Madre lesbica costretta a dichiarare il falso: si autodenuncia – INTERVISTA

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"Stiamo facendo tutto questo perché i nostri figli possano avere i diritti che gli spettano e per migliorare il clima sociale".

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Costretta a dichiarare il falso perché il Comune di Piacenza non le ha permesso di registrare la figlia concepita con procreazione assistita in Spagna. Ora rischia due anni di reclusione, ma invita altre donne a lottare.

Piacenza è una città che, a detta di alcuni abitanti (tra i quali il sottoscritto) non brilla per apertura mentale. Nonostante vi vivano almeno 100.000 persone, si respira ancora un’aria “di provincia”. In questo contesto, quanto fatto da Sara Dallabora, madre ed esponente di Famiglie Arcobaleno, e dalla sua compagna Irene Ferramondo assume ancora più importanza. Sara e Irene sono unite civilmente, dunque, riconosciute come “formazione specifica” dallo Stato Italiano, hanno due bambini, Alessio e la neonata Ilaria, entrambi concepiti attraverso procreazione assistita eterologa in Spagna; sono attive in Famiglie Arcobaleno e hanno deciso di fare un gesto insolito.

Sara e Irene, sin dalla seconda gravidanza, hanno intrattenuto rapporti stretti con il Comune di Piacenza per poter regolare l’iscrizione all’anagrafe di Ilaria nel modo più veritiero possibile. Ma a nulla sono serviti gli incontri e le comunicazioni con l’assessore ai Servizi al Cittadino Filiberto Putzu, con l’assessore ai Servizi sociali, Infanzia e Pari opportunità Federica Sgorbati e con la sindaca Patrizia Barbieri: l’ufficiale di stato civile del Comune ha imposto come unica alternativa possibile per l’atto di nascita che Ilaria sia nata: «dall’unione naturale di essa dichiarante [Sara Dallabora], cittadina italiana, con uomo non parente né affine con lei nei gradi che ostano al riconoscimento ai sensi dell’articolo 251 del codice civile». Ovvero, Sara ha dovuto dichiarare di aver concepito Ilaria con un rapporto sessuale (unione naturale) mai avuto con un uomo che non avrebbe riconosciuto la figlia.

Sara si è vista costretta a firmare, dunque, quella dichiarazione falsa per assicurare i diritti di base previsti dalla legge per la propria figlia, ma non ha mandato giù il boccone amaro. Ha deciso di autodenunciarsi per aver dichiarato il falso, richiedendo che vengano accertate anche eventuali trasgressioni da parte dei funzionari del Comune di Piacenza. Il tutto è stato presentato durante una conferenza stampa insieme all’avvocato Alexander Schuster del Foro di Trento, già in vista per aver convinto il Comune di Torino a registrare all’anagrafe il bimbo di due mamme.

Una storia incredibile e unica, per ora, nel suo genere. Abbiamo rivolto a Sara Dallabora alcune domande.

D: Quando siete andate a registrare all’anagrafe Ilaria, la vostra secondogenita, avete chiesto di poter dichiarare come è stata concepita? Cos’è previsto dalla legge nel caso di un bambino concepito non con un atto sessuale, ma con la fecondazione assistita eterologa con donatore di gamete maschile anonimo, praticata all’estero?

Sara: Scusami se risponderò in modo sintetico, ma devo stare dietro ai nostri due bambini! Certo, abbiamo chiesto di poter dichiarare il vero in proposito del concepimento di Ilaria già precedentemente via mail al Comune di Piacenza, ma ci è stato prontamente negata la possibilità. In Italia non è prevista una modulistica per la registrazione di bambini con la formula della fecondazione assistita: i comuni che lo fanno “forzano” la registrazione per una buona causa.

D: A fronte della dichiarazione “falsa” dovuta all’impossibilità di poter registrare sulla base della realtà vostra figlia, hai deciso di denunciare l’accaduto con la possibilità di avere ripercussioni negative nei tuoi confronti: cosa rischi?

Sara: Dichiarare il falso in atto pubblico è un reato penale, quindi… rischio! [La legge prevede la reclusione fino a due anni, ndr.]

D: Il vostro è stato un gesto di coraggio, cosa rispondi alle critiche di chi afferma che, così facendo, avete esposto i vostri figli a una pressione sociale difficile da sostenere?

Sara: I nostri figli non sono messi sotto pressione dai media, li preserviamo in tutti i modi. In ogni caso, stiamo facendo tutto questo perché possano avere i diritti che spettano loro, per migliorare il clima sociale, così da non dover temere più discriminazioni che già avvengono.

D: Se dovesse esserti comminata una pena per aver dichiarato il falso in un atto pubblico, come reagiresti?

S: Sarebbe mettere in croce una vittima del sistema. Spero proprio non accada!

D: Credi che quanto avete fatto voi vada replicato in altri luoghi in Italia?

Sara: Tutte le donne come noi che si sono trovate in questa situazione dovrebbero denunciare, fare questo gesto così potente. L’unione fa la forza!

D: Ti rivolgi alle donne nella stessa situazione: in caso di omogenitorialità maschile, invece, è diverso?

Sara: Per le coppie omogenitoriali di uomini è un po’ diverso, poiché hanno già un atto di nascita estero che l’Italia deve solo riconoscere e trascrivere. Lì la burocrazia e la legge sono più chiare. Per noi è complesso perché non abbiamo atto di nascita e dobbiamo farlo ex novo alla nascita dei figli.

Chiara Foglietta (D) e Micaela Ghisleni escono dal municipio di Torino dopo aver registrato all’anagrafe il figlio Niccolò Pietro, Torino, 23 Aprile 2018 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Davide Bastoni, presidente de L’Atomo Arcigay Piacenza – al fianco della famiglia di Sara insieme con Non Una di Meno Piacenza, Agedo Milano e Agedo nazionale, Ass. radicale Certi diritti e Arci Piacenza – ha così risposto alla domanda su dove risieda la responsabilità più grande per il fatto che i figli delle coppie omosessuali non abbiano accesso alle stesse tutele degli altri bambini: “Risiede nella politica che volta le spalle e fa finta di non vedere la realtà di tante famiglie i cui bambini hanno meno diritti degli altri. È arrivato il momento che si torni a parlare dei diversi tipi di famiglia esistenti e dei diritti che tutte le famiglie devono avere. Certamente – prosegue Bastoni – il clima culturale è sempre più cupo, in particolare a Piacenza, dove alcuni amministratori si sono contraddistinti per posizioni integraliste e antiscientifiche. Ma noi non molliamo e cammineremo a fianco di Sara e Irene fino al completo riconoscimento della loro genitorialità”.

Il riferimento agli amministratori integralisti è, verosimilmente, rivolto all’assessore Massimo Polledri, che si è contraddistinto in questi anni con azioni atte a rinforzare la discriminazione verso le persone LGBTQI. Il primo gesto dell’assessore Polledri, con delega del Comune di Piacenza “alla famiglia”, è stato promuovere e spingere per l’uscita del comune di Piacenza dalla rete RE.A.DY, affermando come siano stati “buttati soldi”, senza mai dimostrare quanti e quali fondi diretti e indiretti siano stati realmente impiegati dal comune in precedenza. Ha poi mantenuto la linea sostenendo il collega di partito di Pisa che bollò come “perversione” e non amore un bacio gay. Comportamento in linea con l’assidua partecipazione di Polledri, esponente della Lega, alle manifestazioni “anti gender” delle Sentinelle in Piedi, durante una delle quali è avvenuta un’aggressione nazista a un consigliere comunale di sinistra.

Al dì fuori del clima cittadino “particolare” di Piacenza, nel Paese, la situazione non è dissimile. Il discorso attorno alla genitorialità in Italia – non solo per quella omogenitoriale, s’intenda – è al palo dall’ultima riforma del diritto di famiglia del ’75, fatto salvo per la Legge 219/2012 “Riforma della filiazione” che ha eliminato i termini “figli naturali” “figli adottivi minorenni” e “figli legittimi”, in favore della definizione “figli”. La società italiana di oggi non si riconosce più totalmente nelle definizioni di famiglia, di genitori e di figli previste dalla vetusta legge attuale, poiché le società umane mutano indipendentemente dalle normative. Per questo, le leggi devono cambiare per potersi accordare con quanto accade nella società, nonostante le insulse resistenze provenienti da alcuni ambienti nostrani. La letteratura scientifica si è occupata di forme familiari diverse da quella composta da due genitori eterosessuali con figli procreati insieme, dando una lettura della realtà più ampia e completa. Il ché non significa negare l’esistenza storica e attuale delle famiglie composte da genitori eterosessuali (e sembra assurdo doverlo specificare), ma esplorare tutte le forme di famiglia e ammetterle come possibilità già esistenti.

Insomma: le forme familiari mutano nella storia dell’uomo da quando esistono le società, è compito dei legislatori tutelarne i componenti, riconoscendone i diritti e la legittimità. Ed è compito di chi elegge i propri rappresentanti fare pressione sul Parlamento, o scegliere rappresentati che abbiano ideali e valori illuminati sui diritti umani, civili e sociali delle persone.

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