Reality AIDS

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L'esempio di Pedro, morto dopo un reality nel quale si era dichiarato sieropositivo. E poi gli spot francesi. Perché il virus deve fare paura prima, non dopo.

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Nonostante le correnti dissidenti la maggior parte degli scienziati ritiene che la sindrome da immunodeficenza aquisita (in inglese Aquired Immuno Defiency Syndrome, ovvero l’AIDS) sia causata dal virus HIV (Human Immunodefiency Virus). Si tratta di un retrovirus (in parole povere si riproduce "retrovertendo" alcuni processi cellulari) che prolifica disintegrando le cellule del sistema immunitario (cioè i globuli bianchi). Così il malato non riesce più a contrastare la degenerazione cellulare (che provoca i tumori) e le infezioni altrimenti banali (causate da batteri, funghi, protozoi o altri virus),  che si aggravano fino a causarne la morte.

L’HIV (i cui effetti possono essere solo tamponati, e non debellati) vive negli umori sessuali e nel sistema circolatorio, quindi ogni forma di contatto fra queste sostanze (anche tramite micro abrasioni) è potenzialmente rischiosa. Considerando la diffusione esponenziale del virus, e considerando la propensione della nostra specie ai rapporti sessuali (nel regno animale siamo al terzo posto dopo gli scimpanzè e i delfini), è abbastanza evidente che il miglior modo per contrastare l’epidemia rimane il sesso sicuro e il monitoraggio costante tramite il test.

Il problema nasce quando l’informazione su questi temi si scontra con la cultura sessuofoba di certi paesi, cioe’ quelli in cui il sesso è ritenuto ancora un atteggiamento morale, una competenza individuale o, peggio ancora, un’arma religiosa e politica. In queste realtà il virus progredisce più facilmente che altrove e a farne le spese è la società nel suo insieme.

Alcune nazioni sono riuscite a combattere la disinformazione meglio di altre, ma certe campagne di sensibilizzazione in grande stile sono solo il riflesso di movimenti culturali più ampi, in cui il tema dell’AIDS ha avuto un grande rilievo multimediale. Può essere indicativo il fatto che due recenti campagne informative in 3D realizzate in Francia dall’associazione AIDES (e dedicate rispettivamente ai gay e agli etero) siano state fatte girare persino sul canale ufficiale del Parlamento Francese.

Sul fatto che l’Italia sia molto indietro dal punto di vista delle campagne di prevenzione c’è poco da aggiungere, quello che però fa riflettere è l’insufficienza dell’informazione e ancora oggi i pregiudizi che circondano le persone contagiate dall’HIV sono numerosi, e in un certo senso da noi vengono addirittura legittimati dall’atteggiamento dei media. Basta confrontare il mondo dei reality italiani con quello statunitense, ad esempio. Nel 1994 MTV USA aveva realizzato un reality dal titolo "The Real World", in cui i concorrenti non dovevano cimentarsi in prove surreali vivendo situazioni inverosimili, ma semplicemente dovevano coabitare per qualche mese, confrontando le loro vite. Fra questi spiccava Pedro Zamora, un ragazzo gay di 22 anni, sieropositivo da quando ne aveva 17. Non si trattava di una persona infelice: era un attivista impegnato, era un ragazzo sereno e con tanti amici e aveva un boyfriend con cui aveva deciso di sposarsi simbolicamente proprio durante "The Real World".

Poco tempo dopo la conclusione del reality Pedro fu ricoverato d’urgenza, morendo circondato dall’affetto di chi gli voleva bene, dopo essere diventato un caso nazionale e aver fatto conoscere a milioni di americani l’AIDS per quello che è: una malattia che non può e non deve avvilire nessuno. Pedro aveva dimostrato che i malati di HIV sono degli esseri umani come gli altri e come tali possono vivere e relazionarsi. Dopo la sua morte sono nate non meno di cinque associazioni che portano il suo nome e Judd Winik, uno dei concorrenti di "The Real World" con cui aveva fatto più amicizia,  gli ha anche dedicato un fumetto ("Pedro and Me"), davvero toccante e pieno di sentimento (e ovviamente inedito in Italia). In Italia è la produzione stessa dei reality che sottopone gli aspiranti concorrenti al test HIV, per evitare che fra di loro ci sia anche solo l’ombra di un sieropositivo. Forse anche questo vuole dire qualcosa.

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