Torino accoglie Andrea Giuliano, l’attivista aggredito a Budapest

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"La paura è tanta, molti incassano e spariscono, ma io voglio farmi sentire", dice.

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Si è svolta oggi, martedì 28 luglio a Torino, presso la sede del Consiglio regionale del Piemonte, la conferenza stampa “L’omotransfobia, una minaccia per l’Europa. Il caso di Andrea Giuliano” organizzata dal Comitato Diritti Umani del Consiglio regionale del Piemonte, dal Coordinamento Torino Pride e dal parlamentare europeo Daniele Viotti, che si sono attivati per tutelare Andrea Giuliano , l’attivista italiano LGBTQI, minacciato e perseguitato dai neonazisti ungheresi e da qualche giorno a Torino. Sono intervenute alla conferenza anche le assessore alle pari opportunità della Regione Piemonte Monica Cerutti, della Città di Torino Ilda Curti e la consigliera delegata della Città Metropolitana Lucia Centillo.

Ad aprire il dibattito il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus: “Abbiamo seguito la vicenda come Comitato Diritti Umani dallo scorso 20 maggio, è stata oggetto di numerose segnalazioni e scambi di informazioni con il Ministero degli Affari Esteri, la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani e la Commissione Europea. Ora Andrea è al sicuro, qui tra noi”.

La situazione in Ungheria è drammatica” – ha proseguito Viotti, eurodeputato del Parlamento Europeo – “la costruzione di un muro tra Ungheria e Serbia è un indice efficace dell’intolleranza che regna nel paese, ed è emerso da diverse statistiche come le nazione ( in compagnia dell’Italia) risulti al primo posto per quanto riguarda le discriminazioni delle persone transessuali. Sono venuto a conoscenza della situazione di Andrea parecchi mesi dopo l’aggravarsi delle sue vicende, ma ho immediatamente proceduto a denunciare il caso alla Corte Europea, oggi per fortuna Andrea è qui, a darci coraggio e insegnamenti”.

Ho provato sulla mia pelle cosa vogliono dire discriminazione e omofobia”, ha dichiarato Andrea Giuliano, “mi sono fatto coraggio e sono andato avanti, voglio comunque precisare che amo l’Ungheria e, avendola scelta come seconda casa, non voglio far sembrare questo un attacco al paese. La situazione lì è paradossale: esistono sia unioni civili che leggi contro i crimini d’odio… ma non sembrano venir messe in pratica. La mia impressione è che le autorità locali agiscano in base al loro gusto personale, ma come faccio a pazientare quando subisco minacce, vengono diffusi i miei dati personali, e qualcuno tenta di ammazzarmi?! Sono grato per tutti i messaggi di supporto che ho ricevuto, ma al contempo preoccupato perché le reazioni sui social media dopo la mia aggressione rivelano enorme pressione da parte dell’estrema destra ungherese; è stato persino creato un inquietante meme prima & dopo per sottolineare come, per alcuni, me la sono cercata.”

Continuando: “L’estrema destra non è nuova alla violenza fisica e psicologica: poco prima del pride di Budapest, in una città limitrofa alla capitale, tutti i manifesti dell’evento sono stati imbrattati con la dicitura – gli ungheresi non vogliono la devianza – , fatto al quale non è seguito nessun tipo di protesta o denuncia; episodi come questo portano le persone discriminate a pensare che continueranno ad esserlo, senza via d’uscita. Ma la comunità omosessuale non è l’unica a venir fortemente osteggiata nel paese, i senzatetto vengono paradossalmente multati per dormire in strada e vi sono stati numerosi episodi violenti nei confronti della popolazione rom. Sono fattori che devono farci riflettere, bisogna creare una comunità in grado di rispondere a queste minacce arroganti.

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Giuliano, evidentemente scosso, ha asserito: “Dalla sera del 5 luglio 2014 la mia vita è cambiata, sono stato costretto a cambiare casa più volte, ho subito pedinamenti e ho perso il lavoro, ricordo inoltre con precisione il giorno in cui un parlamentare dell’estrema destra, espulso dal partito per le sue idee troppo radicali, si presentò sul mio luogo di lavoro per minacciarmi. Ricordo bene che il primo media a dare notizia di quel che mi è successo fu Al Jazeera, da quell’istante la mia vita è cambiata. Parlando di avvenimenti più recenti, mercoledì ho dovuto denunciare il sindaco di una città ungherese in seguito alla pubblicazione sul suo profilo Facebook dello status ‘smettetela o vi rifaccciamo la faccia’, l’individuo in questione ha persino intimato al mio avvocato di smettere di difendermi. In ogni caso, a 13 mesi dall’inizio di questa epopea il mio fascicolo non è ancora stato trattato, a fine maggio non erano neanche cominciate le indagini.

A parte messaggi di conforto da parte di alcuni politici ungheresi, lo stato non mi ha mostrato alcun tipo di supporto, ma continuo a credere che se non si reagisce a certi tipi di situazione, nessuno lo farà al posto nostro; io sono solo una delle tantissime vittime, ma il mio caso è più visibile, voglio approfittarne per cambiare le cose. La paura è tanta, solitamente le persone incassano il corpo e spariscono, ma io voglio farmi sentire”, ha concluso l’attivista.

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