Stati Uniti: candidati repubblicani contro soldati gay

Al contrario dei loro concorrenti democratici tutti i principali candidati repubblicani in corsa alla carica di Presidente degli Stati Uniti, sostengono la norma anti-gay del “Don’t ask, don’t tell”

WASHINGTON – I candidati presidenziali dei repubblicani alla carica di prossimo Presidente degli Stati Uniti danno il loro sostegno alla legge che permette il licenziamento in tronco di militari gay o lesbiche. Sebbene manchi ancora un anno e mezzo alle prossime elezioni presidenziali americane i possibili candidati a succedere a George W. Bush sono già in pista per cercare di raccogliere i consensi (e i fondi) necessari per vincere. Durante un recente dibattito televisivo tra i candidati repubblicani tutti hanno indicato di ritenere giusta la norma federale del cosiddetto “Don’t Ask, Don’t Tell” (non chiedere, non dire) che mette al bando gay, lesbiche e bisessuali dal fare carriera nelle forze armate. Si tratta di un regolamento fortemente criticato dalle associazioni contro le discriminazioni e che tutti i principali candidati democratici hanno annunciato di voler abrogare. La destra dei repubblicani invece ritiene tale discriminazione assolutamente giusta. Al senatore dell’Arizona John McCain la norma sta benissimo così: «Credo sarebbe un terribile errore riaprire il dibattito su questo. Sta funzionando.» ha commentato. Anche per Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, considerato tra i piu’ mentalmente aperti su certi temi, non è il caso di riparlare di queste cose, mentre l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney ricorda che «tale politica è in vigore da almeno dieci anni e sembra che stia funzionando bene». 

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Viene da chiedersi che cosa s’intenda per “sta funzionando bene”: licenziare qualcuno per via del proprio orientamento sessuale vuol dire far ‘funzionare’ bene un paese democratico? Se lo chiedono anche quelli dell’associazione SLDN (Servicemembers Legal Defense Network), un’associazione dedicata alla lotta all’intollerante e ipocrita norma del ‘Dont Ask, Don’t Tell’. I dati sono impressionanti: sin dalla sua entrata in vigore nel 1993 oltre 11.000 (undicimila) militari in servizio sono stati costretti a lasciare le forze armate. Di questi circa 800 avevano esperienza e abilità specifiche che li abilitavano a prendere parte a missioni critiche e delicate, dunque professionisti con addestramenti precisi. Oltre 300 specialisti nella conoscenza di lingue estere, tra le quali l’arabo, sono stati rimossi dal servizio, con un costo per i contribuenti di oltre 360 milioni di dollari. Il tutto per via del loro orientamento sessuale. «Sei leader repubblicani credono che questa legge ‘stia funzionando’ allora vuol dire che la loro definizione di ‘funzionante’ è fondamentalmente difettosa.» ha commentato Sharra Greer, del direttivo dell’SLDN. «Mentre i nostri militari – ha aggiunto – hanno grosse difficoltà a reperire truppe qualificate e le nostre divisioni combattenti sono al limite del collasso vengono mandati via soldati gay con talento e formazione, il che va a detrimento della nostra sicurezza nazionale.» Secondo Greer otto americani su dieci sarebbero a favore della cancellazione della norma, ed è un peccato che i candidati repubblicani «siano così poco a contatto con i cittadini e così poco al passo con quello che è nell’interesse della nazione.» (Roberto Taddeucci)