Roberto, argentino sposato con un italiano, ora rischia l’espulsione

È in Italia nel 2003. Poi ha sposato Luca, ma per la Questura non c’è legame familiare.

Roberto Ruager è arrivato in Italia nel 2003, dall’Argentina ancora in piena crisi economica. Erano gli anni dei cacerlazos e della spesa proletaria nei supermercati. Da architetto, s’è dovuto accontentare di un permesso di soggiorno da badante perché la legge Bossi-Fini rendeva qualsiasi altra possibilità quasi impossibile. Poi ha conosciuto Luca, quasi per caso e dopo sette anni di relazione di cui uno di matrimonio, ora rischia di essere rispedito in Argentina, perché la sua relazione non è riconosciuta dallo Stato italiano.

“Vivevo a Roma – ha raccontato Roberto al telfono con Gay.it – perché mi piace l’Italia. Ho provato a vivere in Danimarca, dato che la mia famiglia è originaria di lì, ma non mi sono trovato bene: sono latino, preferisco l’Italia. Una sera ho conosciuto Luca. Una storia un po’ alla “Sliding doors”: era il 2006, aevo già iniziato a fare il fotografo ed ero ad una festa a cui avrei dovuto incontrare altre due persone. E invece incontro Luca che avrebbe dovuto essere ad un altro appuntamento a Firenze, ma l’appuntamento era saltato e si è ritrovato alla mia stessa festa”.

LA STORIA DI ROBERTO E LUCA, FINO AL MATRIMONIO

Inizia così la storia tra Roberto e Luca, che però viveva a Bologna. Le fughe nei week end, le settimane passate ad aspettarsi, come qualsiasi storia a distanza, insomma. Poi un viaggio a Buenos Aires, insieme, e la decisione di iniziare a convivere. Scelgono una casa a Bologna, dove vivono tuttora, dove Luca lavorava già e aveva tutta la sua vita.

Per tutti questi anni, Roberto ha chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno ogni due anni, come prescrive la legge per i cittadini non comunitari.

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È una vera giungla burocratica – spiega – ogni volta la procedura è diversa, ogni volta devi aspettare fino a sei mesi per la risposta e poi è già il momento di chiedere quello nuovo. Per non parlare del fatto che si spendono più di trecento euro per rinnovare il permesso di soggiorno”.

Nel 2013 Roberto e Luca decidono di sposarsi e tra un documento e l’altro riescono a coronare il loro sogno l’anno dopo. A Buenos Aires, naturalmente, dove il matrimonio egualitario è legale già dal 2010. A Bologna hanno potuto solo registrarsi come coppia convivente perché anche la trascrizione del matrimonio si è rivelata più complessa del solito. “L’Argentina non rilascia il certificato originale di matrimonio – racconta Roberto – solo una copia. Questo ha creato non pochi problemi con le autorità italiane, sebbene i trattati internazionali tra i due paesi, in tema di matrimonio, parlino chiarissimo”.

L’ULTIMO RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO E IL RISCHIO DI ESPULSIONE

All’ultima scadenza del permesso di soggiorno, Roberto decide di fare quello che gli sembrava logico: chiedere il rinnovo non più per motivi di lavoro, ma per motivi familiari. Del resto, lui e Luca sono regolarmente sposati, perché non farlo?

“Il giorno del mio compleanno, lo scorso 30 giugno – ci dice con la voce quasi rotta – ricevo la notizia che non avrei voluto ricevere: la Questura di Bologna sta per mandarmi il diniego del rinnovo, perché il nostro legame non è riconosciuto come familiare. Non so nemmeno che tipo di diniego mi manderanno: se dovesse essere quello che contempla anche l’espulsione, avrei 60 giorni di tempo per presentarmi alla frontiera più vicina e andarmene, se non voglio diventare un clandestino. Dopo dodici anni in Italia, vissuti regolarmente, in cui mi sono creato una vita, un lavoro, degli amici e ho trovato l’uomo della mia vita, mi sembra assurdo”.

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Potrebbe fare ricorso al Tar e augurarsi, come è già successo, che il giudice gli dia ragione in un paio d’anni, oppure chiedere il rinnovo con un’altra motivazione. “Ma io non ho più voglia di escamotage e di mentire – spiega -. Io sono sposato ed ho diritto a rimanere qui con mio marito. Che faccio? Lo costringo a lasciare la sua vita e a venire a Buenos Aires? Qui non parliamo solo dei miei diritti, ma anche dei suoi”.

DOPPIA DISCRIMINAZIONE

La solidarietà a Roberto non manca, ma quella che vive è una doppia discriminazione: in quanto gay, perché il suo legame non viene riconosciuto, e in quanto cittadino non comunitario che non ha diritto di vivere in Italia se non per motivi di lavoro (o di famiglia, se fosse etero). “È difficile spiegare alle persone la sensazione che prova chi si alza la mattina ed ha già questa spada che gli pende sulla testa – continua -: sai che la tua vita dipende da un plico di documenti, che non sei considerato come gli altri cittadini. Forse, se a suo tempo avessi chiesto la cittadinanza danese, ora le cose sarebebro diverse. Tutto per via di un passaporto. Ma le persone non sono documenti: sono, appunto, persone. Non chiederò un altro permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Ora basta sotterfugi: è a forza di compromessi che non si va mai avanti e non si risolvono i problemi alla base. Io sono benvoluto, inserito e appartengo alla classe media. In un certo senso, posso permettermi molte cose, ma chi non è nella mia posizione, avete un’idea del dramma che vive ogni giorno? Di cosa significano gli sguardi dei dipendenti degli uffici quando ti chiedono un documento e tu presenti il permesso di soggiorno?”.

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ARCIGAY: “CLAMOROSO ERRORE DELLA QUESTURA”

Del caso di Roberto si sta interessando in queste ore il Cassero. “Siamo davanti ad un clamoroso errore della Questura – ci spiega Vincenzo Branà, presidente dello storico circolo Arcigay -. Esiste una sentenza del tribunale di Reggio Emilia, del 2012, che riconosce il diritto al ricongiugimento familiare anche per i coniugi di una coppia gay e anche senza la trascrizione dell’atto di matrimonio. Abbiamo interessato Rete Lenford che seguirà il caso di Roberto e Luca”.

La sentenza fu emessa in seguito al ricorso di una coppia in cui uno dei due partner è uruguayano , sulla base del trattato di Nizza, che stabilisce la libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari, e di una sentenza della Cassazione secondo cui lo status di coniuge è definito dalla legge dello stato straniero in cui il matrimonio è stato celebrato.

di Caterina Coppola