla sua entrata in vigore: l’Articolo 175/A. Tutto divenne perseguibile: qualunque accenno verbale o scritto che evocasse un legame omosessuale comportava sei mesi di carcere, al termine dei quali i funzionari della Gestapo o gli ufficiali delle SS provvedevano a deportare il reo in un campo di concentramento a scopo rieducativo. Lo stesso Himmler, il 10 ottobre 1936, spiegò in un discorso pubblico la necessità dell’eliminazione fisica degli omosessuali. Il 15 novembre del 1941 lo stesso Himmler emanò il Decreto del Fuhrer per il Mantenimento della Purezza nelle SS e nella Polizia, introducendo la condanna a morte per ogni atto omosessuale. Nel febbraio dell’anno successivo la legge fu estesa a tutti i civili tedeschi.

È ancora oggi impossibile stabilire e accertare un numero esatto di vittime omosessuali del nazismo. Gli olandesi ipotizzano da 50.000 a 80.000, i francesi 200.000, 250.000 per i canadesi e la Chiesa d’Austria, mentre lo stesso Himmler all’inizio della guerra (precisamente il 29 febbraio del 1940) si vantò di aver sterminato un milione di gay: “Oggi gli omosessuali sono ancora forti di ben mezzo milione di uomini, ma nel 1933 c’erano più di un milione e mezzo di iscritti nelle varie associazioni di omosessuali” disse.

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I dati ufficiali stabiliti dagli storici e che riguardano persone condannate in base all’applicazione dell’Articolo 175 sono i seguenti: 835 nel 1933, 948 nel 1934, 3700 nel 1935, 5321 nel 1936, 8721 nel 1937, 8115 nel 1938, 7614 nel 1939, 3773 nel 1940, 3735 nel 1941, 2678 nel 1942, 996 nel 1943 (relativi al primo quadrimestre), mentre non ci sono dati disponibili per il 1944 e il 1945 perché l’approssimarsi della sconfitta indusse i nazisti a distruggere archivi e documenti. È certo, però, che in quel biennio i gay vennero sterminati con maggiore scientificità proprio allo scopo di cancellare testimoni scomodi.

50.000 è verosimilmente un numero inattendibile, perché si basa sui residui documenti rinvenuti presso i tribunali, negli uffici di polizia o negli stessi campi. La determinazione quantitativa dell’Omocausto fu resa ulteriormente difficile dalla reticenza dei pochi sopravvissuti ai lager: pochissimi di loro, ottenuta la libertà, si fecero avanti per reclamare gli indennizzi previsti poiché il famigerato Paragrafo continuò per molto tempo a rimanere in vigore. All’arrivo degli Alleati nei lager, i tassi statistici di mortalità degli internati omosessuali risultarono i più elevati: il 46%, seguiti dai prigionieri politici al 41% e dai testimoni di Geova con il 35%.

Nei campi di concentramento gli omosessuali vennero di frequente sottoposti alla castrazione: da un rapporto pubblicato dall’Ufficio Statistica del Reich, risultano 238 castrazioni ufficiali di omosessuali nel 1939, 198 nel 1940, 153 nel 1941, 152 nel 1942 e 60 nel primo trimestre del 1943. Per un certo periodo Heinrich Himmler si era convinto di poter guarire gli omosessuali deportati nei lager attraverso pratiche forzose: sveglia all’alba, appello, all’aperto nudi per qualche ora (indipendentemente dal tempo e dalla stagione) e successivo duro lavoro. Ordinò dunque a vari professori universitari di medicina di recarsi a Dachau e di consegnare accurati rapporti: tutti, tuttavia, sostennero che dall’omosessualità non si poteva guarire. Himmler fece così allestire nel campo femminile di Ravensbruck una sezione speciale che gli internati omosessuali avrebbero dovuto dividere con prostitute polacche, cecoslovacche, russe e ungheresi. La terapia si rivelò inefficace. Ci riprovò infine con la collaborazione di un endocrinologo danese, Karl Vernaet, che chiese di sperimentare in un campo (attraverso un chimico delegato, Gerhard Schiedlavsky) in quanto sedicente esperto di omosessualità: Buchenwald fu il campo prescelto. Il medico era convinto di poterli curare castrandoli, innestando loro un glande artificiale e immettendo un ormone maschile cristallizzato sotto l’inguine o la pelle dell’addome. Tutto inutile, ma alcuni di loro morirono.

Gli omosessuali furono costretti ai lavori forzati, vessati e stuprati dagli stessi compagni di prigionia. Erano contraddistinti da un triangolo rosa (segno predominante ma non tassativo), portato sul lato sinistro della casacca e sulla gamba destra dei pantaloni.

Hitler invocò a più riprese l’allineamento dell’Italia alla sua politica anti-omosessuale, ma Mussolini oppose un netto rifiuto. In Italia non era mai esistito un significativo movimento omosessuale come in Germania o Inghilterra che intervenisse nella vita pubblica nazionale né alcuno scandalo a tema aveva turbato i sonni del regime. In Italia c’era la Chiesa Cattolica che provvedeva a inibire l’esplicito manifestarsi dell’omosessualità.

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Anche giuridicamente l’Italia godeva di una certa liberalità grazie al Codice Napoleonico e alla sua influenza. Il Codice Sardo del 1859 puniva con l’articolo 425 i reati omosessuali perpetrati con violenza o che davano pubblico scandalo. Al momento dell’unificazione il crimine scomparve nel Codice Sardo-Italiano del 1861 e nel successivo Codice Zanardelli del 1889. Il fascismo non perseguitò apertamente gli omosessuali: il codice penale Rocco introdotto nel 1930, a differenza del Paragrafo di Hitler, non conteneva al suo interno una specifica normativa anti-gay. Nel progetto originario, l’articolo 528 – poi stralciato – puniva con la reclusione da uno a tre anni i colpevoli di relazioni omosessuali. Perché fu stralciato?

Perché approvarlo, come spiega il prezioso giornalista e militante Lgbt Giovanni Dall’Orto, avrebbe implicato ammetterne l’esistenza. Nella relazione redatta dalla Commissione Appiani, che aveva il compito di discutere l’attuazione della suddetta normativa, si legge infatti: “La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché per fortuna e orgoglio dell’Italia il vizio abominevole che ne darebbe vita non è così diffuso tra noi da giustificare l’intervento del legislatore. Nei congrui casi può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai diritti di violenza carnale, corruzione di minorenni o offesa al pudore, ma è noto che per gli abituali e i professionisti del vizio, per verità assai rari, e di impostazione assolutamente straniera, la Polizia provvede fin d’ora, con assai maggior efficacia, mediante l’applicazione immediata delle sue misure di sicurezza e detentive”.

La repressione dell’omosessualità venne dunque affidata all’intervento della polizia che, dopo aver sottoposto il caso alla Commissione Provinciale, provvedeva alla diffida o all’ammonizione (di quest’ultima, una sorta di arresto domiciliare soft, si registrano oltre 20mila pratiche nei confronti di omosessuali).

Il 18 giugno 1931 venne pubblicato il regio decreto numero 773, che autorizzava misure punitive – svincolate dalla necessità di un processo regolare – contro tutti coloro che potevano mettere in discussione la morale pubblica. Ai danni di omosessuali furono condotte retate e registrate percosse, perquisizioni, arresti, licenziamenti, confische di beni personali, misure di stretta sorveglianza e ogni tipo di molestia. I condannati dal tribunale con il decreto 773 potevano anche essere deportati in una colonia penale, sulle isole al largo della costa italiana o in zone di montagna per un periodo variabile da uno a cinque anni. Noti almeno 300 casi di confinati comuni (196 dei quali spediti a Favignana e Ustica), uomini noti alla polizia come abituali praticanti di sesso anale, e 88 di confinati politici nel decennio 1931-1941: la metà di questi ultimi da Catania, in virtù di un questore severo come il Molina. Le colonie di Ustica e Favignana furono sciolte a fine 1942, con l’avvicinarsi delle truppe americane.

In “La difesa della razza”, la rivista diretta da Telesio Interlandi e faro della politica razzista italiana di quegli anni (fu stampata con cadenza quindicinale dal 1938 al 1943), non apparvero mai articoli contro il mondo omosessuale. In un pezzo, peraltro, il sopracitato sessuologo e militante tedesco Magnus Hirschfeld fu citato e attaccato per le sue origini ebraiche e non per la militanza (motivo per il quale era invece conosciuto ai più). Esempi emblematici della visione a cui il fascismo relegava il mondo omosessuale: un non mondo, un’entità sotterranea e clandestina.

La vittoria più grande, a 73 anni di distanza da quel 27 gennaio 1945 in cui si aprirono le porte dell’orrore di Auschwitz, è la libertà di poter ricordare quelle vittime un po’ dimenticate che hanno perso la vita in nome di ideali ai cui rigurgiti, purtroppo, serve un antidoto ancora oggi.