Perché pensiamo che il crocefisso a scuola sia inopportuno

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Dopo una lettara aperta del presidente di Arcigay Aurelio Mancuso, i direttori di GAY.tv e Gay.it prendono posizione rispetto alla sentenza dell'Unione Europea.

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La lettera aperta che il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso ha pubblicato sul suo profilo Facebook, nella quale si palesa il disaccordo con la sentenza dell’Unione Europea che invita a rimuovere i crocefissi dalla aule delle scuole, segnala la necessità di un’analisi più approfondita della questione, che trascenda la dicotomia credenti/non credenti e che superi le posizioni politiche intorno a questo dibattito.

Aurelio Mancuso sottolinea il valore della consuetudine culturale e umana legata alla croce cristiana, asserendo che essa è in primis un simbolo d’amore tanto profondamente radicato nel vissuto degli Italiani, che la sua sparizione rappresenterebbe un gesto di violenza. Questa asserzione implica una visione personale che però fa perdere di vista l’oggettiva realtà dei fatti. Il crocefisso infatti è, nella sua intrinseca natura, un simbolo religioso. Il simbolo, non già di un Amore neutrale e generico, ma la bandiera di uno specifico, determinato credo. Come tale deve essere riconosciuto, come tale deve essere rispettato. La potenza di un simbolo non può e non deve essere sottovalutata: qualsiasi emblema, di ogni natura – sociale, politica, religiosa – esercita potere sullo spazio in cui è posto, annullandone la neutralità.

Un crocefisso appeso a un muro non è soltanto il retaggio di una tradizione, non può essere visto solo come parte di una consuetudine sociale, come presenza di un vissuto al quale possiamo anche essere affezionati: esso è una bandiera, legata in mondo imprescindibile e univoco a una specifica appartenenza religiosa, che segnala il proprio potere su un determinato luogo. E il luogo in questione, in questo caso, è il più sacro di tutti. La scuola è infatti il tempio della formazione, lo spazio che raccoglie le menti più ricettive e influenzabili di una società, le menti sulle quali facciamo affidamento per il nostro domani. La scuola rappresenta, per i bambini, il primo contatto con lo spazio "pubblico": come tale ha la responsabilità di mantenersi neutrale, tollerante, aperta a tutti, laica nel senso più nobile del termine. Un’aula con un crocefisso appeso sopra la lavagna non è solo una consuetudine: è un potente messaggio di appartenenza che, in un luogo preposto alla formazione, si amplifica e diventa sottilmente impositivo. Questo non può essere considerato accettabile nell’ambito dell’istruzione pubblica, in un luogo che dovrebbe essere "spazio bianco" per la formazione politica, sociale e culturale libera e laica. La sfera privata rimane lo spazio preposto alle scelte personali, tra le quali anche quelle religiose.

Lo spazio pubblico, in uno Stato laico deve essere de facto un luogo neutrale, senza simboli e senza emblemi. Confondere la tradizione culturale dell’Italia con la diffusione di un simbolo – si torna a dire – intrinsecamente e specificatamente religioso, porta a cadere in un tranello che troppe volte è stato invocato. Il cattolicesimo non è una tradizione, non è una consuetudine. Il cattolicesimo è una religione. E la croce è il suo simbolo. Simbolo di questo, e di nient’altro.

L’assenza di un crocefisso sul muro della scuola non priverà un bambino cattolico della sua fede. L’assenza di un crocefisso sul muro non farà sentire un bambino ebreo o musulmano "fuori posto". L’assenza di un crocefisso sul muro lascerà uno spazio bianco, neutrale, laico e libero, nel quale i due bambini potranno confrontarsi. Ad Aurelio Mancuso vogliamo dire che è questo il ruolo di una scuola laica. E di uno Stato laico. E ricordargli che la possibilità ch’egli ha avuto oggi di esprimere la propria posizione in difesa del crocefisso è figlia proprio di una società che non impone né a lui, né a noi, un pensiero unico. Così come non dovrebbe imporre ai nostri bambini un solo simbolo religioso.

Alessio De Giorgi (Gay.it)

Giuliano Federico (GAY.tv)

di Alessio De Giorgi e Giuliano Federico

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