Tunisia, tra diritti umani negati e speranze di cambiamento

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Reportage sulla Tunisia, dove la penalizzazione dell'omosessualità è in discussione

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Nel quinto anniversario della Rivoluzione tunisina, come al solito, c’è stata una grande manifestazione nella Avenue Bourguiba. Presenti,come al solito, le diverse componenti, dagli islamisti di Ennahda alle varie formazioni di sinistra, che si gridano un po’ contro, ma non succede niente. Quest’anno però c’era anche per la prima volta uno sparuto gruppetto di manifestanti lgbt, con bandiere arcobaleno e cartelli che chiedono la depenalizzazione della omosessualità (ovvero la abrogazione dell’articolo 230, che prevede pene fino a tre anni per atti ” di sodomia”). Una presenza che ha fatto scalpore e che una parte dei manifestanti ha disapprovato con fischi e insulti, altri hanno ignorato con imbarazzo.

La questione ormai è aperta in Tunisia e, nonostante gli strascichi dei tre gravi attentati suicidi del 2015, nonostante tutti i problemi politici ed economici, è entrata nella agenda mediatica. Almeno due tg francesi, per esempio, hanno dedicato ampio spazio alla questione lgbt nei servizi sull’anniversario della Rivoluzione. A molti sembra “prematuro”, la società civile democratica preferirebbe rimandare a tempi più maturi lo scontro sulla questione omosessuale, ma è impossibile. Saranno anche pochi, figli dei ceti medi privilegiati della costa,ma ne stanno venendo fuori uno dopo l’altro, di ragazzi che non vogliono più nascondersi, che sono disposti all’attivismo nella nuova associazione Shams o in altri gruppi, che rivendicano il diritto di non rischiare l’arresto e di essere protetti dalle minacce degli integralisti estremi. Solo inquadrandola in questo contesto si capisce la vicenda gravissima dei sei studenti arrestati a Kairouan – finiti in galera solo per atti omosessuali presunti tramite un grottesco e infondato “test anale” – e delle violenze e del bullismo omofobico che hanno subito in carcere, per un mese e mezzo.

Quella non è la realtà nè il destino della Tunisia, è una delle realtà, uno, ma per fortuna non il più probabile, dei destini che si fronteggiano in un botta e risposta continuo.

Ho chiesto a J, il ragazzo che fa un po’ da portavoce dei sei condannati a tre anni e ora scarcerati in attesa di un processo d’appello, se pensa che quello che hanno subìto sia frequente o raro in Tunisia e lui risponde che forse è successo solo a loro, perchè è successo a Kairouan, la città “santa”, la città bigotta, la roccaforte integralista. Ma forse, in qualche modo, è stata anche la risposta reazionaria alla autorizzazione data dal governo, e alla legittimazione data da molti media, alla nascita l’anno scorso della associazione SHAMS ( sole). I sei studenti sono stati arrestati perchè i loro incontri, le loro cene nella Casa dello Studente, momenti sobri e casti ma in qualche modo alternativi e complici, avevano destato il sospetto del guardiano. Anche perchè uno di loro non era del collegio universitario, era venuto a farsi proteggere dagli amici avendo litigato coi genitori. La polizia chiamata dal guardiano non aveva trovato la cannabis sospettata, ma dei video porno gay in un pc. Che non sono vietati in quanto tali, ma al giudice del primo grado han fatto poi parlare di propaganda oscena. Trascinati tutti e sei in commissariato, la polizia di Kairouan con la complicità o la subalternità di un medico,li ha sottoposti al grottesco test anale, sentenziando che si trattava di gay. Debolmente difesi da un’avvocata arrivata all’ultimo momento i sei 18-22 enni son stati condannati a tre anni pieni più altri due di divieto di soggiornare a Kairouan. Ma il peggio per loro è stato il trattameno in carcere, dove la polizia ha detto ai secondini, che a loro volta lo hanno detto ai detenuti, che si trattava di gay. Più volte sono stati usati come giocattoli vittime di crudeli rituali da branco. “I secondini si radunavano in una quindicina, ci facevano portare da loro, e si divertivano a malmenarci e a prenderci a pedate, o anche a metterci la testa sott’acqua.” racconta J. ” E gli altri detenuti, incitati da tale esempio, qualche volta hanno fatto altrettanto, mettendosi in cerchio tut’intorno a noi e delegando il loro capo a tormentarci con un bastone.” Jihed si sfoga e talvolta ancora si deprime nel raccontare quelle che sono state le loro persecuzioni fino a pochi giorni fa, fino a quando l’avvocata Fadoua Braham (nella foto), subentrata per il processo d’appello, non è riuscita ad ottenere la scarcerazione su cauzione. ” Non ci lasciavano mai del tutto in pace, avevamo paura anche di addormentarci, ci hanno sistematicamente fregato i vestiti e il cibo portato dalle nostre famiglie. Persino il poliziotto che mi accompagnava in infermeria mi malmenava e mi toccava.” La scarcerazione è avvenuta anche grazie allo spostamento di sede giudiziaria, l’appello si fa a Sousse e non a Kairouan, e in seguito alla eco mediatica anche internazionale alla notizia delle condanne a tre anni e all’uso dei test anali.

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