Suicidio: 8 gay italiani su 10 ci hanno pensato

I giovani gay e lesbiche e il suicidio: uno studio rivela che in Italia 8 su 10 ci hanno pensato e che ancora molti genitori portano i loro figli dallo psicologo, credendo che abbiano un disturbo.

Tra la popolazione omosessuale l’82.5% dei maschi e il 84.3% delle femmine ha pensato almeno una volta di suicidarsi. È quanto emerge da una ricerca condotta da Alessandro Buffoli dell’Università di Padova, della quale avevamo dato notizia nel luglio 2006 quando era ancora in corso la fase della raccolta dati. I risultati sono poi stati elaborati, la tesi è stata discussa e i dati sono stati presentati al Congresso mondiale della International Association for Suicide Prevention che si è tenuto dal 28 agosto al 1 settembre a Killarney in Irlanda (dove Buffoli ha vinto il primo premio come miglior poster, ovvero la modalità di presentazione dei dati) e all’incontro annuale tra la Society for the Study of Psychiatry and Culture, la World Association of Cultural Psychiatry e la WPA Transcultural Psychiatry Section, tenutosi a Stoccolma dal 9 al 12 settembre. A distanza di oltre un anno abbiamo ricontattato il ricercatore e gli abbiamo chiesto quali sono i dati salienti riscontrati.

Buffoli, allora com’è andata la ricerca dopo la pubblicazione del nostro primo articolo?

Benissimo, basti dire che solo nella settimana successiva ho ricevuto più di 1000 questionari compilati. Al termine della fase di raccolta dati, i questionari validi, ovvero quelli compilati da gay lesbiche e bisessuali nati e residenti in Italia, nella sola fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, erano 720, dei quali 605 maschi e 115 femmine. Solo su questo gruppo, per il momento, sono state condotte le analisi.

In ambito universitario quanto e come è stato supportato in questa sua idea?

Il Prof. Petter, mio relatore, si è mostrato fin da subito estremamente disponibile verso questo progetto permettendo alla dott.ssa Colucci e a me di impostare la ricerca come meglio abbiamo ritenuto. Notevole incoraggiamento è derivato poi dall’interesse che questa ricerca ha suscitato fra vari studiosi del settore in Italia e all’estero.

Quali sono i dati più significativi emersi?

Che l’82.5% dei maschi e il 84.3% delle femmine ha pensato almeno una volta di suicidarsi e che il 17.7% dei maschi e il 32.2% delle femmine ha tentato il suicidio. Calcolando una scala di rischio suicidario dalle domande epidemiologiche per ogni soggetto e valutandoli in relazione alla provenienza geografica (nord centro sud Italia) e le dimensioni del centro abitato, è emerso un maggior rischio suicidario per coloro che vivono al sud in centri piccoli, inferiori a 10.000 abitanti. Possiamo solo ipotizzare che questo sia dovuto al fatto che il Sud è l’area più tradizionalista del Paese e che l’omosessualità sia meno accettata che nel resto d’Italia.

Quali sono le motivazioni che possono spingere a tentare il suicidio?

La motivazione al suicidio di gran lunga più frequentemente indicata è la solitudine, indicata come più importante da quasi il 40% dei soggetti, seguita dall’orientamento sessuale e dai problemi psicologici, come la depressione, indicati come prima motivazione da circa il 20% dei partecipanti.

Ci sono degli aspetti dei dati riscontrati che l’hanno sorpresa e che non aspettava?

Mi aspettavo emergessero differenze tra i bisessuali e gli omosessuali, ovvero che i bisessuali rappresentassero una categoria a minor rischio. I dati invece non indicano alcuna differenza statisticamente significativa tra i due gruppi.

Nell’Italia del 2007 la condanna morale che viene da religioni vecchie di millenni può ancora avere effetti nefasti e contribuire a spingere qualche giovane al suicidio?

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Non è emersa alcuna relazione tra il tentativo di suicidio e l’appartenenza a una religione, anche se questa condanna l’omosessualità. Alla domanda riguardo a cosa potrebbe essere fatto per prevenire il suicidio omosessuale, solo il 5% dei partecipanti ha indicato la riduzione della condanna morale delle religioni come un possibile intervento. In una prospettiva più ampia, hanno auspicato un cambiamento generale della società, maggiore informazione e l’abbattimento di stereotipi.

E per quanto riguarda l’atteggiamento della famiglia?

Interrogati sull’atteggiamento che dovrebbe essere tenuto dalla famiglia, i partecipanti si sono espressi in termini generali, riferendosi alla necessità di maggior apertura e disponibilità all’accettazione. Un dato interessante è che il 10.6% dei partecipanti ha dichiarato di esser stato obbligato a incontrare uno psicologo per via della propria omosessualità. Questo dato indica quanto sia ancora radicata l’idea, errata, che un orientamento non eterosessuale rappresenti un disturbo psichico.

Il suo lavoro in questo campo è finito?

No, la ricerca sta ora proseguendo con la realizzazione di focus group di approfondimento in varie città d’Italia, realizzati in collaborazione con Linda Borra, laureanda presso la mia stessa Università. Vorremmo organizzare questi gruppi in varie aree, per dare voce a tutte le realtà geografiche italiane, anche per analizzare la correlazione tra provenienza e rischio suicidario. Il focus group è uno spazio di discussione entro un gruppo ristretto di persone che permette di indagare più in profondità il tema del suicidio, rispetto a quanto si è potuto fare attraverso un semplice questionario. Si strutturerebbe in due incontri ad una settimana di distanza l’uno dall’altro della durata di 2 ore circa l’uno. I nostri partecipanti ideali sarebbero gay lesbiche bisessuali, maschi e femmine, fra i 18 e i 24 anni, suddivisi successivamente per provenienza, anche se ovviamente in base al numero dei partecipanti si deciderà il da farsi. Chi fosse interessato a partecipare o desiderasse ricevere altre informazioni può mettersi in contatto con noi scrivendo all’indirizzo email: ricercasuicidio@hotmail.it