Philip Boots, Mister Rubber Italia 2015, ci apre le porte della realtà rubber in Italia

Se il Leather avesse un fratello minore, giovane e scapigliato, sarebbe il Rubber.

L’amore per il rubber è da considerarsi un trend abbastanza recente dell’epoca contemporanea: può essere definito il fratello minore del leather (e forse il parente proletario del latex) e si è fatto spazio nelle scene underground del sesso ammiccando a un mix di immaginari, da quello futuristico post nucleare agli scenari industrial.
E’subito chiaro che mentre l’universo leather ci propone tinte calde, mascoline e anche un po vintage, la gomma ci prospetta una visione decisamente più fredda e sporca, direi quasi chimica; I più estremisti scelgono un full-rubber abbastanza invasivo fatto di maxi tute militari Zodiak o dalle più colorate Hazmat suit completate rigorosamente da maschera a gas, guanti e stivali antifortunistici.
Per i “fashionisti” linee più aderenti in lattice giocate sul classico contrasto di colore nero e fluo; al momento la più cool è la linea RBRO creata da Dmitri, illustratore fetish e primo mister rubber Russia che nel suo Bunker crea capi personali e sartoriali rigorosamente in lattice.
Il web ci offre una panoramica abbastanza variegata per gli amanti del genere ma poco accessibile a tutti; se non si conoscono i giusti codici del linguaggio rubber si rischia di avere solo un assaggio e di perdersi personaggi veramente interessanti e unici.
Harold Ivey, un vecchietto simpatico, guru di pelle e gomma racconta nel suo sito “Leather Oak” una vita passata a collezionare un vero e proprio armamentario da battaglia.
Decenni e decenni di gomma sono racchiusi minuziosamente nel sito, una visita guidata fatta di foto dove il vecchietto indossa i suoi pezzi più rari; la parte migliore rimane sicuramente la location del lungo reportage: la casa di Ivey infatti vanta uno splendido giardino munito di laghetti artificiali dove poter sguazzare indisturbati  e inguainati ovviamente in diversi strati di gomma.
Per chi invece cercasse un ambiente dove poter “socializzare”, fra i tanti troviamo Bottescaoutchouc; forum e sito francese ad hoc per gli amanti dell’abbigliamento da lavoro in gomma ma soprattutto per i fan dei waders da pescatore. Troviamo numerose gallery di veri e propri raduni non necessariamente  a scopo sessuale dove i partecipanti condividono all’aria aperta la loro passione.
Sono numerosi anche in Italia i praticanti del latex; costituiscono una piccola parentesi che sembrerebbe crescere col tempo preservandone però la natura segreta. Philip Boots, grafico che lavora nella comunicazione a Milano, nonchè Mister Rubber 2015, ci offre una panoramica e anche qualche consiglio in materia.
Quali sono le pratiche sessuali legate al rubber?
Infinite, perché sono legate al cervello. La gomma spesso esalta alcune parti specifiche del corpo,
non necessariamente quelle che tradizionalmente leghiamo alla sessualità. Questa caratteristica fa sì che le pratiche sessuali siano potenzialmente infinite, appunto. Tra quelle che io lego più di altre al rubber, al primo posto sicuramente metto il piss. L’idea che la gomma faccia scorrere i liquidi rende il tutto molto, molto sexy.
Il rubber può essere considerato un fetish più “sporco” e underground rispetto a quello del leather?
Certamente sì! E per fortuna. Innanzitutto è un materiale che per propria conformazione consente di giocare tanto con i liquidi. Essendo peraltro così a stretto contatto con la pelle, spesso in aderenza totale con essa, queste sensazioni vengono trasmesse direttamente al corpo. Sensazioni di solito molto, molto, molto piacevoli. È sicuramente underground perché mantiene, a differenza del leather, quel carattere un po’ più segreto che mi fa impazzire…
Esistono all’interno della categoria generica del rubber delle subculture più specifiche?
Direi di sì, ma – in maniera analoga a quanto spesso accade per il leather – si tratta di declinazioni più legate alle pratiche BDSM che al “materiale gomma”. Cominciamo col dire che spesso (ma per fortuna, come ogni “regola”, c’è l’eccezione che la conferma) in un rapporto BDSM il bottom è in rubber, dominato dal top in leather. Si tratta di una dialettica alquanto comune e certamente molto “appagante” per chi la pratica, ma anche per chi vi assiste; forse qualcuno avrà in mente immagini di chi pratica il bondage: colui che viene legato è in gomma, anche perché le corde che lo avvolgono possono in questo modo aderire meglio al corpo. Non so se ricercare delle subculture nel mondo fetish sia corretto o necessario.
Quando penso al fetish e alle pratiche che più mi attirano da sempre, penso piuttosto ad una pre-cultura, qualcosa di primordiale ed istintivo che ci trasciniamo nel DNA e che, semplicemente, si declina in questo modo anche perché espressione di un modo di vivere un’epoca e non un’altra.
È come comunicare: una volta si spediva una lettera, oggi siamo chini sui nostri smartphone. Ma l’impulso è lo stesso.
La scelta del colore nell’abbigliamento rubber ha qualche significato particolare?
Per me, tantissimo. Sono affezionato all’hanky code e generalmente mi attengo ad esso piuttosto scrupolosamente.
Faccio un lavoro molto creativo e spesso soggetto a repentini cambiamenti, pertanto quando si sconfina nelle mie scelte sessuali mi piace rispettare le tradizioni! Per questo nel mio guardaroba fetish troverai molto nero e molto giallo. Però mi diverte tanto vedere come la gente stia iniziando a giocare con i colori, anche sganciandosi da alcune regole che – sebbene mi piacciano – possono comunque essere messe in discussione con grande libertà.
Cos’è lo hanky code?
Letteralmente, il “codice della bandana”. La comunità gay ha il merito di aver sviluppato una serie di “linguaggi non convenzionali” per potersi scambiare le informazioni utili nella giungla dei gusti sessuali. Il funzionamento è molto semplice: il fazzoletto colorato si posiziona nella tasca posteriore del pantalone o del jeans: a destra indica un uomo passivo, a sinistra un uomo attivo.
Il colore del fazzoletto esplicita la pratica sessuale preferita: si va dal blu (scopare) al giallo (piss), passando dal rosso (fist) e mille altri colori che consiglio di scoprire.
Qual’è l’indumento più rappresentativo del rubber e perché?
Ammetto che come tanti vado a periodi, quindi un indumento che potrebbe attirarmi ora magari tra qualche mese o anno eserciterà meno fascino su di me.
In generale, per il mio gusto, amo i tutoni e le salopette di rubber, rigorosamente indossati con gli stivali.
Le ragioni sono tante, innanzitutto perché ammetto di amare la comodità e la praticità; in secondo luogo perché restituiscono alla mia mente l’idea “industrial” che amo nel rubber.
Quanto più l’indumento ricorda l’abbigliamento da lavoro tanto più suscita il mio interesse, naturalmente, se dovessi vedere qualcuno che indossa leggings aderenti in gomma non mi tirerei indietro!
Parlaci della comunità rubber in Italia.
Beh, con un piccolo moto di orgoglio ti rispondo: MEN JUST WANNA HAVE GUM!, la serata che ho fortemente voluto due anni fa, durante la mia esperienza da Mr Rubber Italia 2015.
Si tratta di un evento rubber-only che si tiene in occasione del Winter Meeting di LFI.
A dicembre avremo la quarta edizione e aspetto tutti gli amanti del genere! Si tratta di una serata molto social e molto frequentata, adatta anche solo per bere una birra e scoprire questo mondo.
Rubber tutti i giorni?
No categorico. Il troppo storpia… e toglie gli appetiti sessuali. E soprattutto, mostra solo un lato della personalità.
Non potrei mai esprimer me stesso in maniera così limitata.
Salutaci con un tuo motto dedicato al rubber.

Everything’s gomma be alright!

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