Sono una madre transgender, che vi piaccia o meno

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Il mondo crede che essere madri significhi avere un utero. Mischa Haider, madre transgender, è madre, nonostante quello che pensa il mondo.

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Poiché sono una transgender, il mio ridicolo valore agli occhi della società non è mai stato più evidente da quando sono diventata madre, ed è proprio il mio essere madre ad essere messo in dubbio. “Una madre trans”? “Dov’è la vera madre?” “Come hai partorito i tuoi bambini?” sono tra le domande meno offensive che mi sento rivolgere. Ogni volta che vado al parco coi miei tre figli, vedo gli occhi intorno a me, in cerca di quel corpo elusivo , la “vera” madre, quella che li ha fatti nascere. Sono sempre guardata come l’impostore, anche quando i miei figli mi chiamano col solo nome con il quale sentono di chiamarmi, mamma. Specialmente allora.
In quei momenti sono costretta a ricordare quanto facilmente il nostro essere come individui, assieme ai legami che formiamo con le persone che amiamo, possa sparire schiacciato davanti allo sguardo giudicante della società. Questa è la prigione non solo delle donne trans e delle madri trans ma, me ne rendo sempre più conto, di tutte le donne e madri. Viviamo in un mondo nel quale siamo viste come ricettacoli passivi, definiti da una visione normativa opprimente sviluppatasi attraverso millenni di formulazioni misogine spacciate come intoccabili fatti della natura. In questo mondo, la personalità è il regno degli uomini, mentre il valore delle donne risiede nei loro corpi.
Le donne trans occupano la linea di confine di questo gulag. La nostra femminilità risiede solamente in quello che siamo come persone, non nel set di attributi fisici che ci si aspetta da noi. Quindi, garantire a donne transgender la loro femminilità è riconoscere a tutte le donne la loro personalità. Significa, in altre parole, affermare che le donne non sono un insieme parlante e semovente di ovaie, uteri e vagine, ma qualcosa di più intangibile e cerebrale.
Questo, io credo, spiega la ferocia con la quale la società tenta di invalidare la femminilità trans. Riconoscerci come donne significa distruggere il rapporto donna-apparato riproduttivo sul quale la società patriarcale è costruita. Significa sfidare la nozione che uomini e mascolinità sono i soli proprietari dell’essere persone, relegando le donne e la femminilità alla condizione di non essere altro che corpi. Il mio essere donna transgender è silenziosamente negato, come nel caso degli sguardi sprezzanti al parco giochi, quando non viene apertamente attaccato nei media come non autentico, irreale e irrealistico, fraudolento. Io, semplicemente, non ho le parti anatomiche che sono richieste dai requisiti patriarcali per essere accettata come madre. L’utero, in questo costrutto, è considerato requisito mentre gli infiniti giorni di impegno attento con e verso i bambini che è il vero requisito, è per loro un dettaglio. Il latte dal seno è oro liquido, mentre le ore di veglia per un infante che piange sono solo un dettaglio.
Lo sguardo della società è essenzialmente una cecità collettiva e normalizzata.
Ma nonostante questa visione, ci sono fatti che non possono essere negati. Anche se non c’era un grembo di carne nel mio corpo, c’era un grembo nel mio cuore che ha protetto tutti i miei tre figli. La mia anima era gravida di loro anche se il mio corpo non poteva esserlo. È di poca rilevanza per quelli che mi credono incapace o non adatta alla maternità il fatto che i miei figli non sanno nulla di uova e sperma, di uteri e parti; essi conoscono coccole e storie prima di dormire, pannolini e creme e farmaci e il mio amore, sempre li per loro.
Quello che i miei bambini conoscono è la forza temporale del nostro legame, le canzoni che canto a loro, il calore del mio corpo quando si svegliano di notte dopo un brutto sogno e li trascino a letto con me. Non sanno e non gli interessa cosa ho in mezzo alle gambe, ne tanto meno come sono i miei cromosomi. Essi percepiscono, in un modo che la società non riesce, che li amo come solo una madre può. Il dolore che il mio status transgender può causare loro deriva primariamente da tutti coloro che negano questo semplice fatto. Amarli come solo una madre può. Quelli che mi svalutano fanno solo danno ai miei bambini, dicendo loro che la verità centrale della loro vita, l’amore della mamma, è in realtà una bugia.
È tragico a questo proposito che le donne transgender con figli siano loro a non usare il termine “madre”, rassegnandosi ad accettare la definizione della società relativa alla maternità legata agli organi riproduttivi. Oppure accettano una versione castrata di maternità, mettendosi al secondo posto dopo la persona che li ha partoriti, nonostante la verità vivente delle loro famiglie. Per molte di loro, il mio sospetto è che vi abbiano rinunciato riluttanti, come risultato di una coercizione sociale. Come osano chiamarsi madri coloro che non hanno ovaie o utero funzionanti? Io sono una madre, e coloro che non la pensano così farebbero meglio a mettere in dubbio le loro granitiche verità. Io sono la vera, intera e, nel mio caso, unica madre dei miei figli. Il mio essere madre è senza virgolette, qualifiche o scuse, e che i pregiudizi senza occhi di una società cieca possono andare all’inferno. Tali pregiudizi non feriscono solo le famiglie con madri trans o le famiglie LGBT con figli. Persino le madri eterosessuali che adottano sono sottoposte a domande simili e non sono considerate le “vere” madri. La nostra società nel 2016 continua a riproporre i più antichi riti della carne e del sangue.

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