Punì il bullo omofobo con umiliazione. Prof condannata

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Fece scrivere all'alunno "sono un deficiente" dopo che aveva deato del "gay" a un compagno di classe. L'insegnante di Lettere, 60 anni, oggi in pensione è stata condannata...

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Costringere un alunno di undici anni a darsi per cento volte del deficiente è un modo di agire "particolarmente afflittivo e umiliante, trasmodante l’esercizio della funzione educativa" dell’insegnante, che legittimamente può punire il ragazzino per comportamenti scorretti, ma non sanzionandolo platealmente "davanti alla classe", imponendogli di "insultarsi". Lo sostiene la terza sezione della Corte d’appello di Palermo, nella motivazione della sentenza con cui, il 16 febbraio scorso, ribaltò l’assoluzione di primo grado nei confronti di Giuseppa Valido, condannandola a un mese di reclusione.

L’insegnante di Lettere, 60 anni, oggi in pensione, diventò "celebre" per avere fatto scrivere a un alunno della scuola media "Boccone" del capoluogo siciliano, sul quaderno, per cento volte, la frase "sono un deficiente". Il ragazzino, che frequentava la prima media, era stato accusato di bullismo, perche’ aveva dato del "gay" a un compagno di classe. All’umiliazione dunque la prof aveva risposto con l’umiliazione: il ragazzino aveva dovuto portare a casa il quaderno e farlo firmare ai genitori. Il papà rispose però in malo modo all’insegnante e portò il figlio dagli psicologi, che presentarono una denuncia, facendo aprire il caso.

Nella motivazione, in tutto 33 pagine, il giudice Gaetano La Barbera ricorda le pesanti conseguenze psicologiche, con brutti sogni e il terrore di incontrare la prof per strada, patite dal ragazzino e riscontrate dagli psicologi. Cosa che portò il padre a trasferire il figlio in un altro istituto. I giudici di appello non condividono nemmeno la circostanza che l’alunno protagonista dell’episodio fosse un bullo: la stessa Valido dava di lui giudizi positivi e i magistrati scrivono che "il minore aveva una personalità che non presentava alcun tratto negativo e non necessitava di interventi particolarmente rigorosi". L’imputata, secondo la Corte, si è resa responsabile di "abuso dei mezzi di disciplina". La Corte, pur scrivendo che il bullismo si deve "prevenire e contrastare con interventi tempestivi", non avalla una "risposta educativa sproporzionata rispetto alla gravità del comportamento deviante e che in ogni caso" non può sfociare "mai in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica e particolarmente afflittivi della personalità del minore".

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