Quando sui trans l’Italia era la prima della classe

La nostra era la legislazione sulle persone trans fra le più avanzate. Ma il caso Marrazzo ha fatto emergere l’arretratezza culturale. Con un convegno, Rete Lenford riflette sulla legge 164.

L’appuntamento è per il 26 novembre, a Bergamo, quando Rete Lenford, il network nazionale degli avvocati che si occupano della tutela giudiziaria delle persone lgbt, terrà il suo convegno sull’identità di genere nell’ordinamento italiano. Un tema più che mai di attualità non solo per i casi di transfobia ma anche per l’arretratezza culturale che il caso Marrazzo ha fatto emergere. E dire che l’Italia era il paese con una delle legilsazioni in materia fra le più avanzate d’Europa, come ci spiega l’avvocato di Rete Lenford Maria Grazia Sangalli.

Sembra incredibile, oggi, pensare che il nostro ordinamento sia relativamente avanzato per quanto riguarda le persone trans. La legge parla della riattribuzione del sesso e del percorso di transizione…

Indubbiamente sì, la legge n. 164 del 1982 consentì all’Italia di collocarsi tra i Paesi europei giuridicamente più avanzati in materia di rettificazione del sesso. Ci avevano preceduto solo la Svezia nel 1972 e la Germania nel 1980. Il corollario è il diritto all’identità sessuale e il riconoscimento del fatto che a formare l’identità sessuale di un individuo non sono solo i caratteri sessuali esterni ma concorrono un insieme di fattori fisici, psicologici e sociali. Oggi tuttavia la legge del 1982 necessiterebbe di un profondo aggiornamento e di misure di completamento dell’originario progetto, perché non tiene in alcun conto l’identità transgender che non è né maschile né femminile.

 

Cosa rese possibile, all’epoca, la stesura di norme a tutela del percorso di transizione?

In sostanza la legge consente l’attribuzione con sentenza del nuovo sesso e quindi del nuovo nome, al termine di un iter che prevede prima l’autorizzazione giudiziale all’intervento medico-chirurgico di adeguamento dei caratteri sessuali e in un secondo momento l’ordine rivolto all’ufficiale dello stato civile di modificare gli atti anagrafici. Prima che venisse approvata la legge già alcuni Tribunali autorizzavano, sulla scorta di una interpretazione estensiva delle disposizioni del codice civile, il cambiamento di attribuzione di sesso, e tuttavia non era possibile, in virtù di queste norme, ottenere anche la rettificazione dei documenti anagrafici. La questione venne rimessa alla Corte costituzionale che optò per un’interpretazione restrittiva delle disposizioni, e solo la strenua battaglia dei movimenti transessuali convinse il Parlamento ad affrontare la questione. In quel caso il legislatore si dimostrò all’altezza della situazione.

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Cosa manca, invece, nell’ordinamento? Cosa non è stato previsto dal legislatore e che invece chiedono le persone transgender?

Gli interventi giurisprudenziali successivi all’approvazione della legge n. 64 hanno consentito un’evoluzione interpretativa della legge. Ad esempio, è stato ritenuto legittimo il ricorso per la rettificazione di sesso anche quando l’intervento chirurgico di adeguamento sia stato effettuato all’estero. O ancora, nel caso di rettificazione da femmina a maschio è stata ritenuta conforme la sola rimozione dei caratteri sessuali originari e non anche la ricostruzione dei caratteri sessuali del sesso maschile. Tuttavia il movimento transessuale contesta la necessità del trattamento medico-chirurgico per poter modificare gli atti di stato civile e i documenti relativi. L’intervento chirurgico di riassegnazione è uno strumento eccessivamente lesivo dell’integrità fisica e della dignità umana quando la persona lo rifiuta pur desiderando ottenere il riconoscimento giuridico della propria vera identità. Si tratta di una questione che segna la civiltà di un Paese e la tutela delle libertà fondamentali e che in altri Paesi è stata risolta eliminando l’obbligatorietà dell’intervento chirurgico. Non va dimenticato che esiste un vivace dibattito internazionale sulla depatologizzazione del transessualismo che non sappiamo ancora in cosa si concretizzerà, ma che è necessario approfondire e far crescere anche in Italia.

Infine voglio ricordare che molto c’è ancora da fare nel nostro Paese per i bisogni delle persone trans in tutto il percorso della transizione: le istituzioni pubbliche e i datori di lavoro privati vanno sensibilizzati e spinti a concorrere alla sua miglior riuscita. Per esempio consentire l’utilizzo del nuovo nome sul libretto universitario oppure sul badge aziendale è una misura minima ma importantissima per le persone in transizione. Ci sono casi in cui questo si fa e dovrebbero farlo tutti. Vi sono ancora problemi sotto il profilo sanitario, in particolare relativi ai costi non coperti dal servizio sanitario nazionale: penso in particolare agli ormoni che nella maggior parte dei casi le persone devono pagarsi.

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Serve inoltre un sforzo regolamentare della pubblica amministrazione che provveda a risolvere tutte le difficoltà post- riassegnazione: dai titoli di studio su cui modificare il nome agli atti di proprietà, passando per tutti gli altri registri pubblici e privati esistenti. L’elenco purtroppo sarebbe ancora lungo.

 

Ci sono degli esempi di buone pratiche legislative a livello locale?

La legge della regione Toscana sicuramente ha rappresentato un buon esempio di legislazione attenta ai bisogni delle persone trans e la sua correttezza è stata anche confermata sul punto dall’aver superato indenne le forche caudine del giudizio della Corte costituzionale. Vi è anche la legge ligure contro le discriminazione del 2009, su cui la Corte costituzionale dovrebbe esprimersi a brevissimo, che contiene misure a favore delle persone trans.

Il problema più grande rimane quello dell’accesso al lavoro e su questo fronte bisogna concentrare molti sforzi. Su questo fronte appare meritorio l’impegno che nell’ultimo periodo ha profuso l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali, presso la Presidenza del Consiglio.

Tuttavia, nell’ultimo anno il caso Marrazzo ha scoperchiato nel Paese l’esistenza di un enorme problema culturale, insegnando quanto poco rispetto vi sia per la dignità e la vita delle persone trans. E’ importante ripartire da qui per lo sviluppo di buone pratiche, non solo legislative, che ritroviamo in pochi contesti locali. Aumentare le possibilità di lavoro per le persone transessuali sarebbe un buon inizio in un cammino difficilissimo.

 

Quali sono le iniziative di Rete Lenford in cantiere per le persone trans?

Il convegno che abbiamo organizzato a Bergamo per il prossimo 26 novembre è un momento importante di formazione e di riflessione sulle esperienze applicative della legge 164. Speriamo ci sia anche spazio affrontare il tema delle modifiche che si potrebbero apportare in un’ottica di maggiore tutela dei diritti della persona e della salute. Si tratta di un occasione per sensibilizzare la classe forense e tutti gli operatori del diritto verso una crescita di conoscenza e consapevolezza delle persone trans. Il nostro obiettivo è quello di aiutarli ad acquisire tutti gli strumenti utili per svolgere bene il loro mandato nel caso in cui si trovassero a ricevere richiesta di assistenza da parte di queste persone, ma, soprattutto, vorremmo che tra questi strumenti ci fosse anche una grande umanità, una conoscenza di tutto il travaglio della transizione anche nei suoi aspetti medici. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bergamo hanno riconosciuto la valenza di questo nostro impegno rispettivamente accreditando il convegno come momento formativo per gli avvocati e patrocinando l’evento. Ci è sembrato importante l’organizzazione di questo convegno nel mese di novembre, durante il quale ricorre la giornata del TDOR, dedicata alla memoria di tutte le persone transessuali alle quali la violenza cattiva e insensata di altri esseri umani ha portato via la vita. Speriamo che anche la nostra iniziativa possa essere a suo modo utile a porre termine a tanta barbarie.

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Inoltre, stiamo studiando l’opportunità di sollevare casi giudiziari per affermare il diritto delle persone transgender di vedere modificati i loro atti anagrafici senza essere obbligati ad una previa riattribuzione chirurgica del sesso.

Infine, abbiamo proposto ad alcune Università di adoperare quello che abbiamo chiamato “modulo di identità in transizione” per tutte quegli studenti o quelle studentesse che non avendo ancora la possibilità, o non avendo l’intenzione di modificare i loro dati anagrafici, vivono un’identità di genere differente rispetto al sesso biologico annotato sui loro documenti anagrafici.

Cosa: L’identità di genere nell’ordinamento italiano

Quando: venerdì 26 novembre dalle 14.30 alle 18.30

Dove: Bergamo, Facoltà di Giurisprudenza, Sala Serio Galeotti, Via dei Caniana, 2

di Daniele Nardini