La mia Rozzano, Selvaggia Lucarelli e il potere dei social

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Jonathan Bazzi, nostro redattore di gay.it, racconta la storia della sua "lettera" su Rozzano, diventata virale sul web.

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Mi chiamo Jonathan Bazzi e lavoro per gay.it. Qualcuno di voi forse avrà letto il mio racconto su Rozzano che nei giorni scorsi è stato condiviso da Selvaggia Lucarelli sul suo profilo Facebook e che è rimbalzato su diversi siti e blog, tra cui Dagospia. Vorrei ora provare a ricostruire cos’è successo in quest’ultima settimana e dire due o tre cose a cui tengo particolarmente.

Innanzitutto ecco il post di Selvaggia con il mio racconto:

Ho ricevuto questa lettera bellissima e ho chiesto all’autore il permesso di pubblicarla. Parla di periferie,…

Pubblicato da Selvaggia Lucarelli su Lunedì 4 luglio 2016

 

In questo periodo continuo a ripetere che sono cresciuto a Rozzano, in una delle zone più difficili dell’hinterland milanese. Da piccolo in realtà ho spesso cercato di nascondere la mia provenienza. Ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza lì, tra i casermoni dell’edilizia popolare anni ’60 e ’70 e spesso me ne sono vergognato. In quegli anni rozzanesi di lotte per la sopravvivenza, i libri, la lettura e la scuola sono stati la mia fissa, ciò di cui andavo fiero. Sono stati un po’ la mia armatura iridescente, la cosa bella che mi sono messo addosso per attraversare lo schifo di un posto brutale e degradato. Checché ne dicano ora, comprensibilmente, quelli che vivendoci o avendoci vissuto sono infastiditi dalle mie parole e mi danno del razzista, del discriminatore, del fascista.

Dicevo della mia storia d’amore con le parole. Iniziata già lì, a Rozzano, quando passavo tutto il tempo in casa a giocare da solo. Spesso, quando mia nonna, con cui vivevo, usciva per fare la spesa, le chiedevo Tv Stelle, Cioè oppure il giornalino dei Looney Tunes. Dovevo insistere perché non c’erano tanti soldi. Ma a volte arrivavano davvero ed era bellissimo. Gia verso i dieci, dodici anni iniziai a scrivere. Storie e racconti, su grandi quadernoni a righe, illustrandoli pure. Ne ricordo uno con disegnata una fata dalle grandi ali rose colorate usando la porporina. Mi cimentati anche in una versione scritta e illustrata di Striptease, il film del 1996 con Demi Moore. Ero andato in fissa con gli stivaloni di vernice bianca, con super plateau e tacco svasato. Disegnavo queste bamboline da night club, spogliarelliste coi seni ipertrofici censurati da piccole stelle sui capezzoli.

Non ci sono mai stati, nella mia vita di studente ossessivo e compulsivo, grandi premi o complimenti in famiglia per le mie performance scolastiche. Prendevo 9, 10? Hai solo fatto il tuo dovere. La promozione non emozionava nessuno. Sono cresciuto così, imparando a bastare a me stesso. Non sempre è stato scontato. Mi sono incasinato un sacco di volte. Ma su questa cosa, sulla scrittura, sulla ricerca fatta con le parole ma rigorosamente attraverso la vita, io sono riuscito a non mollare. Anche quando non avevo un soldo e i libri li prendevo in biblioteca alla Cascina Grande di Rozzano Vecchio, tutti sfasciati, macchiati, luridi. Anche quando i libri li compravo e poi li rivendevo al Libraccio per cavarci due lire da avere in tasca. Anche quando ho dovuto subordinare lo studio a altre esigenze, dolorose e impellenti.

La cosa assurda e affascinante è che, in realtà, io uso il mio profilo Facebook per la scrittura da molto tempo. Con gli status ho trovato un mio formato ideale: danno la possibilità di condensare un’immagine, una scena in dieci, venti righe. Mi piacciono le cose raccolte, definite e uso gli status di Facebook per ritratti estemporanei, per raccontare le cose più forti che vedo in giro. Qualche volte pesco pure dal passato: l’esoterismo, il sex dating, lo yoga, gli psicodrammi adolescenziali. Eppure tutto ciò non ha mai avuto grande risonanza. I complimenti arrivavano sì, ma alla fine, sulla mia bacheca, eravamo sempre io e qualche conoscente. Con quella che è diventata la “lettera su Rozzano” è successo qualcosa d’altro. Qualcosa che, ammetto, mi spiego solo fino a un certo punto.

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Avevo scritto un articolo per gay.it. L’ho scritto una mattina, tutto d’un fiato. In tre, quattro ore. Sul divano di casa bevendo caffè. Parlandone poi con gli altri della redazione però non eravamo convinti potesse funzionare. Troppo narrativo, troppo personale, troppo blog. Così è rimasto nelle bozze della nostra piattaforma per qualche settimana. Finché non ho deciso di riprenderlo in mano e, senza modificarlo poi molto, ho fatto quello che ho sempre fatto. L’ho postato come status.

Era uno status anomalo. Lungo, molto lungo. Pensavo sarebbe stato letto a fatica. Nel giro di qualche ora, invece, ho capito che stava succedendo qualcosa. I like aumentavano, idem le condivisioni. La gente iniziava a scrivermi: ciao ho letto il tuo status posso pubblicarlo sulla mia pagina dedicata a Gratosoglio? Ciao complimenti anche io sono di Rozzano. Cose così. Ho iniziato allora a pensare a come poter sfruttare l’occasione di far arrivare a più gente possibile una cosa che stava sorprendentemente funzionando.

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