PRIDE: TUTTO BENE, MA…

Il direttore di Gay.it Alessio de Giorgi interviene nel dibattito che ha seguito le manifestazioni del Pride Milano 2001.

Vorrei fare, a quattro giorni da quella straordinaria manifestazione cui – per motivi tutti personali – non ho potuto purtroppo partecipare, alcune considerazioni in ordine sparso.

Prima considerazione.

Questa è stata una straordinaria manifestazione della quale dobbiamo innanzitutto ringraziare gli organizzatori. Alcuni di voi sanno che gay.it ha avuto dei problemi – anche seri – col comitato organizzatore; problemi che sono stati risolti col buon senso di tutti, all’ultimo momento e comunque solo parzialmente. Nonostante ciò, però, mi sento in grado di dire che quelle ragazze e quei ragazzi che, volontariamente e senza alcun compenso, hanno organizzato il Pride milanese sono dei "piccoli eroi" che hanno messo un tassello importante nel cammino della conquista di pari dignità e pari diritti della minoranza gay e lesbica italiana. Grazie.

Seconda considerazione.

Questo è stato il Pride che ancora più che quello romano di un anno fa ha sancito la nascita della comunità gay e lesbica italiana: una comunità di cittadine e cittadini, e non più solo di militanti delle associazioni. Mi spiego. A portare tanta gente a Milano non è stata né Arcigay, né le altre associazioni: sono solo tre infatti i pullman organizzati e diretti nella città lombarda, non a caso tutti e tre provenienti da regioni "rosse" (Emilia e Toscana). Di fronte a 150 militanti, gli altri 49.850 manifestanti ci sono venuti per i fatti loro, in auto o in treno. La manifestazione ha funzionato "a prescindere" dall’impegno delle associazioni. Ennesima dimostrazione che la centralità di Arcigay e dell’associazionismo sta venendo meno, di fronte all’avanzare della capacità dei media gay (riviste e internet) di parlare direttamente alla comunità. Che sia un bene o un male, sarà il tempo a dircelo: certamente è questo il fenomeno in atto, e male fa chi dentro l’associazionismo non si pone il problema di come – in modi tutti nuovi e tutti da scrivere – si riesce a coinvolgere davvero il "popolo queer".

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Terza considerazione.

Questo è stato conseguentemente il Pride meno politico che la storia ricordi. Non che non ci siano stati tentativi di strumentalizzazione, tutt’altro (leggi oltre). Ma la gente, il popolo omosessuale che vi ha partecipato lo ha fatto indipendentemente dall’appartenenza politica e lo ha fatto "per" – per ottenere pari dignità e diritti – e non "contro" – contro le destre, contro il Berlusca -. Lo dimostra il calore degli applausi agli interventi, inversamente proporzionale all’antagonismo dell’oratore; lo dimostrano i cartelli e gli slogan che sono passati; lo dimostrano infine le interviste fatte da tutti i media presenti e gli interventi nel nostro forum di chi c’è stato. Quella gente non urlava contro il Berlusca, ma cantava a squarciagola "It’s raining man" e "Vamos a bailar"…

Quarta considerazione.

Sembrerebbe fare a cazzotti con la considerazione precedente, ma non è cosi ed è realmente accaduto: questo è stato un Pride anche molto poco commerciale, nonostante le accuse – più o meno velate, più o meno esplicitate – che sono piovute sui "poveri" organizzatori. Vuoi per la mancanza di persone che si dovevano occupare di questo aspetto, vuoi per una certa ideologia anti-commerciale ancora molto forte in parte del movimento glbt, vuoi per difficoltà oggettive a mettere insieme tutti, vuoi per la diffidenza di alcuni locali verso tutto ciò che è politico…. i milanesi non sono purtroppo riusciti a superare una delle ultime anomalie italiane rimaste in tema di Pride e cioè la scarsa collaborazione tra locali e associazioni militanti. E’ proprio questo l’elemento che sta alla base della straordinaria forza che il Pride ha all’estero: da una parte, la capacità economica dei locali, interessati dalla vetrina offerta dal Pride e dal pubblico che questo porta, e quindi disposti ad investire i soldi per la macchina organizzativa; dall’altro la capacità delle associazioni di mettere sul piatto della politica nazionale i grandi numeri che anche grazie alla sinergia col mondo commerciale si riescono a fare (500mila persone a Berlino, 200mila a Parigi, 500mila a New York e così via). Da noi questo non è ancora possibile, e questa è ancora una debolezza da superare.

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Quinta considerazione.

Dicevamo della strumentalizzazione politica. Beh, c’è chi palesemente – e legittimamente – ci ha provato. Fa bene, è il suo mestiere. Fa bene il GLO – gruppo omosessuale dentro Rifondazione Comunista – ad uscire alcuni giorni prima del Pride con una sua piattaforma. Fa bene il CODS – gruppo gay dentro i DS – a fare altrettanto. Fa un po’ meno bene chi fa a gara per urlare dal palco contro il pericolo delle destre e di Berlusconi al governo, cercando di appropriarsi di una manifestazione che dovrebbe essere di tutti, e non di una sola parte politica. I gay lo sanno bene, ed infatti non è un caso che abbiano dosato gli applausi. Il problema è detto e stradetto: non si fanno gli interessi dei gay e delle lesbiche se si legano le nostre rivendicazioni ad una sola parte politica. Questo è l’errore che stanno facendo non solo – ed è legittimo – i gruppi gay dentro i partiti politici, ma anche Arcigay Nazionale – e questo è più grave -. Con la maggioranza di centro-destra bisogna ragionare ed occorre trovare punti di accordo almeno con quelle parti – e non sono così marginali – che sono disposte a dialogare con noi: definire, come è stato fatto dal palco da Arcigay, la "Casa delle libertà" con "Casa degli orrori" è un giochetto di parole che se era già discutibile in campagna elettorale, ora diventa una porta sprangata sulla strada del dialogo.

Sesta considerazione.

Beh, questa è un corollario della precedente. Che cosa c’entra il G8, l’antifascismo, i diritti dei lavoratori e l’aborto con la causa gaylesbica? Certo, sono temi importanti e quando non sono militante gay, me ne interesso e ne discuto anche animatamente. A Genova non ci sarò, e non perché non condivida le ragioni di chi manifesta. Ma non posso – come hanno fatto molti dal palco di Milano – tirar fuori questi temi e farne bandiera da militante gay. Non solo tenterei di strumentalizzare politicamente la manifestazione, ma distoglierei l’attenzione dei miei interlocutori – cittadini gay, militanti, politici – dalle nostre richieste e dalle nostre questioni e dividerei, anziché unire, la comunità omosessuale su questioni che non attengono direttamente al nostro orientamento sessuale. Dove sono finite le unioni civili? Dove il diritto del giovane gay ad avere una adolescenza serena? Dove la questione dell’Aids? Se ne è parlato davvero poco dal palco di Milano, presi come erano gran parte dei nostri oratori ad urlare contro le destre, contro il pericolo di Bossi al governo, contro la globalizzazione, contro i prossimi attacchi del governo di centro-destra ai diritti dei lavoratori. Lo so bene: c’è chi mi accuserà di essere uno sporco lobbista, un moderato ed uno che non guarda aldilà del proprio naso. Ebbene sì, lo sono. Credo che solo in tal modo si facciano gli interessi della comunità gay e lesbica: non è un caso che all’estero, dove probabilmente i muri di Berlino sono caduti da più tempo, la politica che sta pagando e portando risultati è questa e non un’altra. Ai gay non interessa fare la rivoluzione, interessa portare risultati concreti a casa. E’ tempo che le associazioni gay se ne accorgano. E sabato, tra il palco ed il pubblico, c’era un abisso.

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Alessio De Giorgi

Direttore di gay.it

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