I gay pride più coraggiosi al mondo

L’omosessualità è illegale in 78 Paesi. Si rischia dalla prigione all’ergastolo. Eppure, molti trovano il coraggio di manifestare ed essere se stessi

SPECIALE >>> 2016 GAY PRIDE

Ho partecipato al mio primo gay pride dopo due anni che mi ero trasferito a Milano. Negli anni precedenti, che fosse per un impegno o per la distanza, non mi era mai capitato di prendervi parte. Ricordo i colori, la gente allegra, gli amici che cantavano per strada, la mia maglietta con le cinque guerriere Sailor dei colori dell’arcobaleno. Una cosa in particolare: la mancanza di un senso di paura, di timore. Ero contento di trovarmi lì e sentivo che fosse una scelta giusta. In generale, quel senso di paura che arriva quando si scopre se stessi non ha mai fatto parte della mia vita ma l’ho incontrato, nella gente, in due diverse modalità: chi aveva paura e non riusciva ad accettarsi e chi invece viveva serenamente la propria dimensione ma era spaventato da un fattore esterno. Mentre mi informavo su Internet per scrivere questo articolo, ho scoperto che i Paesi in cui essere omosessuali è reato sono 78. Li ho scritti in colonna sul quaderno, piccoli, a lettere maiuscole, e hanno finito per riempire una pagina. Si va dal carcere alla pena di morte. Una pagina intera di nomi di persone che non permettono ad altri di scrivere nella propria modalità le proprie pagine. Perché il problema, ovviamente non è il luogo in sé, ma chi lo fa. Molti trovano il coraggio di farsi avanti e di lottare per compiere anche solo un piccolo passo. Qui ve ne propongo otto e spero che la loro determinazione sia davvero di ispirazione per molti.

SINGAPORE

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  1. Nel giugno del 2014, Singapore si è colorato di cinquanta sfumature di rosa grazie a circa 26mila persone che hanno riempito l’Hong Lim Park (l’unico posto in cui si può manifestare senza permesso) durante la Pink Dot Parade, l’evento più simile ad un gay pride, in cui si celebra la libertà di non veder etichettato il proprio orientamento sessuale. Un gruppo di cristiani, capeggiati da un insegnante musulmano, hanno creato il gruppo ‘Wear White’, per discostarsi da questa manifestazione e ribadire il carattere inumano dell’omosessualità. Il loro numero irrisorio non ha però fermato i festeggiamenti che si sono protratti fino a notte fonda, quando i partecipanti, grazie a delle luci tenute in mano, hanno formato un gigantesco cuore attorniato da mille puntini rosa. (Qui vige l’articolo 377 del codice penale dell’Impero Britannico che criminalizza l’omosessualità maschile con 2 anni di prigione).
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INDIA

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2. In India, la parata è avvenuta 22 novembre a Bangalore e il 29 dello stesso mese a New Delhi. Centinaia di partecipanti sono scesi in strada danzando al ritmo dei tamburi e tenendo in mano palloncini colorati mentre celebravano la diversità di genere e sessualità. (Se da una parte il Tribunale Supremo ha riconosciuto l’esistenza di un terzo genere per i transessuali, allo stesso tempo ha annunciato la decisione di ristabilire l’illegalità dei rapporti tra omosessuali, dopo che nel 2009 il reato era stato depenalizzato. La normativa contro l’omosessualità in India risale all’epoca coloniale, al 1861 ed è punita con 10 anni di carcere).

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UGANDA

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3. Nell’agosto 2015, in Uganda, la scelta della Suprema Corte di annullare dichiarando incostituzionale la legge anti-gay che prevedeva l’ergastolo per gli omosessuali, ha portato in strada una folla avvolta nei colori dell’arcobaleno, che danzava e ballava nella capitale, Kampala. Molti hanno rischiato l’arresto essendo punibile qualunque atteggiamento gay in pubblico, ma hanno marciato “per dimostrare chi siamo e che la violenza e la discriminazione verso il popolo LGBT è tremenda”. Alla fine della settimana si è tenuto il premio di bellezza per “Mr. e Miss Pride”. (La legge punisce gli atteggiamenti gay in pubblico e prevede il carcere anche per chi, assistendovi, sceglie di non denunciare questi reati alla polizia).

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RUSSIA

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4. In Russia, nel 2015, nonostante la prefettura avesse negato il permesso alla manifestazione, un piccolo gruppo di attivisti ha comunque tentato l’impresa davanti all’ufficio del sindaco. Contro di loro si sono scatenati alcune decine di militanti anti-gay, in particolare ultraortodossi con il nastro arancio-nero di San Giorgio (simbolo del patriottismo russo) che hanno lanciato uova contro il mini Gay Pride, aggredendo alcuni partecipanti. A questo punto è intervenuta la polizia arrestando 15 persone omosessuali. (Qualunque manifestazione pubblica della “diversità sessuale” è punibile in base alla legge che viete la propaganda gay. Inoltre, gruppi neonazisti sono zelanti nell’applicare le norme volute da Putin).

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SERBIA

5. In Serbia, il 28 settembre 2014, si è tenuto il primo pride senza incidenti. Nelle edizioni precedenti infatti, i manifestanti erano stati attaccati da hooligans sostenuti da partiti ultranazisti e dalla Chiesa serba ortodossa, dichiaratamente anti-gay. In questa occasione invece una colonna di circa 2000 tra membri della comunità LGBT e difensori dei diritti umani ha marciato in fila attraverso il centro della città. A loro si sono uniti anche quattro ministri del governo serbo, l’ombudsman serbo Saša Janković, la commissaria per i diritti umani Nevena Petrušić, singoli deputati e rappresentanti di varie istituzioni, i funzionari di alcuni partiti di opposizione, così come gli ambasciatori degli USA e di alcuni paesi europei.

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ALGERIA

6. In Algeria, quando si parla di Gay Pride, tocca dimenticare le festose parate a cui siamo abituati. Manifestare attivamente lì è impensabile, dove la condanna dell’omosessualità è al tempo stesso morale, sociale, religiosa e giuridica. Per questo, il 10 ottobre avviene una manifestazione molto più discreta chiamata “TenTen” (anniversario di nascita del sultano Selim I): alle ore 20, tutti i partecipanti vengono chiamati a postare in rete una foto o una video di una candela accesa “per illuminare l’ambiente buio in cui viviamo”. Ovviamente, avendo cura di usare uno pseudonimo. (L’art. 338 prevede fino a 3 anni di reclusione e un’ammenda).

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TURCHIA

7. Il 28 giugno 2015, la polizia ha disperso con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua il gay pride che da 13 anni di svolge a Istanbul con la scusa che un evento simile non potesse tenersi nel mese sacro all’Islam per il Ramadan. A queste azioni sono seguiti, le settimane successive, dei poster riportanti minacce di morte ai gay per le strade di Ankara. La prima edizione ha avuto luogo nel 2003: quell’anno la partecipazione è stata molto bassa, secondo gli organizzatori. Il numero è aumentato nel 2011: circa 10 mila persone hanno aderito all’iniziativa. Ma solo dopo le manifestazioni di Gezi Park del 2013, c’è stato una massiccia adesione: secondo gli organizzatori, 100.000 persone erano presenti nella famosa piazza di Istanbul e nelle vie popolari adiacenti.

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CIPRO

  8. Cipro ha ospitato il suo primo gay pride solo nel 2014. Infatti, nonostante abbia depenalizzato l’omosessualità 12 anni fa, i residenti del Paese hanno ancora molta strada da fare, molti infatti hanno mostrato il proprio disappunto. Nonostante questo, centinaia di persone si son ritrovate in centro-città a Nicosia, spostandosi verso i giardini comunali dove il ministro dell’interno Sokratis Hasikos è stata accolta con applausi grazie al suo lavoro finalizzato all’ottenimento delle unioni civili. Ho voluto appositamente chiudere questa lista con Cipro, un paese piccolo e difficile per il polo LGBT, ma nel quale la speranza e l’orgoglio sono così grandi da rendere le persone transgender, bisessuali e omosessuali coraggiose e fiere. Buon Gay Pride a ciascuno di voi.

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