Stuart Milk al PD: “Sui diritti gay ci vuole più coraggio”

Intervista al consigliere di Barack Obama per i diritti civili, a Milano per incontrare gli studenti e i dirigenti del PD: “L’Italia è a un bivio, non ci sarà prosperità se c’è discriminazione”.

Milano. Una giornata densa di impegni per il nipote di Harvey Milk, primo gay dichiarato a essere eletto a una carica pubblica negli Stati Uniti (assassinato nel 1978 e reso famoso dall’omonimo film). Stuart Milk, fondatore della Harvey Milk Foundation, ha tenuto una lezione all’Università Statale dal titolo “Discriminazione: i diritti e le democrazie”, poi si è spostato alla Bocconi, dove ha incontrato un’associazione di studenti. Nel pomeriggio un incontro istituzionale con i dirigenti del Partito Democratico al Consiglio regionale della Lombardia in un meeting aperto al pubblico: “La promozione dei diritti civili come valore sociale e politico”. Un segnale molto forte a tutti i politici italiani, sottolineato da un video messaggio di Nancy Pelosi.

Che cosa l’ha spinta a raccogliere il testimone di suo zio e portare avanti la sua battaglia per i diritti civili della comunità lgbt?

Non è stata una singola decisione, ma un processo che ha richiesto diverso tempo. Inizialmente mi sono occupato dei diritti delle persone in generale. Poi, soprattutto dopo la morte di Harvey, ho iniziato occuparmi dei diritti della comunità gay. Era un ambiente ancora abbastanza ostile, tra gli anni ’70 e gli ’80. Molti mi paragonavano a mio zio e da questo ne uscivo perdente, avevo appena diciassette anni all’epoca, e non per tutti ero bravo come lui. Ho iniziato a lavorare prima dietro le scene e poi come attivista gay a tutti gli effetti.

Lei ha affermato che i diritti civili hanno un grande valore sociale e politico, perché?

Da un punto di vista politico, non può esserci una vera inclusione se non vengono contemplati anche i diritti della comunità gay. Nei partiti non ci può essere vera autenticità se ogni componente non si sente libero di essere se stesso, lo stesso vale per un nucleo familiare. Di conseguenza la politica ne uscirebbe sconfitta e debole.

Negli Stati Uniti c’è ancora molta discriminazione nei confronti degli omosessuali?

Sì.

Crede che le politiche di Obama porteranno un cambiamento riguardo a questo?

Il cambiamento c’è già stato. La situazione negli Stati Uniti è un po’ complicata, soprattutto dal punto di vista di un europeo. È in atto il principio della divisione del potere e il presidente può fare solo alcune cose, altre spettano al parlamento. Tuttavia Obama ha sempre sostenuto la comunità e si è detto favorevole all’uguaglianza anche nei matrimoni, pur senza dichiararsi a favore. Come presidente ha fatto più di quanto si aspettasse chiunque, ed è il presidente che più di ogni altro ha sostenuto la comunità lgbt. Si spera che, nel caso in cui vinca il secondo mandato, continui su questa strada e il parlamento si sposti più a favore del Partito Democratico di Nancy Pelosi, cui appartengo, rispetto al Partito Repubblicano.

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Crede che, in un’eventuale secondo mandato, Obama riesca a far ottenere alla comunità gay una legge nazionale sul matrimonio gay?

Obama non potrebbe, non ha il potere per farlo. Il mio collaboratore ha un fidanzato greco e si sposerà in Massachusetts, stato in cui è riconosciuto il matrimonio omosessuale. A livello federale questo non è possibile perché c’è una legge in difesa dei matrimoni, la Defence Marriage Act, firmata dal presidente Clinton, che proibisce l’unione tra persone dello stesso sesso. Questo tipo di leggi possono solo essere difese dal Congresso o dalla Corte Suprema, che possono pronunciarsi e stabilire se siano costituzionali o meno. L’unica cosa che ha potuto fare Obama, ed è stata una mossa molto coraggiosa, è dichiarare che per lui la legge firmata da Clinton non è costituzionale. Così quando si discuterà sulla costituzionalità di questa legge, dovendo essere il suo Dipartimento di Giustizia a difenderla, questo non la difenderà. Ciò era tutto quanto fosse in suo potere per consentire alla comunità lgbt di sposarsi.

Lei oggi incontra il Partito Democratico italiano, quali differenze vi riscontra rispetto a quello americano?

Ho portato al PD italiano un video da parte di Nancy Pelosi, la leader del Partito Democratico americano. È un video con un messaggio molto forte perché lei dichiara che alla base dei principi di ogni partito democratico c’è l’uguaglianza e il valore dell’inclusione, quindi leggi a supporto della comunità lgbt e contro l’omofobia. È un messaggio inequivocabile, che non lascia spazio a nessun tipo di fraintendimento e, soprattutto, non ci può essere una vera inclusione se non si affrontano queste tematiche. Detto da lei è molto importante perché è la prima donna ad aver raggiunto la più alta carica politica possibile negli Stati Uniti, dopo il Presidente. Il messaggio che dovrà passare ai politici italiani è che il Partito Democratico non potrà raggiungere nessun obiettivo se prima non si occupa di queste questioni.

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Più volte in Italia il PD ha cercato di portare in parlamento proposte di legge sulle unioni gay, ma c’è un’ala cattolica al suo interno che ha sempre fortemente ostacolato. Cosa ne pensa di questo e della forte influenza cattolica in generale su tutta la scena politica italiana?

L’influenza della Chiesa, è vero, gioca un ruolo molto importante, ma abbiamo già avuto svariati esempi di Stati in cui, nonostante l’altissima percentuale di credenti, si sono ottenuti dei risultati positivi. Ad esempio, in Argentina l’attuale presidente, che proviene da una base elettorale cattolica, è riuscita a far passare una legge sui matrimoni gay. Che cosa ha fatto? Ha utilizzato gli argomenti nel corso della storia in cui la Chiesa si era pronunciata a sfavore, come i matrimoni misti o interreligiosi, dimostrando che, come aveva avuto torto in passato, lo aveva anche adesso. Questo non ha intaccato il credo della religione, anzi. Si è cercato il dialogo, e tramite questo vincere anche con un buon margine, nonostante la base elettorale. È una cosa che richiede coraggio.

In Europa alcuni Stati hanno fatto leggi a riguardo, l’Italia è rimasta molto indietro. Come mai, secondo lei? Riusciremo a raggiungere anche noi certi traguardi?

Il problema è sicuramente la Chiesa. Ma non è vero che tutta l’Europa si è mossa in avanti. Il caso della Spagna è emblematico, adesso il nuovo governo ha messo tra le sue priorità l’abrogazione della legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. Molti sono preoccupati, già in passato si è visto come le minoranze possano ottenere diritti, ma anche vederseli revocati. Il primo passo è l’educazione alla non discriminazione. In Italia c’è stato un impegno preso da parte del Ministro delle Pari Opportunità per far sì che questo fosse impartito nelle scuole. Adesso l’Italia si trova a un bivio e deve decidere se andare avanti o se restare ancorata al passato. Alla base c’è la legge contro l’omofobia. Ci insegnano a non discriminare qualcuno solo perché è diverso, non si capisce per quale motivo la Chiesa dovrebbe essere contro un simile disegno di legge. L’altro aspetto che frena l’Italia è la questione della visibilità, se ci fossero più persone dichiaratamente gay o lesbiche la situazione sarebbe diversa. Il fatto che in pochi facciano coming out permette alla maggioranza di dire io non conosco gay, non vedo il problema. Questo era il messaggio di Harvey Milk, per quanto difficile per quanto duro bisogna fare coming out.

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Un suo messaggio alla comunità glbt italiana?

L’Italia è una nazione molto importante dal punto di vista economico, e ha sempre avuto un ruolo decisivo nella storia. Inoltre, qui c’è la sede della Chiesa cattolica. Se l’Italia riuscisse a fare questa mossa coraggiosa, lancerebbe al mondo un messaggio ancora più forte di quello dell’Argentina o della Spagna: la Chiesa può restare con le sue convinzioni, però è possibile andare avanti. Restate autentici, siate voi stessi e fate coming out. Per quanto difficile è una scelta possibile, che potrà lanciare questo messaggio forte grazie al quale i politici non potranno più ignorarci. Di conseguenza vedremo un vero cambiamento, vivremo in una società con più uguaglianza e lanceremo un messaggio che non influenzerà soltanto noi e i nostri figli, ma anche la comunità mondiale.

di Francesco Belais