Dai Pokèmon agli alieni: il nostro bisogno di vita non umana

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La mania per Pokémon Go potrebbe rientrare in un fenomeno collettivo più ampio: la speranza indomita di non essere soli nell'universo.

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La passione collettiva per il gioco dei Pokémon continua ad impazzare. Iniziano ad arrivare dal mondo le notizie dei primi incidenti dovuti allo distrazione indotta dalla realtà aumentata: è innegabile e sotto gli occhi di tutti la capacità che il gioco ha di catalizzare l’attenzione, di fagocitare le facoltà mentali dei giocatori. Ma com’è possibile che un giochino così semplice riesca ad appassionare tanto? E trasversalmente poi, persone di età molto diverse, compresi quelli che neppure conoscevano il cartone animato.

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Negli ultimi giorni ho avuto modo di parlare con alcuni amici artisti e queste conversazioni hanno attivato in me una serie di link per la lettura del fenomeno, che rintracciano un possibile significato della faccenda associando contesti differenti.

Cosa si cela dietro la passione collettiva per gli strambi esseri da recuperare in giro per la città?

Il successo degli animaletti mostruosi potrebbe essere l’espressione di una ricerca che nasce da alcune disillusioni, da alcuni fallimenti contemporanei. La delusione o almeno la noia per le relazioni umane – sia con gli altri che con se stessi – ma anche il fallimento della ricerca canonica del sovrannaturale, essenzialmente della fede tradizionale nel Dio delle Chiese.

Da questo misto di noia, abitudine e delusione pare nascere la voglia di dirigersi altrove – verso gli esseri virtuali o semplicemente non umani – col desiderio di un contatto con forme di vita diverse dalla nostra come per sanare i vuoti che pure nell’iper implementazione del web e nella possibilità dello scambio continuo di informazioni sono rimasti inappagati e forse anzi si sono fatti più abissali.

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Nel massiccio bisogno di incontro di forme di vita diverse da quella umana rientrerebbe già semplicemente l’intensificarsi delle pulsioni animaliste, di cui oggi spesso si parla. Il rinnovato legame affettivo nei confronti dell’animale e di tutto il “subumano” in generale, pare proprio testimoniare a favore di questa nuova direzione sentimentale.

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Una direzione sentimentale da cui deriva l’impegno animalista in senso stretto ma anche la grande ondata bio-vegan alimentare, con le derive ortoressiche e i loro eccessi di rigore e manie di controllo. Il bisogno di rafforzamento identitario passerebbe allora per questa ricerca di contatto col nuovo.

Ma c’è qualcosa di molto serio e importante che il rapporto con gli animali mette in circolo. L’aveva già visto Darwin, nel suo monumentale L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali.

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C’è un potenziale empatico molto ampio negli scambi emotivi con gli animali, che riporta alla radice della nostra corporeità, dell’incarnazione. Un’empatia differente da quella con gli esseri umani, in cui qualcosa si capisce e qualcos’altro no, in cui rimane un fondo costante di mistero, di domande inappagate, che perturbano e affascinano.

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Non sarà forse che cerchiamo in questi esserini di Pokémon Go una compagnia diversa, un vicinanza enigmatica esattamente come enigmatica è la vicinanza con cani, gatti, cavalli? Forse in qualche modo siamo desiderosi di quel margine di inspiegabile che ogni essere virtuale o quantomeno non umano porta con sé, quell’enigma – anche visivo, estetico – che nella nostra epoca web, dove le immagini si rincorrono mostrano e spiegano apparentemente tutto, latita.

Per non dire del nostro desiderio di non essere soli nell’universo, della speranza di altre, nuove, inedite forme di vita che rilancino l’esperienza. Forma da scovare, da cercare andando in giro e imbattendosi in questi esseri senza passato e senza futuro, senza parole e senza giudizio.

Abbiamo insomma questo enorme bisogno di magia e mistero, un bisogno antico, antropologico. Molte vie per appagarlo sono ormai state sbarrate. I rapporti sovraesposti, iper-intensificati su internet e sui social networks, l’incredulità della gente nella Chiesa, la quale da secoli ha ormai sostituito il potere e la politica col mistero, tutto ciò rende molto difficile soddisfare il bisogno di modalità affettive misteriose, inattese.

Non è forse nuovo questo bisogno del mistero, di essere portati altrove, via da noi stessi e credo che in parte possa spiegare sembra la controversa mania per il giochino da smartphone Pokémon Go. Un desiderio di nuove visioni, di nuova biologia, nuove morfologie che piombino all’improvviso in mezzo a noi, nei nostri supermercati, sui nostri marciapiedi. A dirci che non è tutto qui, che non abbiamo visto tutto, che qualche sorpresa è ancora possibile.

Pokemon Go – portami via – voglio una stella che sia tutta mia.

Jonathan Bazzi

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