Sentenza storica per una coppia di lesbiche separate: “Anche la mamma non biologica potrà vedere i figli”

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La Corte d’appello di Palermo ha riconosciuto per la prima volta il "genitore sociale".

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I due gemelli nati con la fecondazione eterologa e cresciuti da due donne lesbiche (di cui solo una è anche la madre biologica) vedranno la mamma “sociale” un pomeriggio alla settimana e passeranno con lei due fine settimana al mese.

Lo ha deciso la Corte d’appello di Palermo: secondo i giudici infatti la fine del rapporto tra la donna e i figli partoriti dalla ex partner crea un pregiudizio ai minori perché alla base c’è un profondo legame affettivo.

Una decisione importante, mai assunta finora in Italia, e per questo di certo destinata a far discutere. Una decisione che arriva dopo la pronuncia della Corte costituzionale che a ottobre scorso, pur negando la possibilità di un riconoscimento formale della figura del “genitore sociale”, aveva però indicato una strada alle mamme e ai papà di fatto: per mantenere i legami bisogna dimostrare che «l’interruzione ingiustificata», per scelta del genitore biologico, del rapporto tra i figli e l’ex partner crei loro un pregiudizio, come recita l’articolo 333 del codice civile. Cosa che la madre sociale, secondo i giudici della Corte d’appello, ha dimostrato: non può essere equiparata a un genitore, ma i bambini hanno il diritto di mantenere il legame affettivo instaurato con lei.

L’amore tra Nadia e Lucia (nomi di fantasia) è finito dopo la nascita di due bambini con la fecondazione assistita, due gemelli che oggi hanno 8 anni. Dopo la separazione Lucia, difesa dall’avvocato Arianna Ferrito, aveva ottenuto dalla prima sezione civile del tribunale di Palermo la possibilità di incontrare i bimbi secondo un calendario ben definito. L’ex partner del genitore biologico, come ha ribadito la Consulta, non è un legittimato ad agire perché in Italia la legge non riconosce ancora la figura del “genitore sociale”. Ed è la legge, secondo la Corte, che deve colmare questo vuoto. La donna era riuscita a ottenere il provvedimento perché il pubblico ministero Bernardo Petralia aveva fatte sue le ragioni della madre sociale ritenendo che fosse in gioco il benessere dei minori.

La madre biologica aveva però fatto ricorso e la Corte d’appello, prima di decidere, si era rivolta alla Corte costituzionale. Sei mesi dopo il verdetto della Consulta, i giudici hanno assunto una decisione che di fatto ricalca le conclusioni alle quali era giunto il tribunale nell’aprile del 2015 dopo che la consulenza tecnica aveva verificato la profondità del legame tra la donna e i bambini. I minori, secondo i periti, riconoscevano la donna «come appartenente al loro sistema familiare»: interrompere il rapporto avrebbe avuto «effetti negativi sulla loro continuità affettiva».

Lucia, la madre sociale, ora festeggia: «Sono felice perché finalmente dopo tre anni potrò ristabilire con quelli che considero i miei figli un rapporto spero sereno. Sono felice soprattutto per loro».

Nella madre biologica invece, difesa dall’avvocato Caterina Mirto, pare prevalere la rabbia: «Ho il divieto assoluto da parte della mi assistita di fare alcun tipo di dichiarazione» dice la Mirto. Il legale ha sempre sostenuto, anche davanti alla Consulta, che le due donne non hanno «mai convissuto» e che dunque non hanno mai condiviso il progetto genitoriale.

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