Al ritmo della catastrofe: ci stiamo abituando al terrore?

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Orlando, Nizza, Berlino: le tragedie contemporanee non danno più il tempo di essere metabolizzate. Il ritmo degli eventi e della rete ci travolge: cosa stiamo diventando?

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Lo si sente dire in continuazione: non si capisce più niente, il mondo è fuori controllo, non c’è soluzione. La strage di Orlando e quella di Nizza, le violenze in Turchia, l’apocalisse ad Aleppo, ora Berlino: tutto si sovrappone, reclama attenzione. Ma la nostra attenzione, in quanto corpi fatti di carne e bisogni, è limitata. Anche di fronte al terrore. Le richieste delle cose che accadono – se sono troppe o troppo vicine tra loro – non possono essere soddisfatte.

Il mondo ha mutuato la velocità dalla rete, una velocità che, tocca ricordarlo, non è propriamente umana. O che quantomeno mette in crisi le facoltà umane. Una velocità artificiale, riprodotta e alimentata dal web, per cui succede troppo e si sa tutto. Ci troviamo al centro di una sincope percettiva senza soluzione di continuità. Questo probabilmente ci sta cambiando, sta alterando il modo in cui noi – corpi sensibili – percepiamo e metabolizziamo i fatti. Se è vero che siamo diventati quasi onniscienti riguardo alle cose che succedono, siamo anche però sempre più impotenti.

Una delle grandi alterazioni che la contemporaneità attua riguarda il rapporto tra presente e futuro. Il futuro è inimmaginabile, assente, non c’è il tempo di pensarci su. Si sta schiacciati su un unico, grande presente, nel quale ci si sposta, involontariamente, con link atemporali che portano l’attenzione da un punto all’altro, freneticamente. Lasciando indietro spesso cose che meriterebbero di più di quel che il ritmo della catastrofe consente. Bambini travolti, storie spezzate, creature dilaniate. La coscienza delle cose che accadono non ha lo spazio necessario per maturare, le cose si susseguono rapidissime, come l’aprirsi delle pagine nel web. Che si rinnovano senza trattenere niente. Se ne apre una, poi un’altra, poi un’altra ancora.

Il senso delle tragedie, è bene ricordarsene, è la loro eccezionalità. Una tragedia altera la normalità, presenta un affronto, qualche volta insopportabile. In ogni caso inatteso o almeno insolito. Ma quando le tragedie si susseguono con questo ritmo, con il ritmo che stiamo sperimentando in questi giorni, cosa accade? Il sociologo Georg Simmel già aveva intravisto, all’inizio del ‘900, questo tipo di dinamiche. Lui ne parlava in riferimento alla nascita delle prime metropoli, ma il nucleo del discorso tiene ancora. I continui stimoli, i rumori, gli urti, i picchi, gli shock alterano la sensibilità. La corporeità umana tende allora a difendersi, innalza la soglia. Si inizia a sentire meno e per arrivare a essere scossi servono stimoli via via sempre più forti.

Non sarà questo meccanismo protettivo, legato al nostro bisogno di star bene, di continuare a vivere tranquillamente le nostre vite, un ostacolo per la strategia del terrore dei nemici dell’Occidente? Il nostro edonismo, che ci abitua a sentire meno per andare avanti, è probabilmente un elemento imprevisto dagli ideologi islamisti che usano gli attacchi per spaventarci. Un edonismo che forse loro non conoscono e che porta a domandarsi se, al continuare degli attacchi, le persone hanno più o meno paura. Il diminuire della paura (e il suo esito antropologico) è l’ipotesi, certo inquietante, su cui sto cercando di soffermarmi.

Non sarà forse che il terrorismo, più che spaventarci, ci sta rendendo più avvinghiati alla vita e in questo senso insensibili al dolore degli altri? È già sotto i nostri occhi: iniziano a dilagare in rete formazioni ciniche che infettano e contaminano la vita quotidiana. Vita vincit omnia, la vita deve andare avanti. Ci si abitua a tutto. Giusto per restare ai fatti di casa nostra, in questi giorni ultimi giorni hanno colpito e indignato i messaggi e i commenti dei fan del reality di Canale 5, Temptation Island, che si sono lamentati perché per la seconda settimana di seguito il loro show preferito non è andato in onda. Come se la Puglia prima e Nizza poi fossero solo due spettacoli tra gli altri, che ci arrivano davanti agli occhi indesiderati, al posto del nostro programma del cuore.

Per non dire poi del gusto per il commento sui social, accesissimo anche quando certo non si sa alcuna lettura illuminata delle cose. Dire per essere visti. Il dolore degli altri, esibito, esposto, rappresentato sembra essere ridotto alla mera occasione per mettersi in mostra. Spararla grossa, addirittura dileggiare i morti, è l’esito ultimo di una gran voglia di essere al centro. A qualunque costo.

Internet non è solo velocità. È anche disinvoltura, disimpegno, gesto facile, sprezzatura. Così come si clicca, si spara un commento. Poco pensato, irriverente, volgare? Chi se ne frega, tanto dura poco, dura niente. Siamo già oltre. Ancora vivi, sì, ma diversi da prima. Sulle strade restano i morti, i passeggeri, i turisti, i soldati. Noi siamo qua, dove eravamo prima, ma forse già completamente mutati.

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