RAPINE AL BATTUAGE

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Con la calura estiva, i "bravi ragazzi" in vacanza e i corpi in bella mostra, il sesso all'aperto può essere uno diversivo invitante. Basta non essere aggrediti…

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“Ci vediamo alle 9 per una pizza?”. “Meglio domani, stasera vado a Brescia a farmi derubare”.
Non è una bufala: per una nicchia di frequentatori di battuage, più dell’amplesso è eccitante l’atmosfera. Anche quando, nel buio di una stradina isolata, sbuca fuori un coltello e la marchetta da cui si cercavano 10 minuti di amore prêt-à-porter si rivela un violento rapinatore.
Una nicchia, dicevamo. La maggioranza, invece, mantiene un più comprensibile istinto di autoconservazione. Per chi è solito recarsi in parchi e pinete al chiaro di luna, le esperienze dirette (o raccontate) con la delinquenza rappresentano il maggiore freno al divertimento in camporella. Le storie di pestaggi, rapine o, quando si è fortunati, furti con destrezza, sono l’altra faccia della medaglia.
Osvaldo
Cerchiamo di scoprirne di più con Osvaldo (nome di fantasia), un distinto signore di mezza età con l’hobby delle marchette, “più per conoscere le loro storie che per farci sesso”. Epigono del Virgilio dantesco, il nostro amico ci aiuta a completare il puzzle delle marchette. Lui, nei tre punti strategici di Milano (parco Nord, Ortomercato, piazza Trento), conosce tutti, saluta con disinvoltura i ragazzi e scherza con ognuno. “Ho avuto rapporti sessuali con una minima parte di loro. Potrebbero essere miei figli e così li vedo: li aiuto a vivere in modo più dignitoso, magari presentandoli a un amico con un bar, se sento che cerca camerieri”.

Il nostro tour milanese parte dal parco Nord. Mentre camminiamo Osvaldo ci spiega che lui non ha paura, ma che una volta è stato aggredito. “Nulla di troppo violento – dice – me la sono cavata con un paio di schiaffi e una lama alla gola. Conoscevo il ragazzo di vista. Era un romeno con un sacco di casini. Sapevo non mi avrebbe mai accoltellato. Lo denunciai comunque. Adesso è in carcere. Al processo eravamo in tre. Ma di rapine ne aveva fatte molte di più”. Certo, con maggiore visibilità per i gay, si avrebbe meno vergogna a denunciare le rapine. “Più aumenta l’accettazione sociale dell’omosessualità, più diminuisce la ritrosia a recarsi in questura. Soprattutto nelle grandi città”. Dove si assottigliano anche le chance per i ricatti: “Fino a una decina di anni fa, alcuni ragazzi di vita non si facevano pagare. Cercavano di diventarti amico. Salvo poi, una volta che sapevano tutto di te, ricattarti ed estorcerti denaro per tacere con la tua famiglia. E le migliori vacche da mungere erano i padri di famiglia insospettabili”.
«Ognuno prende quello che gli serve»
Osvaldo insiste. È convinto che sia la certezza di farla franca ad aumentare le aggressioni: “Ero con due amici in via Sammartini, loro qualche passo avanti e io più dietro. Mi si è avvicinato un ragazzo dell’Est, domandandomi una sigaretta. Non ho fatto in tempo ad estrarla, che mi ha strappato di mano il pacchetto, andandosene come se nulla fosse. Sono rimasto impietrito. Non feci nulla: chi si prenderebbe la briga in piena notte di recarsi a un commissariato per il furto con destrezza di otto sigarette?”. Così, poco per volta, cresce l’idea che qualunque prevaricazione la passerà liscia e si iniziano a sottrarre soldi ed effetti personali con la medesima disinvoltura con cui si raccolgono le sigarette ad un self service automatico. Ognuno prende quello che gli serve. Vale per Gaetano, 22 anni, arrivato a Milano lo scorso novembre da Napoli. L’unico che al parco Nord ci abbia detto qualcosa di rilevante (perché conosceva bene Osvaldo): “I clienti li rubo tutti. Tanto non mi ritornano la seconda volta”. I tempi faraonici dei processi ci mettono del loro, poi, a rafforzare l’idea che il crimine verrà affossato.
Non aiuta nemmeno il tessuto sociale delle marchette.
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Chi sono?
Non aiuta nemmeno il tessuto sociale delle marchette. “Il racket con gli uomini è meno vistoso di quello con donne e trans, ma esiste, soprattutto con gli extracomunitari”, dice Osvaldo. Spesso privi di documenti, i ragazzi temono più di tutto di essere rispediti a casa. “E il paradosso è che quasi sempre i loro aguzzini sono pure clandestini”.

In 9 casi su 10, chi si prostituisce per strada è al livello minimo dell’attività. Con meno ‘garanzie di sicurezza’ di chi usa come base saune o cinema porno. Ha una scolarità di solito più bassa, a livello di semianalfabetismo, di chi riceve in ‘studio’. Osvaldo spiega con competenza come per un clandestino la logica sia quella del nomade, assai più che quella dell’imprenditore: raccattare il più possibile in poco tempo: “Rischia il tutto per tutto, spacciando, o compiendo furti su commissione nelle abitazioni. A differenza degli escort con appartamento, i prostituti da strada sono inseriti in una rete di delinquenza su più fronti”.
Già, ma da quali Paesi vengono? “Quando avevo trent’anni c’erano soprattutto ragazzi del Sud Italia. Erano molti di meno e quelli che lo facevano apertamente venivano infamati dagli stessi che li frequentavano”. Con la caduta del Muro di Berlino si è avuto il boom dai Paesi ex comunisti. Rumeni soprattutto. Provenienti da una cultura di machismo esasperato, per lo più eterosessuali rigidi, se non omofobi. “Si sono sciolti col tempo. Poi c’è stata l’ondata dei Maghrebini. Anche loro frenati da un’educazione con poche deroghe. Ma decisamente più maliziosi, superato il primo impatto. Adesso si trovano tantissimi Sudamericani: Brasiliani e Peruviani, non più transessuali, ma ‘maschi’. Piacciono molto per la loro natura polisessuale e fantasiosa”.
E gli Italiani?
E gli Italiani? “Alcuni li trovi per strada. Ma ricevono soprattutto in appartamento, come del resto molti Sudamericani. I nostri connazionali sono quelli che in teoria hanno più da perderci. Per un extracomunitario senza documenti è facile spacciarsi come Claudio, Florin, Angelo, dando un nome diverso ogni volta che si viene controllati”.
Per un Italiano è diverso: la lingua non aiuta a mascherarsi. Alcuni nemmeno si prostituiscono per necessità. Come Roberto, saltuariamente in esposizione in piazza Trento. Al “lavoro” ci arriva in berlina, regalo di maturità dei genitori, entrambi professionisti della Milano bene. “I soldi non mi mancano. Anzi quando i clienti mi pagano, li spendo in fretta per capricci, come se me ne volessi disfare. È il brivido del sesso veloce a scuotermi. E poi mi piace l’idea che qualcuno mi consideri tanto bono da pagarmi”.
Per gli altri italiani, fare marchette serve per mantenersi. E il crimine può aumentare le entrate. Molti si sono evoluti: meno episodi violenti, più destrezza, se non una vera e propria associazione a delinquere. “Si dice di un Italiano, presente con annunci su riviste e siti specializzati (dei quali non forniamo link, per evitare accuse di favoreggiamento! Ndr) coinvolto in furti su commissione. Il meccanismo è semplice: consuma i suoi rapporti a casa della vittima. Dopo qualche settimana, proprio mentre si esibisce come cubista in una discoteca milanese blasonata, l’appartamento del cliente viene ripulito. Il ragazzo ha l’alibi di essere stato visto da centinaia di persone, ma diverse persone sospettano che fornisca piantine o indicazioni sulla casa da spogliare ad alcuni complici”.
La lista degli aneddoti snocciolati da Osvaldo è chilometrica: marchette italiane ed extracomunitarie, clienti anonimi e famosi. Come quel noto showman televisivo, invaghitosi di un ragazzo di vita rumeno. Un tira e molla durato diversi mesi, fra furti, riconciliazioni e nuovi furti. Conclusosi con la casa romana dello showman ripulita di tutto punto. Con le marchette non c’è da rilassarsi: anche i ricchi piangono.
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di Matteo Bandini

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