ORGOGLIO SOTTO IL SOLE

In ventimila al Milano Gay Pride 2002 sfidando il caldo torrido: picchiato un esponente radicale che sfilava con la bandiera israeliana. «Gli aggressori non erano del movimento gay» ha detto a Gay.it

MILANO – Sotto un sole infocato, migliaia di omosessuali, bisessuali, transessuali e loro amici hanno sfilato al Milano Gay Pride 2002 sabato scorso, in quello che è diventato un appuntamento consueto, nel mese dell’orgoglio gay, nella città considerata da molti la capitale gay d’Italia.

E all’appuntamento quest’anno sono arrivati in tanti: 15.000 secondo la questura, 30.000 secondo gli organizzatori. Una folla, comunque, per una manifestazione che segue di due settimane quella nazionale svoltasi a Padova; una folla colorata di arcobaleno, ignara della calura, e felice di ritrovarsi a rivendicare i propri diritti in una città in cui l’amministrazione si è dimostrata un po’ sorda alle richieste dei gay.

Immancabili, come lo scorso anno, allora, gli slogan davanti a Palazzo Marino, con i quali si chiedeva ad Albertini di scendere in piazza e di partecipare. Al di là di Albertini, non erano tante le personalità esterne al movimento gay presenti a Milano: Grillini, a questo proposito, ha ricordato nel suo discorso conclusivo che nel mondo, il Gay Pride sia una manifestazione ch evede la partecipazione delle massime autorità locali: «In Italia hanno partecipato Rutelli, Bassolino, Veltroni. Negli altri Paesi anche i conservatori come Giuliani, tanto ammirato da Albertini, quando era sindaco di New York».

Un grazie al cardinale Martini è invece venuto dal Centro studi teologici, dal suo portavoce Giovanni Mapelli: «Ringraziamo il cardinale per quel silenzio che a volte ci è sembrato indifferenza, e invece era meditazione, silenzio di ascolto, mentre tanti, nella Chiesa, lanciavano condanne contro gli omosessuali».

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Purtroppo una nota negativa ha connotato lo svolgimento della manifestazione: Yasha Reibman, medico psichiatra, radicale, consigliere regionale della Lombardia, e consigliere della comunità ebraica di Milano, è stato circondato da un gruppo di teppisti che hanno tentato di strappargli la bandiera israeliana con la quale stava sfilando. Gay.it lo ha intervistato.

Yasha, puoi raccontarci esattamente cosa è successo?

Eravamo una quindicina di Radicali a prendere parte alla manifestazione, in cinque avevamo la bandiera israeliana. Quando la manifestazione stava per iniziare, è arrivato un gruppo di 7 o 8 ragazzi, evidentemente non appartenenti alla comunità omosessuale, che hanno cominciato a urlarci "assassini" e a protestare contro il fatto che avevamo la bandiera israeliana. Ho cercato di spiegare loro che il motivo per cui avevo quella bandiera non era affatto legato alla guerra israelo-palestinese, ma voleva testimoniare il fatto che in Israele esistono libertà per gli omosessuali che in Italia neppure ci sogniamo. Senza ascoltarmi, mi hanno caricato e mi hanno portato via per quaranta metri, sbattendomi alla fine contro un muro. Io mi sono messo a sedere per terra, aspettando la loro prossima mossa; hanno cercato di togliermi la bandiera, e a quel punto ho fatto resistenza, e mi hanno slogato un pollice. Finalmente è arrivata la polizia, alla quale ho subito presentato i documenti, chiedendo loro di fermare gli aggressori, ma i poliziotti hanno identificato me e non loro. Tornato dagli altri, sono continuate alcune aggressioni verso altre persone del gruppo, così, su suggerimento della polizia, abbiamo deciso di marciare in testa al corteo.

Quindi non si conosce l’identità degli aggressori?

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Sappiamo che non hanno niente a che vedere con il movimento omosessuale. Durante tutto il percorso, da tutti i gay e le lesbiche presenti abbiamo ricevuto solo un paio di critiche; in generale c’è stato apprezzamento o interesse, e molti si sono avvicinati per informarsi. Gli organizzatori, poi, dal palco hanno subito condannato l’aggressione: Sergio Lo Giudice si è addirittura trovato coinvolto in una piccola rissa che si è creata proprio durante gli interventi dal palco, quando un’altra persona mi ha aggredito alle spalle.

Ci hai spiegato perché avevate le bandiere israeliane: ma allora, perché non sfilare anche con la bandiera olandese, ad esempio, o di altri paesi che comunque tutelano gli omosessuali più dell’Italia?

Io sono appena tornato da un viaggio in Israele fatto con Marco Pannella: ho visto che lì le unioni di fatto omosessuali sono tutelate, un gay può ereditare dal partner defunto, è consentita la fecondazione eterologa. Non solo: Tel Aviv è una delle città più gay friendly del mondo, il Comune, in occasione del Gay Pride, espone in tutta la città, la bandiera arcobaleno accanto a quella israeliana. Invece in molti paesi vicini nel Medio Oriente, gli omosessuali sono condannati a pene severissime, in alcuni casi persino all apena di morte. C’è quindi, anche un motivo politico per portare la bandiera israeliana al Gay Pride: Israele è l’unica isola di libertà anche sessuali che c’è in Medio Oriente. Io credo che tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani, dovrebbero impegnarsi perché tutti gli arabi del Medio Oriente, che richiano addirittura la pena di morte per la loro omosessualità, vengano "israelizzati".

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La cronaca, per ironia della sorte, segnala che anche un delegato Arcigay italiano, presente al primo Gay Pride che si è svolto a Gerusalemme il 7 giugno scorso, era stato strattonato perché sfilava con il tricolore. E a proposito del Pride di Gerusalemme, occorre ricordare che la manifestazione aveva scatenato un’ondata di proteste da parte dei leader dei gruppi ebraici ortodossi, e che si è svolta senza alcun sostegno da parte dell’amministrazione locale: Mosha Hummer, un consigliere d’amministrazione della città, aveva definito la marcia "una dimostrazione di gente malata", mentre ancora molti ebrei ortodossi considerano valida l’affermazione biblica secondo cui l’omosessualità è "un’abominio". Addirittura il vice-sindaco di Gerusalemme Shmuel Shkedi, incaricato per l’educazione, aveva detto: "Non permetteremo a nessuna malattia o devianza di esibirsi in città. La sola esistenza di queste persone è una provocazione". Gerusalemme, in fin dei conti, non è l’Olanda.