Studio di Arcigay denuncia: sull’HIV lo stesso stigma degli anni ’90

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Nell'ambito del progetto "Buone pratiche" uno studio di Arcigay finanziato dal Ministero del Lavoro rivela che le persone affette da HIV vivono lo stesso stigma degli anni '90:...

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Dagli anni novanta ad oggi, sembra non essere cambiato nulla nello stigma che colpisce le persone lgbt e i pazienti affetti da AIDS, neanche negli ambienti sanitari. Un recente studio condotto da Arcigay, finanziato con il contributo del fondo per l’associazionismo del Ministero del Lavoro, all’interno del progetto “Pratiche positive”. Tra i contesti in cui emergono maggiori discriminazioni si segnalano gli studi dentistici e il pronto soccorso. Una persona su tre non rivela il proprio stato sierologico al dentista e sono numerosi i racconti di servizi negati una volta noto la stato sierologico.

Metà degli intervistati raccontano di non aver rivelato lo stato sierologico al proprio medico di base, altri si rivolgono a strutture molto

lontane da casa. Altri ancora hanno addirittura rinunciato a richiedere trattamenti e cure.

Nello studio sono stati coinvolti 522 pazienti HIV+ e 836 operatori sanitari. “La formazione scientifica del target sociosanitario – ha spiegato il supervisore scientifico, dott. Gabriele Prati, docente di Psicologia sociale e del lavoro all’Università di Bologna – poteva far ipotizzare una minore incidenza dello stigma e della discriminazione: non è così”.

L’analisi del primo campione (persone HIV+, in maggioranza omosessuali maschi, provenienti da tutte le regioni italiane) ha rivelato che due persone su tre riferiscono di essersi sentite trattate diversamente o ingiustamente a caso del proprio stato sierologico. Di conseguenza lo svelamento dello stato sierologico è altamente selettivo: il timore del giudizio e della discriminazione scoraggia a dirlo nel 60% dei casi perfino ai propri familiari.

Il campione degli operatori sociosanitari (medici, infermieri, ma anche assistenti sociali, psicologi, Oss), composto da persone di diverse strutture e residenti in otto regioni (Abruzzo, Calabria, Emilia-Romagna, Marche, Puglia, Sicilia, Trentino Alto Adige, Veneto). L’ottanta per cento di loro ha avuto esperienza lavorative con persone HIV+, il venti per cento ci lavora quotidianamente. Guardando le cifre, in generale gli operatori non manifestano forti atteggiamenti negativi nei confronti delle persone sieropositive, “anche se tali atteggiamenti – si legge nel rapporto dello studio- (incoerenti con le nozioni basilari sulla trasmissione del virus dell’HIV) sopravvivono tenacemente in una minoranza tutt’altro che trascurabile (10-15%)”.

“Perfino occupare il posto accanto a una persona HIV+ su un mezzo pubblico può essere problematico (più del 10% degli intervistati manifesta questo tipo di disagio oppure non esclude di provarlo) – continua lo studio -. O ancora: l’8% sostiene che le “persone sieropositive valgono meno degli altri”. Il 22% è convinto che le persone HIV+ abbiano commesso un errore per contrarre il virus: uno su cinque crede che quella persona sia meno “degna”. Il 9% degli intervistati, inoltre, “preferirebbe non diventare amico di una persona sieropositiva”, oltre il 12% manifesta disagio rispetto all’eventualità che una persona sieropositiva viva vicino alla sua abitazione. Oltre il 30% ritiene “rischioso” che una persona sieropositivo badi ai bambini di qualcun altro”.

E ancora: più del 10% degli operatori crede che “le persone sieropositive devono solo rimproverare se stesse” e oltre il 55% non vorrebbe bere nel bicchiere in cui ha appena bevuto una persona sieropositiva”.

La conclusione dello studio è che il bisogno di formazione è ancora molto forte. A tirare le somme è, ancora una volta, il dott. Prati. “La fotografia scattata è desolante – osserva – nulla sembra essere cambiato rispetto agli anni Novanta. C’è un forte bisogno di formazione: le nozioni tecniche e scientifiche ci sono, ma le credenze e lo stigma pesano di più”.

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