Storia di Moses, gay ugandese che ha ottenuto l’asilo in UK

Il caso del giovane africano potrebbe essere un buon precedente per salvare Pegah, la lesbica iraniana che rischia di essere espulsa dall’Inghilterra e, probabilmente uccisa nel suo paese

Si chiama Moses Kayiza, è un ugandese omosessuale che ha ottenuto l’asilo politico in Gran Bretagna lo scorso anno, e potrebbe rappresentare un importantissimo precedente per il caso di Pegah Emambakhsh .

Moses è fuggito dall’Uganda nel maggio del 2004 . Secondo le leggi, la cultura e la religione ugandesi, l’omosessualità è considerata un crimine, per la quale sono previste durissime pene detentive, fino ad arrivare all’ergastolo.

Yoweri Museveni, il Presidente dell’Uganda, aveva manifestato negli ultimi anni proprio la volontà di ordinare l’arresto di tutti gli omosessuali del Paese, correggendo poi le sue dichiarazioni con l’augurio di ritornare "al buon tempo in cui erano i genitori di questi individui a farli sparire e ad ammazzarli".

Nel 2003, le pressioni provenienti dalla sua famiglia e dalla tradizione culturale del suo Paese lo costrinsero a un’unione matrimoniale combinata. Dopo tredici mesi di matrimonio e un periodo di separazione, la moglie di Moses ritornò nella casa coniugale e scoprì il marito con un altro uomo. La donna lo denunciò alle autorità, e sulla base delle evidenze raccolte, la polizia arrestò Moses più e più volte.

Moses fu torturato e violentato per sette giorni dagli agenti delle forze di sicurezza che lo avevano in custodia . Questo prima della sua disperata fuga, nel maggio di tre anni fa, verso il Regno Unito, dove avrebbe richiesto rifugio.

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Lo scorso anno il segretario di Stato dell’Home Office John Reid aveva definitivamente negato l’asilo politico al cittadino ugandese . Il Giudice aveva rifiutato l’appello con motivazioni ancor più gravi e pretestuose di quelle addotte dall’attuale segretario di Stato Jacqui Smith nei confronti di Pegah Emambakhsh.

"Da prove oggettive" aveva dichiarato il giudice "è evidente che l’omosessualità sia tuttora oggetto di persecuzione in Uganda. Tuttavia, appaiono, al momento attuale, pochissimi, se non nulli, i provvedimenti adottati per rafforzare questo tipo di legge persecutoria".

Dunque l’uomo si ritrovò respinta la richiesta.

 

Nel momento in cui stava per essere deportato, afflitto da una grave crisi nervosa da stress e crisi di panico, venne ricoverato in base alla sezione 2 del Mental Health Act. Mentre era in ospedale, e all’avvocato veniva offerta la possibilità di ricorrere in appello alla decisione dell’Home Office attraverso un’Immigration Court. Tutta l’Inghilterra si mobilitò: singoli, gruppi e associazioni.

Ad Agosto del 2006 l’Immigration Court riconobbe il ricorso in appello del cittadino ugandese sulla base della Convenzione ONU di Ginevra del 1951, relativa allo status di rifugiato, e in base alla Convenzione Europea dei Diritti Umani.

Moses si trova ora in Inghilterra con il permesso di rimanerci stabilmente per cinque anni, godendo di tutti i diritti di un cittadino britannico. Al termine del quinquennio, l’Home Office revisionerà la situazione in Uganda. Se niente sarà cambiato in meglio per la comunità gay e lesbica, otterrà l’asilo definitivo nel Regno Unito.

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Moses, nonostante la timidezza che lo caratterizza, ha partecipato pubblicamente agli ultimi Gay Pride di Londra e Manchester, portando la sua testimonianza davanti a migliaia di persone.

 

Jacqui Smith, la segretaria di Stato britannica scelto dal primo ministro Gordon Brown,  prima donna a ricoprire quest’incarico nella storia della Gran Bretagna, ha ricalcato perfettamente la tradizione omofobica e lesiva della dignità umana che ormai da anni caratterizza l’Home Office del Regno Unito .  

Gettatasi a capofitto sul caso di Pegah Emambakhsh , le ha negato la richiesta d’asilo , ne ha ordinato l’incarcerazione nel centro di detenzione temporanea di Yarl’s Wood, e ne ha decretato la deportazione in Iran più volte, non considerando le richieste di rimando del provvedimento da parte del PM di Sheffield Central, Richard Caborn.

 

Grazie alla denuncia del caso da parte del Gruppo EveryOne, in collaborazione con IRQO (Iranian Queer Organization) e Friends of Pegah Campaign, è partita una campagna internazionale (con l’adesione di singoli cittadini, istituzioni, associazioni, organizzazioni per i diritti umani) che ha bloccato la deportazione di Pegah e ha raccolto oltre 15.000 firme per una petizione che verrà inviata dal Gruppo EveryOne nei prossimi giorni al Ministro dell’Immigrazione britannico, al premier Brown e, per conoscenza, all’Ambasciata Britannica in Italia . Il team legale di Pegah ha nel frattempo presentato ricorso in appello all’Immigration Court , ed entro una decina di giorni, secondo fonti vicine al Gruppo EveryOne, dovrebbe arrivare anche quella sentenza.

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Il caso di Pegah Emambakhsh rappresenta però solo la punta di un iceberg. Nei mesi e negli anni passati sono stati infatti deportati – nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale e nella silenziosa complicità degli Stati Membri dell’Unione Europea, tra cui, purtroppo, anche l’Italia – centinaia e centinaia di profughi richiedenti asilo . Di questi, molti non hanno raggiunto il Paese d’origine: solo negli ultimi tre anni, sono almeno due i casi

documentati e accertati di suicidio da parte di cittadini omosessuali iraniani che avevano richiesto l’asilo all’Home Office del Regno Unito e si sono visti improvvisamente sospesi il diritto al lavoro e ai sussidi, e soprattutto respinta la richiesta di rifugiarsi in un Paese che consideravano civile. Entrambi hanno scelto la via della morte per conservare la propria dignità, quando già era giunta per loro l’ora della deportazione. E quando, come per Pegah, era già stato fissato loro il volo verso il terrore.

di Matteo Pegoraro