Politica e gay: Gianpaolo Silvestri su caduta governo e DiCo

Abbiamo chiesto al senatore Gianpaolo Silvestri di dirci la sua opinione su cosa può avere portato, o perlomeno contribuito, alla crisi di governo. C’entrano forse i diritti alle coppie omosessuali?

ROMA – E se dietro la caduta, ufficialmente sulla politica estera, del Governo Prodi ci fossero le grandi manovre di un potere forte (il Vaticano?) che ha voluto impedire a ogni costo che nella Repubblica Italiana si potesse anche solo discutere in parlamento di estendere certi diritti civili alle coppie gay? È la teoria della ‘grande cospirazione’, che impazza sulla stampa nazionale e sulla quale Gay.it ha chiesto un’opinione al senatore Gianpaolo Silvestri, esponente omosessuale storico del movimento GLBT italiano (fu tra i fondatori di Arcigay), eletto con i Verdi/Insieme con l’Unione.

Senatore Silvestri che ne pensa della teoria della grande cospirazione del Vaticano, determinatissimo a impedire a ogni costo l’approvazione dei DiCo?

«Non è una novità, io è un mese che lo dico. Vorrei ricordare che l’inizio di questa crisi è stato attuato da senatori vicini a Prodi, senatori diniani, della Margherita che l’altra volta votarono la mozione della minoranza. Da qui si è innescato tutto un meccanismo che poi ha visto Vicenza, il rilancio della Tav in Piemonte e questa strana cosa per cui il governo voleva riferire al senato sulla politica estera, in queste condizioni. Io penso che dietro l’operazione vi sia il Quirinale, che sia stata preparata a tavolino e che sia un’operazione congiunta del filone filo-occidentale Atlantico, della Confindustria e sia del Vaticano, non per farlo cadere ma per far capire che dei Dico non bisognava più discutere, vedi il voto di Andreotti, che prima aveva detto sì. Tutto questo in contemporanea al dibattito sul partito democratico, con la famosa frase di Rutelli “Non tirate trappola corda”, la dice molto lunga. Io credo che sia stato in parte un incidente e in parte un’operazione politica voluta per allargare la maggioranza. Ieri infatti ho notato, tra le tante dichiarazioni, quella della senatrice teo-dem Binetti, che ha detto che adesso bisogna allargare la maggioranza e a questo punto di tolgano di mezzo i Dico che impediscono l’allargamento. Anche questo mi fa pensare a un’operazione a tavolino, non fatta da lei ma che comunque ci sia stata. Questo significa la tomba dei Dico, perché l’allargamento della maggioranza va evidentemente verso il centro. Non sarà ufficialmente detto no ai Dico, ma sarà reso impraticabile (se non mettendo nuovamente a rischio la coalizione) la questione. Io poi sono sempre ottimista e spero che comunque la politica cambia velocemente e che quindi si possa riaprire immediatamente il discorso, però la parola è al Parlamento: o si ritiene che questa sia una cosa fondamentale e importante, e allora ci si muove, o credo che i mezzi della politica in questo momento siano molto in difficoltà.»

Come pensa che potrebbe evolvere la situazione?

«Ci sarà credo un tentativo di riconfermare questo governo con un’impegnativa specie sulla fiducia e sull’Afghanistan, che potrebbe anche passare. Ma, considerando le defezioni che abbiamo avuto (De Gregorio e altri), senza un allargamento almeno di quattro o cinque senatori credo che ci siano difficoltà. Tutti noi vogliamo che Prodi vada avanti, il programma rimane sempre la nostra base, e credo che si possa fare, ma i problemi rimangono. Sui diritti, di cui i Dico sono la punta più avanzata della contraddizione, sulla questione della pace, con la finanziaria che ha quasi raddoppiato le spese militari, e poi l’equità sociale, col varco delle pensioni.»

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Per i diritti civili delle coppie omosessuali che fare?

«Il movimento e la comunità GLBT e le persone libere e democratiche di questo paese devono sapere che siamo a un empasse, cioè chi pensava che essendo stato messo nel programma, adesso avendo presentato il disegno di legge e tutto fosse a posto, sappia che dopo il famoso incontro in Vaticano è tutto da conquistare. Se lo si vuole davvero, se lo si ritiene una priorità. Servono ovunque e comunque iniziative culturali, di mobilitazione, di pressione e con, credo, una solidarietà tra chi è interessato a tali questioni, che sappia allargarsi a tutte le persone democratiche e diciamo laiche, anche cattoliche, di questo paese, e lo ponga con determinazione. Sapendo, lo dico a molti miei amici militanti storici in partiti importanti, che questo può voler dire anche una rottura ideologica e di fatto col proprio partito.» (Roberto Taddeucci)