Omofobia: sicuri di volere continuare a chiamarla così?

Quello che spinge molte persone a colpire gay, lesbiche, transessuali e bisessuali in tutto il mondo, picchiandoli, insultandoli e perfino uccidendoli è solo odio, allora perché parlare di “fobia”?

Oggi, 17 maggio 2012 è la giornata mondiale contro l’omofobia. Oggi, 17 maggio 2012, propongo l’abolizione di questo termine non perché sia sparita dalla faccia della terra ogni forma di differenza sociale o di intolleranza culturale nei confronti degli omosessuali ma semplicemente perché è un termine etimologicamente ridicolo.

Il perché è presto detto. Per “fobia” si intende la paura o l’angoscia destata da una determinata situazione, dalla vista di un oggetto o da una semplice rappresentazione mentale (lo dice la Trecccani, mica io). La “fobia” è un sentimento spesso irrazionale ma che, a volte, scaturisce invece da motivazioni reali. Ad ogni modo, che sia istintivo o che passi attraverso il filtro della razionalità, in entrambe i casi, non ha nulla di accostabile all’omosessualità. La paura infatti dovrebbe tenerti a distanza da un pericolo, evitare contatti, avere un timore quasi reverenziale. Vi sembra che sia questo l’atteggiamento dei così detti omofobi? Tutt’altro.

Molti di noi hanno subito violenze, più o meno gravi, più o meno fisiche. Sberleffi quando ci è andata bene, condanne a morte, anche solo per il sospetto di essere omosessuali, quando hai la sfortuna di vivere in paesi islamici. Ed è questo l’atteggiamento di chi si presume abbia paura?

Hanno forse paura di una qualche forma di ritorsione i parlamentari italiani quando evitano arrogantemente di legiferare sulla parità dei diritti per tutti i cittadini? A me non sembra affatto. Svastichella due anni fa non agì per difendersi dall’attacco feroce di 2 omosessuali quando aprì la pancia di uno di loro, e tutto sembrava fuorché spaventato, persino in aula, quando giustificò il suo atto come “legittimo” a fronte dell’offesa arrecatagli nel vedere due froci baciarsi impunemente in mezzo alla strada.  Qualche sera fa, in pieno centro a Roma, abbracciato a un ragazzo straniero (grazie al cielo non capiva la nostra lingua), mi sono sentito gridare dall’altra parte della strada un: “a froci”. E vi garantisco che la voce di quel disgraziato non tremava dal terrore.

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Forse a questo punto il termine più adatto, che propongo come sostitutivo a “omofobia”, è “odio verso i gay”. Se volete possiamo trovare poi insieme il modo di sintetizzare il concetto in un’unica parola ma è inequivocabilmente più corretto parlare di odio, disprezzo, quando non addirittura, disgusto più che il blando “fobia” quando dobbiamo descrivere la condizione sociale in cui ancora viviamo, almeno in Italia.

L’ILGA (l’International Lesbian and Gay Association) ha pubblicato in questi giorni la ricerca annuale sulle nazioni europee dove l’odio (ho deciso personalmente di non usare mai più il termine omofobia) verso i gay è più acuto. Nulla di sorprendente, per carità. Niente che chiunque di noi non possa percepire nella sua vita di tutti i giorni quando è costretto a relazionarsi con chi vive (che siamo persone o istituzioni) oltre la siepe fiorita che recinta i nostri affetti e che ci tutela solo fintanto che non siamo costretti ad oltrepassarla. In perfetta sintonia con il grado infimo di sviluppo economico italiano pare esserci infatti anche la condizione sociale degli omosessuali. In una scala di benessere che va da 1 a 21, la Gran Bretagna è al vertice mentre noi siamo fermi a un +2, di poco avanti solo a nazioni come la Russia, la Turchia e, anche qui, la Grecia, evidenziando così la miseria di una nazione il cui appellativo “pig” lo merita anche fuori dalle piazze d’affari.

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