SESSO D’ALTRI TEMPI

Bologna: torniamo indietro di 300 anni e andiamo a curiosare nei letti dei sodomiti e nell’atmosfera gay che si respirava nella città che oggi è prima per vivibilità omosex

Oggi Bologna è ai primi posti nella classifica di Gay.it delle città più vivibile per i gay. Facciano un passo indietro, di poco meno di 300 anni, e andiamo a curiosare nei letti dei sodomiti e nell’atmosfera gay che si respirava nella città e vediamo se qualcosa è effettivamente cambiato.

“Incominciò a baciarlo e sbottonargli li calzoni calandoglieli e fattolo abbassare…” Questa frase non è tratta dal copione, non ancora corretto, di un film porno o da un romanzo d’appendice, bensì, dalle deposizioni di un ventenne arrestato proprio a Bologna nel 1727, circa 300 anni fa per l’appunto, per sodomia.

Tutto incomincia il 23 aprile 1727 quando Giuseppe Scagliola si presenta al tribunale criminale pontificio di Bologna e dichiara “per diligenza” che Pellegrino Torri “è sodomita” e frequenta Domenico della Casa, Antonio Mantovani e Leopoldo Taruffi.

Il cardinale “informato delle deposizioni” ordinò “la carcerazione dei medesimi”. Dall’interrogatorio emerse che il Taruffi, studente di chirurgia ventenne, faceva l’amore, molto semplicemente, con gli uomini. Come lo faceva?

Sentite le sue dichiarazioni: sono stato “corrotto per di dietro diverse volte” e senza troppi preliminari: “introdotto in una stanza terrena presso un letto e [un ricco signore “innominato”] incominciò a bagiarlo e sbottonargli li calzoni calandoglieli e fattolo abbassare ed appoggiatolo con le mani e colla testa al letto gli scoprì il culo, e calatisi anch’esso li calzoni gli appuntò il membro dritto e duro nel buco del culo […] e cominciò a spingere che lo fece entrare dentro e ne sentì dolore […] e sentì che gli usciva il seme bagnandolo di robba calda”. Poi racconta ai giudici altre “turpi cose”, secondo i giudici, e dice di essere stato “invitato da Matteo (Ricci) a casa sua, vi andò, e là accaddero le stesse scene”.

Il ventenne ebbe in regalo dal ricco signore qualche ducato. La prima evidenza è che il sesso si faceva più o meno a seconda dei gusti come lo si fa oggi, anche se questo rapporto è mercenario.

Ma potevano due uomini amarsi?

Non è ben chiaro ma sentite sempre il Taruffi cosa combina a casa di Matteo Ricci un suo coetaneo: “in un casa in via dei Falegnami [ivi condotto dal Taruffi] per giuocare a farina nell’andito da basso al buio e cominciassimo a toccarci l’uno all’altro et io gli sbottonai li calzoni e presi il suo membro in mano; et esso posta la sua mano nelli miei calzoni, tirò fuori il membro mio e dopo esserci toccati un poco io gli scoprii il culo, che esso medesimo da sé si alzò la camicia, dopo essersi calato li calzoni et io gli appuntai il mio membro nel buco del suo culo, ma non lo feci entrar dentro e solo tenendolo così appuntato al detto bugo me lo menai con la mano mia, sinchè mi corrompei et uscì il seme, e nello stesso tempo detto Taruffi si menò il membro suo […] Dopo di che il Taruffi tornò sopra in casa ed io andai a casa mia; ove una volta andato il medesimo vennero agli stessi atti come sopra ma poi non ebbero altra confidenza”.

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Questa scena amorosa è più delicata della precedente ma anche questa volta, pur non essendo un rapporto mercenario, si tratta di un rapporto senza implicazioni sentimentali.

Oggi c’è molto più spazio per l’amore e a Bologna sono numerosissime le coppie ma i gay si portano sulle spalle una millenaria tradizione di promiscuità sessuale. Verrebbe da chiedersi se solo i gay la portino sulle spalle…

Continuiamo con il nostro processo ai sodomiti bolognesi. Dopo qualche tempo vengono sentiti dai giudici due testimoni che conoscono gli arrestati.

Matteo Varaldi, ciabattino, dichiara ai giudici che “sia il Taruffi quando il Cavedagna [un suo amico sodomita] erano da tutti svigliacciati (trattati da vigliacchi) e da buggerioni [culattoni]” in quanto “erano note le loro turpitudini” e addita “fra gli altri a testimone di ciò […] il pallaro”. Gli stessi, sempre secondo il testimone, amavano le “vetture prese a nolo [e i] cavalli […] per li quali divertimenti […] spendevano il danaro guadagnato col loro corpo sì nefandamente”.

Il pallaro, chiamato in causa come testimone dei fatti, gestiva le scommesse del gioco del pallone dichiarò ai giudici di conoscere Carlo Cavedagna da quattro anni e che era sempre munito di denaro “ed in quanto al Taruffi aggiunge che molti burlavasi di lui chiamandolo dottore, busione, bardasione”.

Anche questa non è nuova: i gay venivano beffeggiati anche trecento anni fa. Da queste dichiarazioni palesano evidentemente che la gente comune, i bolognesi in questo caso, sapessero ben individuare i “buzzarioni [culattoni]”. Lo storico Ugo Zuccarello in un saggio sul prestigioso mensile Società e Storia sosteneva addirittura che “agli occhi dei bolognesi la sodomia non appare come qualcosa di portentoso né è causa di particolare sgomento”. Esisteva, sempre secondo il giovane storico, una “sottocultura sodomitica bolognese” fatta “di modi di espressione e di relazione, di valorizzazioni, di modi di vita e quindi di autopercezione e di riconoscimento…che costituisce il bagaglio condiviso di un gruppo sociale costretto alla clandestinità”.

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Con questa tradizione gay alle spalle Bologna non poteva che collocarsi ai primi posti della classifica delle città più vivibili per i gay oggi.

Ma veniamo alle note dolenti e al reale mutamento storico per gli omosessuali di oggi. Soltanto meno di trecento anni fa la sodomia era un reato punibile con la pena capitale. I giudici attraverso interrogatori condotti scrupolosamente e prove indubitabili potevano anche decidere per la pena capitale.

Ma come provare indubitabilmente che un individuo praticasse la sodomia? Il triste referto di una visita medica subita dal Taruffi non lascia spazio per alcun dubbio: due chirurgi bolognesi “aperte le natiche colle mani viddero e riconobbero avere [Leopoldo Taruffi] l’orificio dell’ano dilatato per non esservi le solite crepe naturali; e trovato nella parte sinistra dell’orificio una piccola escrescenza di carne che è un principio di condiloma o sia una punta in cresta, segno dell’introduzione di istromento duro come farebbe un pezzo di legno e un membro virile”. Questa pratica di ‘controllo’ ebbe notevole successo in ambito giuridico ed è caduta in disuso solo da pochi decenni. Era, infatti utilizzata dai fascisti per mandare al confino gli omosessuali italiani. [Anche nell’ottocento ‘l’esplorazione rettale’ poteva offrire la prova di “sodomia”. Tardieu nel testo del 1896 I delitti della libidine al capitolo tre ci informa che i segni della pederastia possono essere ricercati nello “stato della natiche”, nella “deformazione infundibolare dell’ano”, nel “rilassamento dello sfintere” e in altro che tralascio.]

Se poi non esiste un limite al peggio sentite come il tribunale, visto che le prove e le dichiarazioni in questo processo non combaciavano perfettamente, acquisisce nuovi elementi.

Il 9 maggio il ventenne è sottoposto alla corda, che è una tra le possibili modalità per torturare gli imputati. Ecco il suo grido di dolore riportato fedelmente ai documenti storici: “Oh Gesù, Oh Gesù, Sant’Antonio mi moro!” e continua gridando e soffrendo a ribadire tra i lamenti, quanto confessato in precedenza chiedendo di smetterla: “calatemi per l’amore di Dio che vengo meno”.

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Dopo la tortura la parola passa alla difesa. L’avvocato di “Taruffi; Cavedagna e Ricci” punta sulle “contraddizioni del primo le quali favoriscono i secondi nella loro difesa. È detto della sua minorile età per cui è da applicarsi o nulla o ben poca condanna anche come confesso. Non provato il lenocinio a danno del secondo” e in “quando al terzo (Ricci) non essere che un principio di sodomia non consumata […] e tutt’al più da essere mandato in bando”.

Alla fine del processo nessuno fortunatamente fu condannato alla pena capitale. Probabilmente le barbarie perpetrate tra cinquecento e seicento dal tribunale di Bologna contro i sodomiti incominciavano a pesare sulla coscienza di qualcuno. I tre furono condannati al carcere. Dopo sette anni Taruffi, ormai ventisettenne, ottenne la grazia dal cardinale legato, Cavedagna ottenne la grazia dopo cinque anni e Matteo Ricci scontò una pena di solo cinque anni.

E’ vero oggi l’aria bolognese è molto più friendly di allora, non ci torturano, non ci mettono in carcere, non ci impediscono di amare anche se ci chiedono un rispettoso silenzio sulle nostre pratiche sessuali.

Facciamo l’amore come i sodomiti lo facevano trecento anni or sono, ci incontriamo, ci riconosciamo, ci apostrofano per la strada come succedeva a loro ma una differenza esiste.

Oggi non ci possiamo permettere di aspettare altri trecento anni per poter scrivere finalmente che tutta l’Italia è friendly come Bologna. Oggi possiamo permetterci di gridare senza essere torturati che vogliamo che tutta l’Italia sia ancor più friendly di Bologna altrimenti il Taruffi e tanti come lui ieri, e tanti come lui oggi, avrebbero sofferto invano.

NOTA

I brani della sentenza riportati in questo articolo sono tratti da un estratto ottocentesco degli atti di quel processo per sodomia. L’estratto, manoscritto, è conservato presso la Collezione d’Arte Cassa di Risparmio di Bologna al Fondo Ambrosini segnatura C.III op54 3/62. È possibile che la sentenza originaria sia conservata presso l’Archivio di Stato di Bologna nel fondo del Torrone e che possa gettare luce su alcuni punti oscuri che ho segnalato nell’articolo. Ringrazio Massimo Prevideprato per avermi segnalato la sentenza e Ugo Zuccarello per i preziosi consigli che mi ha offerto.

di Stefano Bolognini