POLIZIOTTI GAY, UN MONDO DA SCOPRIRE

Nel serial tv "Distretto di polizia" sembra facile. Ma cosa significa essere gay nei distretti veri? Siamo andati a indagare, abbiamo parlato con loro. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Tra i protagonisti della fiction "Distretto di polizia" c’è il poliziotto gay Luca Benvenuto, interpretato da Simone Corrente (clicca qui per la sua intervista). Nel corso della prima serie il ragazzo, pressato dalle attenzioni non solo professionali della collega Nina, decide di fare un coming out in piena regola, e si rivela. La voce si sparge tra i colleghi: qualche battutina ("Luca frocio? Una poliziotta in più…"), qualche domanda indiscreta ("Ma tra uomini com’è?") ma Luca continua a lavorare nella squadra e porta perfino il suo ragazzo al distretto. Ma nella realtà è davvero così? Quanto è attendibile la ricostruzione della fiction?

^SESSERE GAY IN DIVISA^s

Alessandro ha 29 anni, ed è in servizio in una sala operativa di Roma. Già da bambino portava con orgoglio la divisa da "Chips", ed è orgoglioso del suo lavoro. Non gli importa se le notti talvolta sono interminabili, o se deve fare i conti con menefreghismi e ristrettezze economiche. Per lui la divisa viene sopra ogni cosa. "Dove lavoro io – dice – ho individuato un numero tale di colleghi gay da poter formare una squadra di calcio, panchinari inclusi…". Ma i contatti tra di loro sono quasi inesistenti. Sguardi, sottintesi, ma nessun approccio diretto, per paura di una risposta negativa. Alessandro non ritrae un quadro negativo: forse il fatto di aver parlato chiaramente in famiglia della sua omosessualità e di avere una stabile situazione sentimentale lo rende più sicuro: "Solo un mio collega – dichiara – conosce i miei gusti sessuali; non ho altre amicizie tanto profonde all’interno del mio ufficio da esortarmi a parlare di me. Ma se ci sarà l’occasione, non la rifiuterò. Si parla talvolta di omosessualità, ma spesso in modo inadeguato. Mi spiego meglio: non con astio o spregio, ma semplicemente senza conoscere a fondo l’argomento, come di una realtà lontana, per molti versi inavvicinabile. Credo però che qualche anno fa sarebbe andata peggio: oggi i gay stanno dovunque, tutti se ne accorgono. Io noto rispetto nei loro confronti da parte dei miei colleghi, sentire parole fuori posto è davvero un’eccezione."

Marco, 26 anni romano, fa il poliziotto a Firenze. Non ci pensava, alla carriera da poliziotto: voleva solo evitare di perdere un anno a fare il militare non retribuito, e quando si è presentata l’occasione l’ha colta al volo. Però, con il tempo ha imparato ad amare questo mondo. Dice: "In famiglia non ho fatto coming out, non mi capirebbero, e anzi forse distruggerei un rapporto, specie con mio padre, molto intenso. In polizia tanto meno: il maschilismo c’e’, si sente e si vede. Quando anche per puro caso si parla di omosessualita’, vengono fuori insulti piu’ o meno velati, battute idiote. In piu’, se fai coming out rischi di essere tagliato fuori, insultato o forse anche minacciato, insomma smetteresti di vivere. Questa è la mia impressione, devo sottolineare che e’ solo una ipotesi. Ma fiutando l’aria e’ piu’ che probabile."

La pensa così anche Francesco, della Guardia di Finanza in Veneto: ha indossato la divisa subito dopo il diploma, a 18 anni. E crede in quello che fa, nella giustezza del suo lavoro. "Non ci penso nemmeno ad uscire allo scoperto – confessa – Ho paura di ritorsioni, di non essere accettato dai colleghi, di essere mandato via. Magari fosse come per Luca Benvenuto in "Distretto di Polizia". La realtà purtroppo è diversa: parlo per il mio reparto e per la mia situazione personale. Certo che in centrale si parla mai di omosessualità, ma non seriamente: le solite battute, per riderci su. Una volta ho provato a parlare dell’argomento: qualcuno ha risposto che avrebbe fatto volentieri una bella retata nei luoghi dove i gay si incontrano, locali e pub, in modo da fargli passare la voglia. Mi sono irritato, ho cercato di comprendere meglio quello che il mio collega voleva dire, casomai avessi interpretato male. Ma avevo capito benissimo, mi ha fatto pena sentire queste frasi, non so come si possa solo pensarle. Io non vivo la mia situazione come un disagio, ma sapere quello che la gente prova lo fa diventare tale. Allora mi sto zitto, e faccio finta di niente"

^SL’AMICO DEI PROSTITUTI.^s

Cosa succede quando la vita privata si scontra con la professione? Come ci si comporta quando il dovere ti impone di passare le notti in strada ad arrestare prostituti e clienti? Racconta Marco: "Sono operazioni di polizia che vengono organizzate ogni tanto dalle varie questure per arginare il fenomeno della prostituzione. Ne ho fatte molte, ho visto di tutto, sapessi quanti perbenisti o cosiddetti normali ho ‘beccato’, durante i pattuglioni, con trans e prostituti. Ma alla fine il problema non si vuole risolvere perche’ non si vogliono colpire le vere fonti di questo mercato squallido, ossia clienti e ‘papponi’."

Ma è Francesco a spiegare cosa accade quando ci si mette troppo in mostra in queste occasioni: "Ho partecipato ad un’azione combinata con la Polizia a Roma: nonostante le battute e gli atteggiamenti un po’ duri, ci siamo comportati più che bene. In certe situazioni ti devi far vedere forte e deciso, certe situazioni possono nascondere pericoli. Ma cerchiamo sempre di essere dei gentiluomini, di non spaventare chi ci troviamo di fronte. La maggior parte delle volte sono ragazzi che hanno paura, fuggono, si nascondono. Come quella notte in cui abbiamo visto una lite: ci siamo avvicinati come nostro dovere e abbiamo visto un ragazzo e un uomo più grande, il cliente. Che aveva pagato il ragazzo per certe cose ma poi voleva farne altre un po’ "eccessive": il ragazzo si era rifiutato. Il signore vedendoci è scappato e noi ci siamo fermati. Il ragazzo era ridotto abbastanza male, ma tutto sommato nulla di grave. Gli altri hanno pensato più a cosa fare in queste situazioni, al manuale, e non a chiedere al ragazzo come stava. Io mi sono azzardato ad interessarmi, era il mio primo servizio del genere, avevo appena finito il corso, e da quel giorno sonostato etichettato come "l’amico dei gay prostituti". Il ragazzo era più piccolo di me aveva all’epoca poco più di 19 anni ed era scappato di casa perché i genitori non volevano un figlio gay. Fino ad allora pensavo che queste storie si raccontassero in TV per parlare del problema, non che esistessero veramente. E’ stato allora che ho cominciato a pensare se dirlo o meno agli altri, soprattutto alla mia famiglia."

^SINNAMORATO DI UN COLLEGA^s

E l’amore in commissariato? Marco è talmente deciso a nascondere il suo orientamento sessuale che ogni tanto porta anche qualche ragazza con sé facendo credere che ci sia de tenero. Mentre Francesco dice: "Innamorato di un collega? No, ma infatuato si. Proprio in questo momento."

Ma cosa ne pensano i loro colleghi etero? Nel tentativo andato a vuoto di parlare con un alto in grado del distretto Tuscolano (quello a cui è ispirato "Distretto di polizia") mi ritrovo nella guardiola con un gruppetto di agenti che commentano l’inchiesta. Tra risate e ammiccamenti, scappa un "Qui puoi stare tranquilla che non ce ne sono!" E mi tocca tranquillizzare uno di loro che – forse visto il censimento nazionale in atto – mi chiede con aria diffidente e preoccupata se sono lì per vedere quanti poliziotti gay ci sono in commissariato. Comincio a pensare che non sarà semplice: mi fermo a parlare con un agente cortese e in vena di chiacchiere. "Ma credete davvero che qui non ci siano agenti gay?" Mi sorride, e improvvisamente serio – evidentemente l’allontanamento dal ‘gruppo’ incide sui comportamenti – mi dice: "Ma no, sicuramente ce ne saranno. Questo è un ambiente eterogeneo, magari non ne parlano, ma ci sono. È come andare a Milano: solo un terzo saranno del posto, ma il resto saranno tutti del centro-sud". Esempio forse poco calzante, ma a suo modo chiarificatore.

^SPAROLA DI ISPETTORE^s

Riesco a parlare con l’Ispettore Rapisarda, del Distretto romano di San Giovanni. In una conversazione informale di fronte ad un caffè al bar mi chiarisce qualche dubbio e mi dà la sua opinione personale. Secondo lui, l’omosessualità non dovrebbe essere un impedimento alla carriera in Polizia: il problema potrebbe sorgere dai singoli, in quanto si tratta di un ambiente di lavoro eterogeneo, fatto di uomini e donne con una propria personalità. Il pregiudizio o l’accettazione stanno quindi alla persona e non all’istituzione. Gli chiedo cosa farebbe se uno dei suoi agenti gli confidasse di essere omosessuale: "Per me non cambierebbe assolutamente nulla. Il valore di un poliziotto non si vede da questo. L’omosessualità non impedisce la capacità operativa, questo è certo. Discriminare questi poliziotti sarebbe una cosa ingiusta e cattiva." Ce ne fossero di ispettori così. Forse basterebbe iniziare a parlarne per migliorare le cose: a questo scopo è recentemente nato su Internet "Gay in divisa", (http://it.clubs.yahoo.com/clubs/gayindivisa) un sito che vuole mettere in contatto i rappresentanti delle forze dell’ordine per scambiare pareri, esperienze, e sollevare il velo su una realtà che vuol venir fuori, alla luce del sole.

di Lily Ayo

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