Romania, apertura alle civil partnership ma resta l’ombra del referendum contro il matrimonio

Il leader del partito di governo Liviu Dragnea: “Il Paese non può fingere che questa minoranza non esista”.

Anche la Romania potrebbe finalmente riconoscere dei diritti per le coppie LGBT e allinearsi così alle richieste dell’Unione Europea.

Un annuncio storico potrebbe aprire un nuovo capitolo della storia della comunità LGBT della Romania, dopo che Liviu Dragnea, ex vice-premier e leader del partito di governo PSD ha reso nota la sua intenzione di aprire un tavolo sulle civil partnership per le coppie dello stesso sesso.

“Vorrei che discutessimo dell’opportunità di legalizzare le civil partnership – ha dichiarato l’esponente del Partito Socialdemocratico – Ho chiesto al ministro per gli Affari Europei Victor Negrescu di incontrare le ONG che rappresentano la comunità LGBT in modo da risolvere questa situazione con una legge adeguata”.

Liviu Dragnea Romania PSD
Liviu Dragnea, leader de facto del PSD romeno.

Non tutto però sembra preludere a un miglioramento della vita per la comunità LGBT romena. Nel Paese dell’est Europa infatti è ancora forte l’influenza della Chiesa ortodossa, la cui autorità è riconosciuta dall’85% dei cittadini romeni. Un dato che contribuisce a spiegare la diffusa omofobia nella società, come dimostrano le partecipate manifestazioni ‘in difesa della famiglia tradizionale’.

Lo stesso Dragnea ha confermato che parallelamente alle civil partnership il Parlamento procederà con l’indizione del referendum sulla ‘definizione costituzionale del matrimonio’,  come richiesto da una sottoscrizione che nel 2016 ha raccolto oltre 3 milioni di firme. L’obiettivo della consultazione è l’inserimento nella Legge fondamentale del divieto di introdurre il matrimonio egualitario, similmente a quanto già avvenuto in Croazia e in Ungheria.

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Se la Romania dovesse procedere con il varo delle civil partnership lascerebbe il gruppo dei Paesi dell’UE che ancora non prevedono alcun riconoscimento per le coppie LGBT, che sarebbe ridotto alle sole Polonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania.