SCUOLA E GIOVANI GAY

Dal Forum emerge che uno degli ambienti più duri per il disagio dei giovani omosessuali è la scuola: intervista a Luca Pietrantoni, che da anni lavora con gli insegnanti per combattere l’omofobia.

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Da alcuni giorni (trovate gli articoli correlati in fondo a questa pagina) stiamo cercando di approfondire i problemi legati al disagio dei giovani gay, che, in preda alla cieca sofferenza, in troppi casi arrivano addirittura a cercare il suicidio. Nei molti interventi del forum, si evince che più che la difficoltà ad accettarsi, sono i maltrattamenti che giungono dall’ambiente a causare le tendenze suicide dei giovani.

Uno degli ambienti più "sotto accusa" è la scuola. Per cercare di capire che cosa succede in quel delicato ambiente, in cui ogni giovane entra in contatto con la società e la vita, abbiamo incontrato Luca Pietrantoni, psicologo e dottore di ricerca in Psicologia della Salute, e collaboratore della rubrica LEO di Gay.it, dove risponde alle domande relative ai problemi di coppia; Luca ha partecipato, e partecipa ancora, ad alcune iniziative nelle scuole, e che conosce che cosa si muove anche in ambito ministeriale sull’argomento.

Innanzitutto, raccontaci quali esperienze hai avuto nell’ambito della lotta all’omofobia nelle scuole.

La mia prima esperienza risale al 1995 quando l’Università di Bologna mi ha chiesto di condurre una ricerca sulla percezione dell’omosessualità tra gli studenti nelle scuole medie superiori. Abbiamo distribuito questionari un po’ in tutt’Italia e abbiamo chiesto ai giovani di indicare cosa pensavano dell’omosessualità in generale, non solo in termini di convinzioni (ad esempio se erano d’accordo con affermazioni riguardanti i diritti delle persone omosessuali o la pari dignità dell’orientamento omosessuale, ecc.) ma soprattutto di emozioni. Avevamo presentato due fotogrammi di due ragazze e due ragazzi che si baciavano e si chiedeva loro cosa provavano. In genere la visione di una coppia eterosessuale che si bacia suscita sentimenti positivi o se mai indifferenza, nel caso di una coppia di omosessuali le emozioni erano di imbarazzo, vergogna, nei maschi spesso di disgusto e repulsione.

Era stupefacente come questi sentimenti di aperta distanza e denigrazione verso una gesto affettivo fossero così frequenti. Paradossalmente queste emozioni erano presenti anche in chi si professava "tollerante". Questa ricerca mi confermava da un punto di vista scientifico ciò che peraltro molte mie amiche lesbiche e amici gay (me incluso) avevano sperimentato se se stessi: l’invivivibilità del clima scolastico per gli adolescenti glbt. Così insieme a miei colleghi psicologi ho iniziato a pensare e organizzare azioni socio-educative. Mi sono chiesto: come intervenire? Innanzitutto bisogna agire sulla scuola come sistema; tutta la scuola, bidelli compresi, dovrebbero essere consapevoli dei rischi e dei disagi che vivono gli adolescenti glbt e garantire sicurezza e rispetto per tutti. Il primo corso di formazione agli insegnanti chiamato "educare al rispetto" che si è realizzato a Pisa nel 1998 era mirato non solo ad aumentare tra gli insegnanti la familiarità con problematiche dell’adolescenza omosessuale (il rapporto con la famiglia, le scorciatoie della negazione di sé) ma soprattutto fornire strumenti per gestire i casi di prepotenza fondati sull’odio antigay. Una volta scoperchiata la botte, è venuto fuori di tutto dai racconti degli insegnanti, un sommerso universo di episodi gravissimi, quasi sempre trascurati e mai denunciati: scritte diffamanti di insegnanti sulla lavagna, scherzi pesanti al compagno effeminato, botte a chi aveva osato essere "troppo" affettuoso, esclusioni dalla squadre sportive, minacce, umiliazioni pubbliche. Insomma storie di abuso psicologico e fisico, in cui alla vittima non era riservato un aiuto ma la vergogna e la minaccia dello "sputtanamento".

Che effetti ha questo sulla qualità di vita degli adolescenti?

Molti. Quello più ovvio è il basso coinvolgimento alla vita scolastica. La scuola per l’adolescente glbt diventa un luogo insicuro, ci si va di malavoglia, non ci si sente protetti ma vulnerabili. Ne consegue che alcuni cambiano scuola sperando di trovarne una migliore, altri lasciano gli studi. Il 40% dei giovani glbt afferma che la propria prestazione scolastiche è stata in qualche modo influenzata negativamente dai conflitti interni od esterni relativi all’orientamento sessuale. Un ambito particolarmente difficile è quello sportivo. Durante le attività di educazione fisica, infatti, si manifestano più esplicitamente infatti i processi di esclusione. Gli spogliatoi maschili ad esempio sono tradizionalmente luoghi di battute omofobiche. Gli adolescenti glbt anche se amano lo sport se ne allontanano perché sono sfiniti dalle allusioni e dalle minacce. In situazioni più ricreative, come le gite scolastiche o le feste di classe, alcuni adolescenti glbt cercando di evitare la riprovazione sociale presentandosi come eterosessuale. Per non destare sospetto nei compagni si comportano da "eterosessuali compulsivi", forzandosi ad avere partner dell’altro sesso simulando quello che i loro pari eterosessuali visibilmente sperimentano in piena libertà nell’ambito di primi innamoramenti e approcci sessuali.

Nelle tue esperienze professionali, ti sei mai trovato in contatto con soggetti con forti tendenze suicide? Quali sono i consigli che dai per vincere queste tendenze?

Sì mi sono trovato. Occorre distinguere tra ideazioni suicidarie, tentativi di suicidio e suicidio vero e proprio. Una cosa è "pensare di farla finita", una cosa è provarci, un’altra è riuscirci. Il passaggio è ovviamente legato alla profondità, all’intensità del malessere psicologico e alla percezione di inaiutabilità che lui o lei ha. L’ideazione al suicidio spesso si verifica nei momenti di crisi acuta depressiva e può accadere a molte persone, nell’arco della vita; anche il solo pensarlo è certamente un segno di una sofferenza, l’incapacità del soggetto a vedere altri metodi per risolvere il suo problema o ridurre il suo disagio. Il tentativo di suicidio detto anche parasuicidio è spesso una vera e propria dichiarazione della propria sofferenza, una dimostrazione agli altri oltre che un atto autolesivo. E’ in questa fase che si dovrebbe concretizzare l’aiuto al ragazzo, da parte della famiglia o dei servizi. Prendere sul serio le sue motivazioni e prevenire ricadute successive. In adolescenza, eventi come la paura del ritiro affettivo da parte di un genitore, un innamoramento con un compagno di classe finito malamente possono essere percepiti come catastrofici. Ma la differenze negli adolescenti glbt è che spesso non hanno un aiuto emotivo disponibile, tutto si trasforma in "segreto" personale, non si pensa neanche di avere il diritto ad essere ascoltati ed aiutati. Più che darti dei consigli, il rapporto di aiuto che si crea con la persona con tendenze suicidarie è estremamente delicato e le ricette consolatorie possono essere tremendamente inefficaci. Ti posso dire che in questi casi, ho sempre cercato di richiederne la fiducia. Spesso emergono sensi di colpa, angoscia, timore di perdere il controllo, percezione di impossibilità di essere aiutato. Molti credono al mito che parlare dei proprio pensieri sul suicidio significa mettergli in testa l’idea e renderla più accettabile; invece parlare apertamente con il soggetto degli argomenti affini al suicidio cercando di andare oltre la paura e la vergogna permette di vedere in modo più obiettivo e restituisce sollievo. Prima indago le motivazioni al suicidio e poi aiuto la persona a contrastare l’intenzione suicida. Proviamo insieme a soppesare i pro e i contro, le “ragioni per vivere o morire”, e discutendo il giovane si rende conto che ci sono interpretazioni diverse alla sua situazione problematica, identifica delle soluzioni alternative che non sono autodistruttive, si riappropria del significato e del piacere del vivere, aumenta la sua fiducia nella possibilità che ha di cambiare la sua vita, di controllare gli impulsi negativi. Bisogna poi rendersi conto che ci sono adolescenti glbt che possono avere qualche ostacolo in più nel raggiungimento di una propria autostima. Penso agli adolescenti glbt che hanno una disabilità, ad esempio ragazzi gay sordi o audiolesi spesso trovano non solo isolamento a scuola ma diffidenza o discriminazioni nell’ambiente commerciale gay (disco, club, saune). O ancora, gli adolescenti glbt che si scoprono sieropositivi possono percepire questa notizia con forte abbattimento emotivo e percepire la diagnosi come un ostacolo alla loro crescita e vivacità relazionale e sessuale, o una preoccupazione riguardo ai rapporti con la famiglia. Il riscatto lo si ha quando il giovane si rende conto che vale la pena andare avanti, che le sue molteplici differenze rappresentano anche dei punti di forza, che eventi molto spiacevoli possono essere superati, e che anche il problema più pesante può costituire una sfida costruttiva per noi stessi.

Credi che ci siano delle zone geografiche o delle situazioni sociali (aree metropolitane o picoli centri) in cui è più facile trovare negli ambienti scolastici forti comportamenti omofobi?

Non so darti delle informazioni valide sulle zone geografiche più omofobiche, certamente le zone tradizionalmente più conservatrici e più arroccate al fondamentalismo religioso, saranno quelle più "a rischio" e paradossalmente sono anche quelle più difficili da raggiungere perché le istituzioni sono sorde a questo tipo di azioni educative. La letteratura dimostra certamente che gli adolescenti glbt che provengono da zone rurali si trovano in un clima scolastico e sociale più ostile, più chiuso. Se si vive in un piccolo centro, le dinamiche sociali sono diverse che nella città. Gli adolescenti glbt, se sono derisi o esclusi nella classe o nella compagnia del paese, non sanno dove andare, si sentono molto isolati e le famiglie di origine possono essere molto rigide con i figli glbt per timore dei giudizi sociali e delle ripercussioni sull’immagine della famiglia nella comunità.

Cosa credi si possa fare per combattere questi comportamenti, nell’ambito della scuola? E quali sono le iniziative che attualmente si stanno portando avanti, anche per volere ministeriale?

Occorre agire a più livelli. Sostenere e garantire sicurezza personale agli adolescenti glbt. Punire ed educare quei ragazzi che, spinti dal loro odio insensato per gli omosessuali, hanno procurato danno fisico ad altri coetanei, educare tutti gli altri affinché questi episodi non avvengano. Io ho trovato molto utile lavorare con i gruppi di insegnanti, poiché diventa così una "formazione a cascata". Ciò che mi disturba è che nel campo della letteratura e della formazione psicopedagogia il tema del bullismo a scuola è diventato molto popolare, ma chissà perché i pregiudizi sociali, e in particolare sessismo e omofobia, non sono mai presi in considerazione come causa e motori attivi del bullismo, delle prepotenze e delle violenze nelle scuole. Ancora una volta, una ignoranza colpevole. Si declina sull’omofobia, in tal modo perpetuandola. E’ importante che adesso anche le politiche scolastiche a livello regionale e nazionale includano la questione del sentimento di insicurezza e disagio vissuto da molti adolescenti glbt nelle scuole italiane. Noi abbiamo realizzato corsi a Bologna e a Brescia. Altri interventi si sono svolti ad Ancona, Genova, Milano. Quest’anno saranno realizzati grazie alla preziosa collaborazione della mia collega psicologa con cui lavoro, la dott.ssa Margherita Graglia, anche a Reggio Emilia e Macerata. Il comune di Venezia sta organizzando anche con la nostra supervisione una serie di iniziative e campagne educative contro l’omofobia nelle scuole. Esiste poi un progetto europeo di cui sono uno dei formatori www.glee.oulu.fi.