Ricatta il prete con cui ha avuto una relazione: condannato

Un romeno estorce denaro a un prete con cui ha avuto una relazione, minacciando di recapitare al vescovo una foto-scandalo che lo ritrae con i pantaloni calati. Condannato per estorsione

Milano – La castità è una prova durissima e molti preti non riescono proprio a cedere ai richiami della carne. Di fatti del genere ne son successi in quantità, eppure ancora fanno – giustamente – notizia. Ecco che un altro sacerdote, a causa di una relazione omosessuale, sale così alla ribalta delle cronache. L’infrangere il voto di castità (tra adulti consenzienti) forse sarà un reato per la morale cattolica, ma di certo non lo è per la legge dei tribunali che invece, preti o non preti, condanna l’estorsione. Questa vicenda è accaduta  nella vicina Cremona e la apprendiamo dal quotidiano locale di Crema e Cremona: La Provincia.

Leonard Tanasie, romeno di 25 anni, ieri è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di reclusione, scesi a 2 anni e mezzo con l’indulto, e alla multa di 700 euro per estorsione e tentata estorsione, con l’aggravante di aver commesso il fatto ai danni di un ministro del Culto. La sentenza è stata emessa dal presidente Grazia Lapalorcia alle 17.45, dopo mezz’ora di camera di consiglio. Il pm Francesco Messina aveva chiesto che Tanasie fosse condannato a 3 anni e 8 mesi per un reato, l’estorsione, «già di per sé odioso, ma ritengo il fatto piuttosto grave e antipatico. Qui la minaccia è odiosa, perché ha sfruttato la debolezza sessuale del prete». Ed ecco il fatto, anzi due. Una volta Tanasie, che al prete si presentò come Gilberto, si fece dare dal sacerdote 7800 euro per l’acquisto di un’auto, un’altra volta provò a farsi consegnare 10mila euro, ma nel giorno dell’appuntamento, terrorizzato dai ricatti e dopo aver chiesto consiglio al vescovo, il sacerdote andò in questura a denunciarlo.

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Ai poliziotti raccontò della foto scandalo e delle minacce, non del rapporto omosessuale. Lo dovrà invece confessare al processo a porte chiuse per tutelarlo dallo scandalo. «Il prete aveva instaurato una relazione di carattere omosessuale. C’è una qualche ritrosia nel dirlo. Parla di qualche bacio, di un abbraccio, di un qualcosa che andava al di là dell’amicizia. Alla fine lo fa capire chiaramente». Da qui è partito il pm Messina per riassumere «il racconto coerente, ricco di dettagli e di particolari» del sacerdote, cacciatosi in una situazione «indubbiamente compromettente». Un bacio davanti al presepe, poi i vestiti che cadono e il ricatto di una foto che non si troverà mai. Ecco la storia-scandalo, cominciata sul finire del 2005, quando ogni domenica, dopo la messa delle nove del mattino, Gilberto, muratore senza lavoro, con moglie e tre figli da mantenere, si presentava in parrocchia e chiedeva l’elemosina e ogni volta, il prete gli allungava 50 euro e cibo. Tanasie si offrì di tinteggiare l’aula del catechismo e si guadagnò 150 euro. Sotto Natale, si presentò in oratorio. Il prete stava allestendo il presepe e davanti a Gesù bambino, i due si abbracciarono e si «scambiarono attenzioni».

Il don allungò del denaro e poi ci fu un bacio. «Un bacio malizioso» confesserà il prete in aula. Tanasie dirà che dopo quel bacio, «il prete mi chiese di salire in bagno dove mi propose di fare atti sessuali, che io feci, ricevendo 130 euro». Seguirono altri due incontri, finché il 13 gennaio, il romeno bussò a casa del prete: vi entrò con la forza, spinse il sacerdote sul divano e gli disse di calarsi i pantaloni. Lo fece anche lui, poi, con una macchina fotografica di quelle usa e getta, scattò la foto a tradimento. E si procurò l’arma del ricatto. Tanasie pretendeva soldi per acquistare un auto: «Devo comprarla a uno zingaro, a cui ho sfasciato la macchina. Ti faccio picchiare dai miei parenti, faccio vedere la foto al vescovo se non mi dai il denaro». Il prete in aula ha detto la verità e per provarlo, il pm ha letto una delle sue dichiarazioni: «Non ho l’abitudine di dare 7.800 euro a chi ha bisogno di aiuto. L’ho fatto perché ero sotto ricatto». «E io dico sotto ricatto pesante — ha rincarato Messina —, perché qui si rovinava certamente la reputazione di un parroco fotografato in mutande». I soldi il parroco li diede al rappresentante di una concessionaria, nella piazza di Castelverde. Il 24 gennaio infilò la porta della questura e Tanasie finì in galera”.