Romani risponde a Scalfarotto: “Le rivoluzioni sono un’altra cosa”

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Il presidente nazionale di Arcigay risponde a Ivan Scalfarotto sulla legge contro l'omotransfobia: "Se il governo deve restare per non tutelare le persone lgbt, allora meglio che cada"

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Flavio Romani (al centro) con Sergio Lo Giudice (a sinistra) e Franco Grillini (a destra)

Flavio Romani (al centro) con Sergio Lo Giudice (a sinistra) e Franco Grillini (a destra)

Mentre si attende che la Camera decida quando votare il testo, ormai controverso, della legge contro l’omotransfobia, continua il dibattito tutto interno alla comunità lgbt sulla validità del testo nella sua ultima stesura. Dopo aver sentito due diverse anime del Pd, Pippo Civati e il relatore della legge in questione Ivan Scalfarotto , riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta del Presidente nazionale di Arcigay Flavio Romani rivolta proprio a Scalfarotto. Eccola.

In queste settimane di acceso dibattito sulla legge contro l’omotransfobia in discussione alla Camera, rare sono state le occasioni di analisi e confronto reali e concrete, marginalizzate da un’inflazione di contrapposizioni per slogan e frasi ad effetto, funzionali più alla vis polemica dei media (e di certa politica) che non a un serio approfondimento sul tema. Approfitto perciò della disponibilità di Gay.it (che, al contrario, si adopera nel raccogliere ragionamenti e non boutade: di questo sentitamente li ringrazio) per mettere nero su bianco alcune considerazioni che mi sono scaturite dalla lettura dell’intervista all’onorevole Ivan Scalfarotto. Nelle argomentazioni poste dal relatore della legge contro l’omotransfobia trovo alcuni punti condivisibili e molti altri decisamente opinabili. Ma soprattutto una parola mi ha colpito: “rivoluzione”. L’onorevole la riferisce all’eventualità che questo parlamento approvi – con una maggioranza ampia ma lontana dall’unanimità – la sua proposta di legge completa dell’emendamento che da un lato estende le aggravanti per omofobia e transfobia e dall’altro – pelosamente – precisa il rispetto della libertà di opinione, secondo quanto stabilito dalla nostra Costituzione. Ecco, credo che nell’ambito di questo dibattito sia innanzitutto urgente ristabilire la misura, nelle parole e nei significati che esse veicolano.

Flavio Romani al Palermo Pride 2013 con Maria Grazia Cucinotta

Flavio Romani al Palermo Pride 2013 con Maria Grazia Cucinotta

Il significato di “rivoluzione”

Le rivoluzioni, onorevole Scalfarotto, sono un’altra cosa: ce lo dimostra tanto la nostra storia quanto la fotografia di un presente in cui le rivoluzioni (fuori dall’Italia, naturalmente) avvengono davvero. Definire rivoluzionario l’eventuale successo di questo percorso legislativo non aggiunge nulla all’indiscusso riconoscimento dell’impegno di Ivan Scalfarotto in questa battaglia, anzi semmai toglie slancio e accorcia l’orizzonte di un Paese che invece la rivoluzione – quella vera – avrebbe tanti motivi per sognarla davvero. Allora facciamo un passo indietro: la legge Reale Mancino ci accompagna ormai da tre decenni ed è più volte stata rimaneggiata affinché si adeguasse alla fotografia del presente. Fa bene Scalfarotto a ricordare che parliamo di un provvedimento penale, che interviene a reato già compiuto, cioè quando il musulmano o il nero sono stati già picchiati o insultati. Un deterrente per i violenti, verrebbe da pensare, talmente fiacco però (o malamente applicato) da non essere riuscito a privarci della vista di una ministra di colore accolta ad un pubblico dibattito con un lancio di banane. L’estensione della Reale Mancino ai crimini di natura omotransfobica, quindi, è un rimedio emergenziale, dovuto e indispensabile, ma che nulla ha a che fare con le rivoluzioni. Anzi: è la presa d’atto di una politica che non riuscendo a scongiurare le derive del tessuto sociale corre ai ripari, con diversi anni di ritardo. Nel farlo, tra l’altro, percorre la solita strada, cioè quella del compromesso al ribasso: Scalfarotto, nell’intervista rilasciata a questa testata, mi rimprovera un piglio “liberticida”, come se la mia contrarietà (di Arcigay e di tutto il movimento lgbt) all’inserimento in quella legge di una clausola di salvaguardia per il reato di opinione fosse l’inizio di una nuova Inquisizione.

Flavio Romani con Victoria Cabello al Palermo Pride 2013

Flavio Romani con Victoria Cabello al Palermo Pride 2013

La questione del “reato d’opinione”

L’ambiguità, ancora una volta, è tutta di natura semantica: ci vorrebbe spiegare l’onorevole Scalfarotto cosa intendiamo per “opinione”? Concretamente: l’assessore Roberto Speranzon, che sulle pagine di un quotidiano assimila le famiglie omogenitoriali e i loro figli a “organismi geneticamente modificati”, sta esprimendo un’opinione? Quando gli omosessuali vengono definiti “malati” o “contronatura”, chi usa questi argomenti lo fa esercitando la propria libertà di opinione? Oppure, piuttosto, non ci troviamo di fronte a un esplicito atto di incitazione all’odio? Qual è il confine tra le opinioni e le ingiurie? Come tutelare le prime, sanzionando le seconde? Su questo la politica deve essere chiara e spetta al legislatore entrare nel merito di questo discrimine, senza sventolare la retorica costituzionale, tradita in così tante occasioni da far sembrare questo riferimento, in questo contesto, assolutamente fuoriluogo. Inoltre, più semplicemente, non si capisce l’utilità di richiamare la Costituzione all’interno di una norma che naturalmente si muove nell’ambito della Carta, né si comprende perché il rischio di ledere a questa libertà venga sottolineato proprio oggi, quando si parla di omotransfobia, in una legge che quella libertà non l’ha mai lesa in trent’anni. Misteri della politica.

Il ricatto della tenuta del governo Letta

Del ragionamento di Scalfarotto, però, trovo assolutamente inaccettabile l’aut aut “o la legge o il governo” attraverso il quale si tenta di giustificare l’accordo con il Pdl, come se fossero gay, lesbiche e trans a doversi prendere la responsabilità dell’eventuale caduta dell’esecutivo, sbandierata a giorni alterni dai falchi berlusconiani. Allora diciamocelo chiaramente, una volta per tutte: se questo governo deve stare in piedi per garantire un salvacondotto a un pregiudicato, per togliere l’Imu eliminando gli incentivi al lavoro e per tacere, in sede internazionale, dinanzi alle ignobili leggi omofobe di Putin, senza garantire nel contempo la giusta tutela alle persone vittime di violenza in questo Paese, allora è giusto che cada. Anzi: è auspicabile. Perché prima ancora di fare cose “rivoluzionarie” a questo governo era stato chiesto di produrre un cambiamento, che sui temi lgbt passa sì attraverso l’estensione della legge Mancino, ma che soprattutto attende la messa in campo di un serio dibattito sull’uguaglianza, in grado di produrre leggi che traducano quell’uguaglianza in diritti: al matrimonio, all’adozione, alla definizione della propria identità e, più in generale, alla felicità. Basti pensare che in Spagna, dove il matrimonio egualitario è legge da anni, non è mai stato necessario varare una legge contro l’omotransfobia, tema di cui si inizia a parlare solo in queste settimane nel parlamento catalano, per porre rimedio a un fenomeno che è stato già aggredito alla radice. Perché le leggi che fanno cultura non sono i “pacchetti sicurezza” bensì quelle che ridisegnano la struttura sociale e che iniettano il cambiamento in tutti i luoghi formativi, dalla scuola, alla famiglia, allo sport. E qui arriviamo al vero nocciolo della questione: quale progetto questa classe politica ha in mente per affrontare il tema dei diritti e quello dei crimini d’odio nel loro complesso? Una volta approvata la legge contro l’omotransfobia, quale sarà il passo successivo? Perché questo Paese ha davvero bisogno di una rivoluzione e su questo è urgente che tutte e tutti mettiamo da parte i livori e apriamo un confronto serio per costruire un orizzonte credibile, che è poi il vero senso della politica.

Appello al movimento lgbt

Infine rivolgo un’ultima considerazione alle compagne e ai compagni del movimento lgbt: in queste settimane ho intercettato dichiarazioni pubbliche molto violente, coerenti più con la storia dei nostri detrattori che con la nostra. La rabbia è legittima e giustificata, ma le pratiche politiche non devono essere vittime di improvvisazione. Allora siamo tenaci nella battaglia, perfino irremovibili, stando attenti però a non sfociare mai nella violenza, nell’ingiuria e nell’attacco personale. Non è una questione di opportunità, è semmai un fatto di identità: teniamoci stretta la nostra storia, il nostro patrimonio culturale, e usiamolo come faro in questi mesi di politica torbida e insoddisfacente. Altrimenti corriamo il rischio paradossale di apparire come il più violento dei movimenti non violenti.

Flavio Romani – Presidente nazionale di Arcigay

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