TRANSESSUALI FAI DA TE? NO GRAZIE

I pericoli delle transizioni ‘autoprescritte’. Le discriminazioni della Chiesa. I problemi delle persone trans al Sud. Intervista a Mirella Izzo, presidente di Crisalide Azione Trans.

NAPOLI – Mirella Izzo è la presidente nazionale di Crisalide Azione Trans una delle associazioni più attive in Italia per la tutela delle persone transgender e transessuali.

Mirella, attraverso il web è possibile in maniera più o meno lecita acquistare ormoni e farmaci per una transizione fai da te. Quali sono i pericoli in questa libertà?

Quello che dici rientra nella problematica del “diritto all’autodeterminazione” che le associazioni transgender rivendicano per il proprio percorso di transizione. E che è praticamente negata in tutto il mondo (essendo la condizione transgender considerata ancora patologica con il nome di Disturbo dell’Identità di Genere nel manuale psichiatrico americano). Tutto questo determina fraintendimenti all’interno dell’ambiente trans. Una cosa è chiedere che la nostra condizione sia “depsichiatrizzata”, altra cosa che l’autodeterminazione comprenda l’autoprescrizione di farmaci importanti.

“Farmaci importanti” in che senso?

Senza voler spaventare nessuno e nessuna è bene che si sappia che gli studi sugli estrogeni, gli ormoni femminili che assumono le trans da “maschio a femmina” (o MtF) presentano rischi di effetti collaterali anche molto seri. Il Testosterone usato dai transessuali da femmina a maschio (o FtM) e l’antiandrogeno più utilizzato in Italia per le trans, il Ciproterone Acetato, presentano possibili effetti cancerogeni sul fegato. Occorre fare attenzione anche agli estrogeni. In persone predisposte, essi possono determinare flebiti, trombosi, ischemie ed embolie polmonari o cerebrali spesso fatali. Questi studi sono stati effettuati sulla terapia ormonale sostitutiva in donne in menopausa a cui sono somministrati dosaggi molto inferiori a quelli necessari alla transizione. Si può quindi capire bene quanto sia pericolosa l’autoprescrizione via internet.

Questi dati sono a dir poco terrificanti. Di fronte a questi pericoli bisogna addio agli ormoni?

No, affatto. Io affermo con chiarezza la realtà di questi problemi pur correndo il rischio di sembrare “allarmista” in quanto, in realtà – se seguiti da endocrinologi competenti e dopo un profondo screening personale riguardante le proprie condizioni di partenza e eventuali rischi genetici – quasi sempre è possibile trovare una soluzione che consenta la somministrazione controllata di estrogeni. I dosaggi, il tipo di estrogeno (esistono varie molecole con rischi diversi), la modalità di somministrazione (orale o transdermica) possono variare di molto il “rischio” per la propria salute. Questa valutazione è l’unica che davvero noi transgender non dobbiamo fare da sole e da soli, basandoci sul “sentito dire”, sul “passaparola”, sui “miracoli” di cambiamento di un farmaco piuttosto che un altro.

Io però non capisco, se ci sono tutti questi rischi quali sono i motivi reali che indurrebbero una persona transgender ad autoprescriversi dei farmaci così pericolosi?

Uno dei problemi che spinge molte persone transgender all’autoterapia è dovuto al fatto che…

Continua in seconda paginaIo però non capisco, se ci sono tutti questi rischi quali sono i motivi reali che indurrebbero una persona transgender ad autoprescriversi dei farmaci così pericolosi?

Uno dei problemi che spinge molte persone transgender all’autoterapia è dovuto al fatto che i Centri Italiani che seguono le persone transgender e che sono quasi tutti iscritti all’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere), organizzazione composta da medici e anche da qualche ass.ne trans, si rifiutano di adottare gli “ultimi standard di cura” dell’Harry Benjamin Foundation, associazione che “detta” al mondo le evoluzioni sulla cura delle persone transgender. Questi standard di cura prevedono che la persona transgender, prima di poter accedere alla terapia ormonale sia sottoposta ad una (o più) visita psichiatrica che ESCLUDA la presenza di patologie come schizofrenia, personalità multipla, Disturbo Border Line della Personalità, che possano mettere in dubbio la reale volontà della persona ma considerano facoltativo il ricorso alla psicoterapia. I Centri Onig italiani invece obbligano purtroppo le persone trans anche ad un percorso psicoterapeutico di durata variabile, a giudizio insindacabile del/della psicoterapeuta: il che ritarda talvolta anche di anni l’ok alla terapia ormonale per adeguare il proprio corpo alla propria identità. Per quanto ci riguarda la psicoterapia obbligatoria è un abuso e, a pensarci bene, il termine psicoterapia è incompatibile con l’obbligatorio.
L’obiettivo che Crisalide si pone, rispetto a quanto mi hai chiesto, è triplice. Critica nei confronti degli standard di cura italiani che rallentano troppo l’accesso alla terapia ormonale, combattere ogni forma di autoterapia e depsichiatrizzazione del transessualismo a favore di un diverso inquadramento nosografico.

A Genova però avete adottato una soluzione molto più veloce.

Si, per quanto ci è stato possibile, all’istituto DISEM (Dipartimento Scienze Endocrinologiche e del Metabolismo) dell’Università di Genova, Crisalide ha concordato un “protocollo” molto più agile di quello Onig. Una volta che lo psichiatra ESCLUDA che la persona possa “non essere capace di intendere e di volere” e che mostri il bisogno della transizione, l’endocrinologo può iniziare uno screening (anche questo concordato) di esami che valutino lo stato di base di rischio della persona e successivamente la terapia ormonale adeguata. In questo caso la psicoterapia è solamente un “supporto” che viene attivato a richiesta della persona, qualora abbia dubbi, o incontri difficoltà nella gestione della propria transizione, del proprio coming out, ecc. Il percorso fra la decisione di rivolgersi alla struttura medica e l’accesso alla terapia ormonale è quindi abbreviato e di molto pur restando dentro i canoni dei protocolli USA. Insomma siamo un passo più vicini all’autodeterminazione.

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Quale è il tuo parere personale sull’autoterapia? Non esprime comunque un bisogno di libertà?

Il mio parere è contro l’autoterapia ma contemporaneamente vedo negli infiniti “gioghi” sotto cui devono spesso passare le persone transgender per accedere ad una terapia ormonale controllata, uno dei fattori che fa aumentare l’appetibilità dell’autoterapia. Paradossalmente l’eccesso di salvaguardia sulla testa della persona e delle sue volontà, determina l’allontanamento di una parte di trans dalle strutture italiane.

Cambiamo un po’ argomento. Come vive un/una transgender al Sud?

La vita transgender al Sud è sintetizzabile in una parola: emigrazione. Ma non è una regola che si può applicare al 100%: vi sono persone transessuali che vivono tranquillamente in Calabria, Sicilia, Puglie, Campania ecc. Sono soprattutto le trans MtF che fanno la scelta dell’emigrazione verso il nord. Ed i problemi sono i soliti: la reazione della famiglia, la mancanza di strutture mediche capaci di seguire le persone trans e ultimo ma per niente ultimo, l’impossibilità di trovare lavoro. La città verso cui si emigra di più in Italia per le trans è forse Milano, seguita da Bologna, Torino ed anche Roma. E non è un caso che queste città siano di norma le più laiche o, come nel caso di Milano, le più culturalmente abituate a guardare “il lavoro” e non “chi lo fa”. Città abituate alle immigrazioni antiche dal sud e che hanno saputo assorbirle, sono leggermente più disponibili a guardare non la trans, ma la qualità del suo lavoro.

Quindi il vero problema è il lavoro. Per il resto una persona trans al Nord riesce ad integrarsi meglio rispetto al Sud?

Non ne faccio ovviamente una questione di razza, ci mancherebbe. In realtà la stessa situazione di molte trans al Sud è identica a quella che vivono le trans che abitano in provincia anche nel nord più estremo. Queste sono di norma problematiche presenti ovunque ma evidentemente al Sud sono di intensità maggiore anche perché qui non si riesce a creare una realtà associativa che possa essere vissuta come un punto di riferimento, di tutela.
Non dimentichiamo che l’emigrazione è indotta anche da altri motivi. Talvolta è per prima la persona trans che vuole tagliare con il proprio passato e con chiunque l’abbia conosciuta nella vecchia identità. Molte trans quindi cercano quello che in gergo chiamiamo “stealth mode”, proprio come l’aereo americano invisibile ai radar, rendere il proprio passato invisibile.
Una differenza significativa fra transgender e transessuale non è tanto quella del “non operata” o “operata” ma quella del “voler essere visibile e rivendicare la propria condizione” e il “voler essere invisibile e diventare donna fra le donne, nascondendo il ‘piccolo grande’ segreto del proprio passato”.

Certo è una vita dura. Capita però che qualche volta le persone transessuali riescano ad integrarsi anche nel piccolo centro di origine.

Questo accade quando la piccola comunità locale reagisce bene…

Continua in terza paginaCerto è una vita dura. Capita però che qualche volta le persone transessuali riescano ad integrarsi anche nel piccolo centro di origine.

Questo accade quando la piccola comunità locale reagisce bene (di solito mossa a pietà) alla realtà di quel bambino che tutti vedevano voler essere bambina, e diventa protettiva, addirittura supportiva. Ricordo in provincia di Alessandria una ragazza transgender regolarmente fidanzata che mi raccontava come la comunità della sua cittadina l’avesse aiutata al punto da trovarle un lavoro come operaia in una fabbrica di proprietà di un appartenente stesso alla comunità. Tranne eccezioni come questa che andrebbero capite e studiate per far sì che si estendano, chi vive in provincia ha problemi più grandi di chi vive in città. Per ora si tratta ancora di eccezioni rispetto alla norma, piccole linee di tendenza rispetto ad un ostracismo diffusissimo ovunque verso la persona transessuale che cerca lavoro (in particolare verso trans da uomo a donna). Nelle piccole comunità del sud o del nord, conta come reagisce la famiglia e spesso la famiglia reagisce in un modo o nell’altro a seconda di come il prete locale accoglie la novità. Non è un certamente una casualità che nel caso che ho citato prima, avvenuto nell’alessandrino, il primo ad essere stato supportivo fosse proprio il parroco della comunità, in barba alle reprimende vaticane (e forse anche in tempi in cui queste reprimende non erano ancora state messe su carta).

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Quindi se è il prete da l’ok la comunità e la famiglia accetta la persona transessuale. Pare di capire che anche nel capitolo transessualismo la religione ha l’ultima parola nel nostro Stato. Ma quale differenza c’è tra l’odio contro gay e lesbiche (omofobia) e l’odio contro le persone transessuali (transfobia)?

Transfobia e Omofobia, pur avendo un discendente comune si differenziano come fenomeni, altrimenti non avremmo paesi come l’Iran che condanna a morte gli omosessuali, anche minorenni ma è la capitale mediorientale degli interventi di cambio di sesso. L’Iran è quindi uno stato religioso omofobo ma non transfobico (anche se la transfobia è diffusissima fra la popolazione). La Chiesa Cattolica invece ha toni accentuati di tipo transfobico. Per la Chiesa Cattolica infatti l’omosessuale non è messo in discussione in quanto persona ma lo è la pratica omosessuale (che è già un concetto aberrante). La persona transgender invece è considerata di per sé una malata psichiatrica tanto da essere esclusa – a prescindere dai suoi comportamenti – dalla vita della Chiesa in assoluto. Questo anche nel caso in cui per lo Stato Italiano la persona abbia compiuto il percorso fino alla rettificazione chirurgica dei genitali e quindi ottenuto lo “status” del sesso di elezione e non più di nascita.

Mi chiedo da dove deriva e come si combatte questa cultura sessista così opprimente.

La risposta a questa domanda è complessa. E’ difficile trovare il modo per scardinare culture sovrapposte per secoli se non se ne conoscono bene le cause. La “madre” ma in questo caso direi proprio “il padre” di tutti i pregiudizi che riguardano sia omosessuali sia transgender è il maschilismo (atteggiamento culturale e sociale basato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna, ndr). Figli del maschilismo sono da una parte l’eterosessismo (atteggiamento culturale e sociale basato sulla presunta superiorità delle scelte eterosessuali su quelle omosessuali o bisessuali, ndr) da cui poi discende l’omofobia, dall’altra il genderismo da cui discende la transfobia.

Quale è il significato del termine “genderismo”?

Il Genderismo nasce dalla convinzione che i sessi siano due e che se i sessi sono due anche i generi sessuali devono essere due e immutabili: maschio e femmina. Questo in barba ad ogni evidenza scientifica che dimostra quanto in natura ed anche nell’essere umano, esistano molte “variazioni sul tema” in ambito di identità di genere (dall’intersessualità al travestitismo femminile che passa inosservato, al travestitismo maschile).
Sesso e Genere per il genderismo sono una cosa sola ed inscindibile. Recenti studi scientifici vanno sempre più dimostrando il contrario. Il sesso, riconoscibile dai cromosomi o dalla visione dei genitali, non sempre coincide con il genere percepito. Oggi è noto a qualsiasi studioso che il genere di una persona non è nei genitali, né nell’analisi dei semplici cromosomi x o y, ma è scritto in altre pagine del codice genetico e nel cervello.

Aspetta Mirella, con tutti questi termini nuovi mi sento come se mi fossi appena fatto del Ciproterone Acetato. Volevo chiederti se secondo te esiste un modo per combattere la transfobia.

Non credo esista oggi un’arma diretta contro il genderismo, l’eterosessismo e le loro “figlie” omofobia e transfobia. Nessuna “bacchetta magica” può sradicare sottoculture millenarie che trovano nelle religioni portavoci arroganti e – seppure con capacità non sempre uguali – ingerenti nella vita di uno stato e nella mentalità della popolazione. Se forse riuscissimo a puntare contemporaneamente alla cultura della comprensione (che è meglio di quella della tolleranza), ad un maggior peso dell’informazione scientifica ed antropologica a riguardo della non conformità assoluta fra sesso e genere (che possono quindi differire fra loro), se riuscissimo a far passare questi messaggi, riusciremo a far breccia nella maggior parte della popolazione, a dispetto delle bugie del Vaticano.
Ma sicuramente il “fenomeno” transgender ha un nemico in più: i media che, alla ricerca del colore o della “stranezza” cercano e danno spazio esclusivamente a quegli aspetti della realtà trans che fanno più “colore” o “scandalo”. Se vi è una realtà travisata, questa è quella transgender.

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A proposito di questo, si parla tanto di trans nei pride che “rovinerebbero” la parata. Pare di capire che il problema non è nelle persone transessuali che manifestano all’interno di un gay pride ma nei media che ritraggono le stesse persone transessuali annullandone la valenza politica ed enfatizzandone solo gli aspetti scandalosi, da tabloid.

Ti dirò, le tv nazionali mi invitano spesso…

continua in quarta paginaA proposito di questo, si parla tanto di trans nei pride che “rovinerebbero” la parata. Pare di capire che il problema non è nelle persone transessuali che manifestano all’interno di un gay pride ma nei media che ritraggono le stesse persone transessuali annullandone la valenza politica ed enfatizzandone solo gli aspetti scandalosi, da tabloid.

Ti dirò, le tv nazionali mi invitano spesso a partecipare a programmi televisivi, ma non appena pongo il limite che la mia presenza è quella di presidente di Crisalide e non quella della “trans che racconta la propria storia personale (i propri dati sensibili) per commuovere o divertire il pubblico”, gli inviti svaniscono sempre nel nulla.
La spiegazione è che nella nostra società non vi è la percezione delle persone transgender come soggetto politico. Cosa che per fortuna gay e lesbiche stanno recentemente riuscendo ad imporre.
Il punto però resta sempre uno: quali alleati massmediatici possiamo trovare per dare spazio alle nostre posizioni, quando neppure i comunicati stampa delle Associazioni trans vengono sempre ripresi dalle Agenzie di Stampa e anche quando accade non vengono poi pubblicati sui giornali, riviste, radio e tv? Vedi poi l’orribile trattamento mediatico cui sono destinate le persone trans uccise. Spesso, nella nostra comunità ci diciamo che queste povere vittime sono uccise due volte: la prima dai loro assassini, la seconda volta dai media con mille stratagemmi linguistici che disonorano la vittima. Quasi mai viene riportato il nome femminile (o maschile nel caso di trans ftm assassinati) della vittima e quando viene riportato sono utilizzate espressioni come “in arte Mirella” (faccio il mio nome per non portare sfiga a nessuna!), come se l’essere transessuali fosse un gioco di travestimento artistico.
Ed allora torniamo al web (e a siti come gay.it e a riviste come Pride). Le persone che cercano sul web le notizie sono sempre di più… quelle che credono alle veline televisive sempre di meno.
La strada è ampliare sempre di più e sempre meglio la cultura transgender e questo potrebbe valere anche per gay e lesbiche, perché il transgender ha a che fare con molti gay e molte lesbiche. La lesbica “butch”, il gay effeminato (peraltro i soggetti più stigmatizzati in ambito gay e lesbico) rientrano di fatto nel transgender proprio perché il loro ruolo di genere sentito si scontra con gli stereotipi fissati di come si deve comportare un maschio e una femmina.

Mirella ti ringrazio per la chiarezza e la disponibilità e spero che si possa creare un dibattito costruttivo sui temi che abbiamo sollevato. Un’ultima cosa, visto che siamo in internet, puoi suggerire ai nostri lettori qualche link per approfondire le tematiche che abbiamo toccato?

Mi permetto di consigliare il nostro sito che oltre ad essere molto completo, offre una pagina di link a moltissimi altri siti che trattano l’argomento trans a tutti i livelli e in tutte le lingue.
Quindi senz’altro http://www.crisalide-azionetrans.it.
Anche le pagine dedicate al transgenderismo di CGIL Nazionale Settori Nuovi Diritti sono spesso aggiornate con contenuti molto interessanti e sono visibili a partire da:
http://www.cgil.it/org.diritti/homepage2003/transgender.htm.
Poi i siti delle varie associazioni italiane:
Mit: http://www.mit-italia.it/
Gruppo Luna Torino presso il Maurice http://www.mauriceglbt.org/php/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=11
Ait Firenze: http://freeweb.supereva.com/aitfirenze/index.html?p
Per i trans FtM le pagine del Coordinamento Trans FtM al link http://ftminfoline.tripod.com
Segnalo anche il Progetto Orlando dell’Università di Napoli al link:
http://www.progettorlando.unina.it/

Mirela Izzo dà appuntamento al 20 novembre, il giorno scelto per commemorare annualmente le vittime transgender della violenza, con “candle lights” e la lettura in forma di “prima persona” di una breve biografia di ogni vittima.
Per informazioni http://www.crisalide-azionetrans.it.

Clicca qui per discutere di questo argomento nel forum People.

di Carmine Urciuoli