Le sfumature dell’omofobia nel negozio di un noto marchio fast fashion a Roma

E’ una storia piccola. Che dice tanto. Alberto la racconta con la rabbia in gola e un sogno di giustizia che gli brucia la voce.

Alberto mi racconta la sua storia con la rabbia in gola e un sogno di giustizia che gli brucia la voce. E’ successo a Roma. In un negozio di una nota catena di abbigliamento fast fashion in pieno centro. Capisco subito che la storia non è tragica, ma certo penosa. E che può offrire il fianco a varie strumentalizzazioni. E che no, non si può dire il nome della catena di moda. Responsabile, certo, dei suoi dipendenti. Responsabile, certo, dell’ignoranza dei suoi commessi, che dovrebbero avere la giusta sensibilità per trattare con le persone, soprattutto trattandosi di vestiti. I vestiti sono importanti. Tante persone confidano nei vestiti per esprimere alcune sfumature del proprio essere. Dei propri umori. Un vestito può dare occasione a una ragazza di far capire qualcosa di sé. Il colore di una maglietta da cinque euro può aiutare un uomo a dire qualcosa di sé al mondo, perché no? Mi chiedo se in questa catena di vestiti facciano formazione professionale in tal senso. Con tutti i miliardi che fatturano. Forse vale la pena fare una telefonata ai piani alti dell’azienda. Ci penserò dopo. Ora bisogna raccontarla questa storia, comunque. Perché è una di quelle storie piccole piccole che dicono tanto tanto. Alberto me la racconta.

Eri solo mentre facevi shopping?
No, c’era un amico con me.

Bene, quindi c’è un testimone, nel caso volessi andare a fondo.
Sì certo, devono pagarla.

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Ora vediamo, dobbiamo essere prudenti, non so se fare il nome dell’azienda.
E no, questa storia o la racconti con il nome dell’azienda o non se ne fa nulla… che giornalista sei scusa…?

Stai calmo. Questo lo valuto io. Cosa volevi comprare?
Una camicia. Una camicia da donna.

Perché una camicia da donna, se sei un uomo?
Ma che domande mi fai?

Era una provocazione. Quindi ti aggiravi nel reparto donna.
Sì, una cosa che faccio ogni tanto, non sai mai… a volte le camicie da uomo hanno un taglio noioso, volevo qualcosa di più largo e svolazzante come va di moda ora…

Capisco. E l’hai trovata?
No, a dire il vero no. O meglio: ce n’era una che poteva andare in effetti. E quindi ho deciso di provarla.

Nel camerino da donna.
Sì, che male c’è?

Nessun male, ma purtroppo c’è questa distinzione, anche perché molte donne potrebbero sentirsi imbarazzate a mostrarsi davanti a uomini mentre provano vestiti.
Ma io sono gay, si capisce benissimo…!

Non è detto che lo capiscano tutti e poi che tu sia gay sono fatti tuoi…
Ma io mi sento francamente più a mio agio tra donne semmai…

Lasciamo perdere, non voglio affrontare la questione dell’abolizione universale della distinzione dei cessi e dei camerini… cos’è successo quindi quando hai provato la camicia nel camerino donna?
Non puoi capire… è arrivato un commesso e mi dice “Lei non può stare qua, lei deve andare nel camerino degli uomini, questo è il camerino delle donne!”

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E tu?
Ero scioccato! Ma come…. da XXX (nome catena) parlano tanto di uguaglianza… fanno le collezioni no gender… ma dai!

E poi?
Mi sono voltato e ho visto una commessa, una donna, aveva un aspetto gentile… pensavo di trovare conforto… ma figurati mi ero sbagliatissimo….

Cioè?
Questa mi aggredisce verbalmente… con uno sguardo schifato “Lei non è una donna, deve andare al terzo piano nei camerini degli uomini” allora guardo gli altri clienti, loro guardano me… e faccio al mio amico “Vabbè ora farò un reclamo”, allora lei dice al suo collega “Ah… un reclamo… ma chissenefrega… tanto un reclamo….”

E l’hai fatto il reclamo?
Beh intanto sto raccontando questa storia a gay.it perché devono pagarla… ma tu non vuoi fare il nome dell’azienda… un’azienda che deve tanto agli omosessuali… che vergogna… cos’è comprano pubblicità da voi?

No, anzi unopubblicitàrandi inserzionisti di gay.it è il marchio direttamente concorrente… Quindi rivendichi un’ingiustizia da camerino?
Ma no! Il punto è un altro. Era evidente che sono stato discriminato per il mio orientamento sessuale…

Non ci sono gli elementi per dire questo. C’è un regolamento, i camerini da uomo e quelli da donna. Amen.
Ma dovevi vedere lo sguardo Giuliano… dovevi vedere come si atteggiavano ironicamente… era palese che mi stavano prendendo in giro… con sorrisetti… sai… sono un omosessuale… quindi va bene fare sorrisetti… va bene aggredirmi verbalmente dicendomi “Lei non è una donna”… è stato umiliante…

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Alberto ha la voce rotta, ma è forte e si mantiene composto, dritto, la sua chioma bruna ingellata e la camicia noiosa da uomo in Oxford celeste botton-down gli conferiscono un aspetto serio, elegante quasi. E’ molto bello. E’ arrabbiato con me. “Devi fare il nome di XXX… che giornalista sei? Cosa racconti a fare questa storia?
Non è così. Alberto capisce che la rabbia va ingoiata e bisogna usare la testa ed essere forti. Alberto capisce che non possiamo fare nomi, capisce che non c’è materiale sufficiente per appellarsi a una denuncia, né forse a un reclamo.

Alberto capisce che le sfumature della discriminazione hanno l’algoritmo esponenziale dell’ignoranza. Alberto si rende conto, è giovane, che non bastano le leggi, i reclami. E questa è una storia piccola. Ed è già tanto raccontarla. Chissà quante sono le altre storie ben più gravi mai raccontate. Proprio per questo, infatti, voglio raccontarla. Alberto è forte, lo vedo. Ma in questo momento penso ai ragazzi e alle ragazze che forti come Alberto non sono. E alla loro vita spesso costellata di sorrisetti ironici. E di camerini sbagliati.

24 commenti su “Le sfumature dell’omofobia nel negozio di un noto marchio fast fashion a Roma

  1. Il travestitismo esiste anche tra gli eterosessuali quindi da cosa si doveva capire che è gay? E i camerini da donna sono per le donne. È una regola io non vedo nessuna discriminazione né omofobia. Se avessero camerini unisex ci sarebbe una regola diversa io rispetto le regole di chi decide a casa sua come vorrei decidere a casa mia.

  2. Siete seri? State davvero parlando di discriminazione? Io ho letto solo di un, suppongo, giovane gay arrogante e permaloso e di un paio di commesse maleducate come tante se ne trovano. Esserre gay ed orgoglioso non dà il diritto di fare quello che vuoi.

    Sta cercando vendetta (“la devono pagare”) o giustizia? Per cercare giustizia ci vuole una violazione della legge… e non è questo il caso.

  3. Forse le commesse erano semplicemente preoccupate del disagio che potevano provare le altre clienti nel vedere uno sconosciuto cambiarsi in quel luogo e dopo tutto devono anche aver considerato l’eventuale possibilità di una persona che cercasse solo una scusa per poter stare lì. Mi sembra poi che si faccia un pò di confusione fra orientamento sessuale e identità di genere.

  4. Ecco, questo è il classico articolo che fa piu’ male che bene alla causa gay. Decidiamoci: ci irritiamo, giustamente, se ci insultano con appellativi al femminile e ci danno delle “donne mancate”, e poi però pretendiamo di intrufolarci nei camerini delle donne? Un omosessuale maschio – vale la pena ricordarlo – è un uomo, e come tale può anche farsi una rampa di scale (sai la fatica) e recarsi nei camerini che appunto sono riservati agli uomini, giusto per non provocare imbarazzo a qualche signora che, legittimamente, non è costretta a capire se uno è gay o no, e, altrettanto legittimamente, anche se lo capisse potrebbe comunque sentirsi a disagio, dal momento che – ripeto – un gay è un UOMO. Diverso sarebbe stato il discorso se, per esempio, i commessi avessero protestato o ironizzato sull’acquisto di un capo di abbigliamento femminile da parte di una persona di sesso maschile. Ma qui si parla di leggi che, ci piaccia o no, vanno rispettate. Non è che se io, per dire, mi sento “interiormente” handicappato allora improvvisamente posso parcheggiare negli spazi riservati agli handicappati… Ma stiamo scherzando? Il ragazzo capriccioso la prossima volta si prende la scala mobile e cambia piano.

  5. Col nuovo direttore questa testata ha prodotto articoli interessanti, lucidi e importanti. Capita a tutti uno svarione, e questo lo è. Sprecare tante colonne per raccontare il nulla, ovvero l’applicazione di un regolamento travisata per omofobia è troppo per chiunque. Se il protagonista della storia fosse stato transessuale era tutt’altra storia, ma per quanto effeminato uno possa essere, è giusto che il suo camerino sia quello degli uomini, per il motivo che ha suggerito il giornalista: le donne potrebbero provare imbarazzo a farsi vedere spogliate davanti a un maschio, per quanto gay.

  6. La cosiddetta vittima della cosiddetta discriminazione è semplicemente un imbecille che vuole giocare a fare la diva, fregandosene delle regole che vigono in casa altrui. Tesoro, le scenate falle davanti allo specchio di casa tua.
    Ennesima caduta di stile per Gay.it. Diventate sempre meno credibili.

  7. Allora ristabiliamo qualche punto fermo, negli esercizi commerciali pubblici non possono esistere alcun regolamento specifico che limiti la libertà degli esercenti appunto perchè sono pubblici e anche perchè i regolamenti non hanno valore giuridico cosa che invece hanno le leggi e non esiste alcuna legge che mi impedisca di entrare in un negozio che vende abiti femminili provarne uno e se mi piace acquistarlo, quindi in questo caso oltre al omofobia e all’ignoranza dei commessi è stata lesa la libertà del ragazzo a fare quello che voleva fare e non regge neanche la ragione dell’ipotetico imbarazzo delle altre clienti perchè i camerini dovrebbero essere chiusi e le clienti non vanno certo per il negozio mezze nude.

    1. Benissimo! Allora il ragazzo ha tutte le carte in regola per sporgere denuncia e portare le commesse/i e il legale rappresentante della catena in questione davanti ad un giudice. Prego la redazione di gaipuntoit di tenerci costantemente aggiornati sull’evolversi di questa avvincente situazione nonchè di verificare la possibilià di supportare il ragazzo con un avvocato visto il gravissimo atto di omofobia che noi tutti abbiamo subito con questo atto violento.

      Per piacere………………

      1. Certo il caso non è dei più gravi e come ho detto è più un caso di ignoranza e protagonismo dei commessi che spesso si sentono dei piccoli caporali, comunque l’ironia e i soliti commenti da social sono del tutto fuori luogo e non apportano nulla ad una discussione.

        1. I commessi sono stati maleducati, in base al racconto del ragazzo che è stato arraogante, presuntuoso e capriccioso. Molto probabilmente ha ancora qualcosa da risolvere.
          Ma non facciamo passare questo “incidente” come omofobia, violazione del diritto di cio’ che si vuole essere ed altre cazzate per favore. Soprattutto non prendiamola troppo sul serio. L’ironia e i commenti da social ci stanno tutti su una cretinata come questa… Se non lo capisci…

          1. è un fatto a cui bisogna dare il giusto peso quindi non facendone un caso nazionale ma neanche chiamandola una cretinata perchè è sempre facile parlare quando le cose non accadono a noi. Comunque come ho detto è ripeto è più una questione di ignoranza che di omofobia, se non sai leggere…

          2. So leggere e so scrivere. Il mio commento era rivolto a chi ha scritto l’articolo… E cosa avrebberero ignorato i protagonisti di questa storia?
            In ogni caso, senza sentire anche la versione dei commessi stiamo parlando del nulla.
            Fatti una risata… va….

          3. Sul punto del limitare la libertà personale si quella l’ho scritta e la sostengo visto che il provare una camicia in un camerino (anche se destinato agli acquirenti femminili) non contravveniva ad alcuna legge del codice civile o penale.
            Certo in ogni storia ci sono sempre due versioni che bisognerebbe sentire e concordo con te che una risata fa sempre bene per ristabilire le giuste proporzioni dei fatti.

    2. Stiamo proprio rasentando il ridicolo… Come se poi non ci fossero battaglie davvero serie da combattere in questo Paese… Esistono camerini per donne e camerini per uomini? Bene, lui se ne va in quelli per uomini (il che non mi pare un disonore, dal momento soprattutto che è di un uomo che stiamo parlando) e la cosa finisce li’. Non vedo il problema. Trovo davvero limitato (anche intellettrualmente, devo dire) questo atteggiamento da bambini viziati, questo non rendersi conto dei reali problemi, delle priorita’, questo riferirsi solo ed esclusivamente, in maniera spesso infantile, ai nostri piccoli casi particolari (a volte come in questo caso abbastanza inesistenti) con un risentimentto degno di miglior causa. In questo modo ci sfugge il quadro piu’ ampio della situazione, e le soluzioni si allontanano.

      1. Primo la cosa non è affatto ridicola e non finisce lì in tutto i casi in cui viene limitata la nostra libertà di fare e essere quello che vogliamo ed è un aspetto che fa oltre l’omofobia che in questo caso trovo un po’ limitata, è più una questione di ignoranza dei commessi (non vedo cosa importi loro quali camerini usino i clienti) e di una voglia di fare i giustizieri cosa che esula dalle loro mansioni lavorative. Quello che trovo invece intellettualmente limitato e infantile e il voler parlare in questo modo lasciandoci sfuggire che proprio dal sollevare questi casi particolari si è spesso giunti a portare all’attenzione di tutti certi problemi e ha risolverli.

        1. La nostra libertà di fare e essere quello che vogliamo non è incodizionata. Di certo questo non è un caso che aiuterà la battaglia della libertà di potersi provare una camicia da donna in un camerino da donna.

          In ogni caso, se ritieni che, per puro principio, questo sia un caso da denunciare alle autorità competenti procedi pure… ma dimmi pero’ con quale accusa la porti avanti. Il negozio ha le sue regole. Punto. Ci sono negozi che vietano l’ingresso con cibo o bevande… violano il mio diritto di mangiare o bere?

          1. Non ho mai detto che sia una caso da portare in un aula di tribunale sarebbe esagerato, ho detto che se i regolamenti non sono supportati da una legge (come quella sul fumo nei locali pubblici) non hanno valore giuridico.

        2. I regolamenti vanno rispettati. Non ti va un negozio in cui i camerini sono differenziati tra uomo e donna? Bene, non vai in quel negozio, che ti devo dire. A me pare folle, ma se proprio non sopporti questa distinzione non ci vai. Nota bene: non è che ti impediscono di comprare abiti femminili, ti chiedono solo di andare in certi camerini piuttosto che altri (camerini che condivideresti con il 50% dei clienti, quindi non proprio ghetti). Ma che problema c’è??? A certa gente troppo internet fa male.

          1. Si diciamo che se ci fosse stata più comprensione da tutte e due le parti la questione non si sarebbe posta, i commessi con più professionalità e meno ignoranti e lui avesse provato la camicia nei camerini degli uomini tutto sarebbe andato bene.

  8. Ma basta con questi rincoglioniti che provocano ad ogni passo.
    SPERO, che sia una provocazione, altrimenti il tipo sarebbe davvero da ricovero.
    Svegliati, povero coglione.
    Che sei un danno sia per gli etero che per i gay.
    Anzi, sei imbarazzante per l’umanità tutta.

  9. premetto che “gay” è un appellativo che gli omosessuali dovrebbero rifiutare per autodefinirsi; allo stesso modo un maschio eterosessuale intelligente dovrebbe vergognarsi di se stesso se nel mondo in cui vive venisse comunemente chiamato non “uomo” ma, ad esempio, “macho”;
    il problema è che quest’appellativo, questa sineddoche non denotativa e conformemente anticonformista, non solo non è ritenuto spregiativo dagli omosessuali (mentre lo è più di frocio, checca, ricchione ecc): è da loro voluto e sdoganato; questo fa riflettere sul grado medio di autocoscienza, oggi, della categoria, accecata forse dall’eccitazione di classe per la sua vertiginosa ascesa al potere…
    ma torniamo al tema;
    per fortuna le persone che hanno commentato, gay o meno, hanno efficacemente liquidato la questione nella fattispecie; se la storia è vera, trattasi di imbecille psicopatico narcisista che non ha ricevuto un’educazione sufficiente né adeguati strumenti culturali-intellettuali per avere coscienza di sé e dei contesti in cui si trova, un animaletto che si alimenta solo dei propri capricci isterici e degli appetiti artificiali indotti dal fiorente mercato delle neoidentità sessuali;
    anche da un punto di vista tecnico e sociale la questione è facilmente liquidabile come fraintendimento fra le categorie concettuali di “sesso” e “sessualità”; una cosa è amare il pisello come una donna, cosa che rientra nell’ambito della sessualità, un conto è averlo, cosa che rientra invece nell’ambito del sesso;
    se le regole di gestione sociale dei camerini in un supermercato hanno come criterio il sesso e non la sessualità è solo una scelta tecnica – non morale o discriminatoria – dettata dalla convenienza pratica, essendo la sessualità sempre opinabile, mentre il sesso no;
    il problema più serio invece, non affrontato dalla discussione (mi sembra, non ho letto tutto), è il seguente:
    e se questa storia non fosse vera, o lo fosse solo in minima parte?
    se questo sito non fosse pietoso come appare, nel pubblicare in buona fede simili barzellette – dice bene un commentatore -, ma lo facesse nell’ambito di un preciso (per quanto non sempre consapevole) progetto di colonizzazione ideologica e di manipolazione dei valori condivisi?; valori basati sulla logica civile e non certo sulla morale, che su quella logica dovrebbe se mai affondare le sue radici?
    insomma, non importa che il livello del discorso sulla cultura gender e affini sia intellettualmente e umanamente presentabile; l’assenza strutturale di qualità della maggior parte delle argomentazioni su un falso e tendenzioso tema come quello citato viene compensata dalla proliferazione ‘quantitativa’ dei messaggi ideologici diffusi;
    risulta ormai evidente come tutto ciò venga oggi realizzato secondo tecniche di persuasione di tipo promozionale e propagandistico (dirette e indirette) ad opera di quel livello del potere che ha interesse a distoglierci dai problemi veri della società e allo steso tempo a creare una guerra civile permanente, un’ibridazione delle categorie del pensiero su cui è ancora possibile costruire una comunità vivibile e una frammentazione sociale ispirata a chiari modelli merceologi capitalistici e neoliberisti falsamente democratici;
    della “cultura gay” non importa che al momento non si possa dire niente di filosoficamente e politicamente sensato (idioti della cultura come Galimberti, per fare un nome, ne sono blasonati avallatori): l’importante è che il suo ridottissimo teatrino simbolico e il suo linguaggio prescrittivo e non dialettico inquinino ogni canale mediatico con le loro pagliacciate e parole d’ordine, affinché l’artificio di questa “realtà gay”, pur eludendo tutti i canali del buon senso e della razionalità, ad un certo punto si trovi “con improvvisa naturalezza” (con la tragica naturalezza di una malattia autoimmune) nel nostro immaginario e nel tessuto obbligato delle nostre esistenze e ci faccia per l’ennesima volta dire “ovvio” di fronte all’assurdo, se torpidi, e “pazienza” di fronte all’insulto, se stanchi;
    poiché queste due categorie di fiacchi coprono la gran parte della popolazione, il Movimento per i diritti di sopruso e arbitrio sociale dei gay avrà vita facile; così come quello per l’Emancipazione delle donne dalle regole e dai doveri dettati dalle costituzioni democratiche – in questo caso non certo a beneficio delle donne, ma poverette loro non lo sanno, non avendo la rapacità e l’insaziabilità (retaggio del peggior maschile) di un qualunque gay

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