Papa Francesco,
che cosa ce ne facciamo delle scuse?

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Papa Francesco ritorna sul rapporto tra chiesa e comunità LGBT ma come sempre non va al cuore del problema e lascia le nostre domande senza risposta.

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Papa Francesco torna a parlare dei rapporti tra la chiesa e la comunità LGBT. Nell’intervista durante il volo di ritorno da un viaggio in Armenia, Papa Francesco ha risposto a una richiesta di chiosa alle dichiarazioni del Cardinale Reinhard Marx, che relativamente ai fatti di Orlando aveva sostenuto la necessità che la chiesa si scusasse con la comunità LGBT per l’emarginazione cui è stata sottoposta nella storia.

Il Papa si è detto completamente d’accordo ribadendo che la posizione di ogni buon cristiano dev’essere sostanzialmente di perenne dubbio e autocritica per migliorare.
Interessante però la netta separazione che il pontefice traccia tra esseri umani e istituzione ecclesiastica.
Le domande che ci poniamo rimangono quindi le stesse di sempre: che cosa ce ne facciamo di queste scuse?

Questo progressismo tanto pubblicizzato non si dovrebbe manifestare in azioni concrete nei confronti della comunità LGBT?
Non sarebbe finalmente ora di aprire un dibattito diretto e pubblico con gli altri prelati che esprimono posizioni negazioniste nei confronti degli scandali e degli abusi interni alla chiesa?
Non si dovrebbe essere intransigenti e agire nei confronti degli uomini di chiesa che promuovono l’odio?
Separare così nettamente l’ontologia intoccabile della chiesa e l’arbitrio degli uomini a cui è concesso sbagliare non è un modo un po’ troppo semplice di lavarsene le mani e togliere responabilità a monte?

Qui il virgolettato con le parole del Papa, fonte La Stampa.

Nei giorni scorsi il cardinale Marx parlando a Dublino ha detto che la Chiesa cattolica deve chieder scusa alla comunità gay per aver marginalizzato queste persone.

«Io ripeto il Catechismo: queste persone non vanno discriminate, devono essere rispettate e accompagnate pastoralmente. Si possono condannare, non per motivi ideologici, ma per motivi di comportamento politico, certe manifestazioni troppo offensive per gli altri. Ma queste cose non c’entrano, il problema è una persona che ha quella condizione, che ha buona volontà e che cerca Dio. Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il Catechismo. Poi ci sono tradizioni in alcuni Paesi e culture che hanno una mentalità diversa su questo problema. Io credo che la Chiesa, o meglio i cristiani perché la Chiesa è santa, non solo devono chiedere scusa come ha detto quel cardinale “marxista”… ma devono chiedere scusa anche ai poveri, alle donne e ai bambini sfruttati, devono chiedere scusa di aver benedetto tante armi, di non aver accompagnato tante famiglie. Io ricordo da bambino la cultura cattolica chiusa di Buenos Aires: non si poteva entrare in casa di divorziati. Sto parlando di ottant’anni fa. La cultura è cambiata e grazie a Dio, come cristiani, dobbiamo chiedere tante scuse, non solo su questo: perdono Signore, è una parola che dimentichiamo. Il prete “padrone” e non il prete padre, il prete che bastona e non il prete che abbraccia e perdona… ma ce ne sono tanti santi preti cappellani negli ospedali e nelle carceri, ma questi non si vedono, perché la santità ha pudore. Invece la spudoratezza è sfacciata e si fa vedere. Tante organizzazioni, con gente buona e gente non tanto buona. Noi cristiani abbiamo anche tante Terese di Calcutta… Non dobbiamo scandalizzarci, questa è la vita della Chiesa. Tutti noi siamo santi perché abbiamo lo Spirito Santo ma siamo tutti peccatori, io per primo».

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