Sphères intimes, l’originale mostra parigina sul concetto di privacy

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Presso Ma Galerie di Samuel Le Paire si riflette sull’osmosi tra pubblico e privato.

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La pervasività dei social media ha velocemente ridefinito la frontiera tra pubblico e privato, dando vita a una vera e propria ‘genderizzazione’ dei due concetti: quando si condivide online la propria privacy si rende davvero pubblico qualcosa di sé o si tratta di una rappresentazione che genera una sorta di realtà comunicativa intermedia, una specie di filtro-finestra del proprio mondo, materiale e/o interiore? E quali sono le conseguenze sociali e psicologiche di questo fenomeno? A riflettere sulla questione dal punto di vista artistico, ci pensa un’originale mostra parigina, Sphères Intimes (Sfere Intime) visitabile fino al 10 luglio presso Ma Galerie in rue de Louvre 7, a fianco della palestra/sauna gay Gym Louvre. Un raffinato luogo espositivo che più intimo non si potrebbe, poiché è anche l’appartamento dove vive l’affabile proprietario e curatore Samuel Le Paire, il quale accoglie i visitatori come un ottimo padrone di casa, facendo da guida alla mostra come si farebbe – e in un certo senso lo è – con un collezionista privato che mostra i propri tesori agli ospiti.

È proprio lui a spiegarci com’è nata l’idea della mostra: “Alla lettura delle Confessioni di Sant’Agostino, mi ero segnato questa frase: ‘Tu eri più intimo dell’intimo di me stesso’. Invoca due concetti abbastanza vicini che bisogna però distinguere: quello di ‘intimo’, un sentimento proprio a ciascuno che si è sviluppato nel tempo, in coppia con la nozione di individuo, e quello di ‘intimità’, volontà di proteggersi dagli sguardi indiscreti, atto ancestrale. Da qui entrano in gioco concetti opposti come interno ed esterno, privato e pubblico. Queste sfere sembrano definite da un sentimento sociale o molto personale che induce la questione del limite. Sant’Agostino si rivolge a Dio e conferisce all’intimo il suo valore ontologico nella ricerca della Verità”.

Ne ho parlato a un collezionista francese” – continua Le Paire – “che mi ha subito proposto questa

scultura autoritratto di Barthélemy Toguo che tratta i rapporti fra l’Africa e l’Europa, del problema

dell’immigrazione, del reflusso dell’intimo, un argomento di triste attualità“.

Ma Galerie è una galleria privata in un appartamento, uno spazio di scambi e di incontri per collezionisti e amanti dell’arte. Dividere questa passione per l’arte intorno a un thè, su un confortevole divano, circondati da capolavori, è un momento unico. Parlare d’arte è condividere: è anche parlare di sé, tocca l’intimo. Le opere di questa esposizione vengono da orizzonti e culture molto differenti: Corea, Inghilterra, Belgio, Florida, Italia, Francia e Brasile”.

Ecco dunque il criptico inchiostro e tempera su carta Crema straordinaria di Andy Warhol, ipotetica radicalizzazione del concetto di virilità intima (il contenitore galenico contiene forse sperma, sorgente di vita non rappresentabile pubblicamente, essendo sommo tabù? Oppure, come ci suggerisce Le Paire, è “il riflesso dell’inizio del consumismo, il commercio del superfluo ad libitum”?). Attira l’attenzione la terracotta Grande Vasca di Keith Haring, materiale poroso per definizione – come poroso è ormai il confine tra pubblico e privato – che contiene, visibili e in movimento perenne, le sue classiche figure umane stilizzate, la cui massima intimità si può riassumere nella geometria euclidea di un cerchio – quasi – perfetto all’interno del corpo, ben visibile ma impenetrabile (e la presenza dei bébé va rivista nell’ottica contemporanea dell’adozione ai gay, secondo la lettura di Le Paire). Una sintetica griglia colorata di rettangoli 6×7 è lo scrigno di ricordi rivitalizzanti di Light in our darkness (Luce nel nostro buio) della celebre coppia gay Gilbert & George, che svelano le loro intime passioni private – ma in questo modo rese pubbliche – quali la floricultura, l’arte classica, il corpo maschile. “La loro opera è semplicemente la loro coppia, la loro storia, il loro amore” ci spiega Le Paire. Nella miniriproduzione in poliestere e acrilico L’impératrice di Niki de Saint Phalle ritroviamo in scala ridotta la monumentale e colorata scultura-abitazione tutta cavità e morbide protuberanze che l’artista francese costruì negli anni Novanta nel grossetano Giardino dei Tarocchi, dalle parti di Capalbio, all’interno della quale lei stessa abitò durante la realizzazione (e così il rimando spaziale contenitore/contenuto ‘vivo’ diventa una sorta di gioco di scatole cinesi nell’appartamento/galleria di Le Paire). Decisamente esplicito, quasi brutale, è il full frontal della donna nuda e legata di Noboyushi Araki, o il rapporto orale nello schizzo alla Cocteau in inchiostro di china firmato da André Masson: come se nell’atto sessuale rappresentato esplicitamente si riassumesse l’essenza intima dell’erotismo, un movimento continuo da sé all’altro da sé e viceversa, nel modo più viscerale possibile, attraverso lo scambio carnale.

A questo proposito vi consigliamo di associare la visita di questa mostra alla curiosa – e inaspettatamente signorile – La toilette, naissance de l’intime (La toilette, nascita dell’intimità) presso l’elegante museo Marmottan Monet, interessante esplorazione artistica di un rito femminile che in tempi passati ha avuto una dimensione quasi pubblica, prima di essere essenzialmente pubica. Evitate invece la deludente Kapoor – Versailles con qualche specchio riflettente (troppo piccolo, tra l’altro) e la rozza installazione Dirty Corner, già ribattezzata ‘La vagina della regina’, incongrua galleria metallica circondata da pietroni, già insozzata di vernice gialla da qualche vandalo. Ma è lo scultore di origini indiano-irachene Anish Kapoor, in realtà, a imbrattare con la sua mostra velleitaria la maestosa bellezza dei giardini di Versailles. Una vera ‘sola’ per il Re Sole.

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