UGUALI DIRITTI A CHI?

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La direttiva europea anti-discriminazioni ancora disattesa. Se ne è parlato a Perugia. «Tanti i luoghi comuni», dice la Toniollo. E Titti De Simone rincara: «Siamo fanalino di coda»

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PERUGIA. Un anno fa nel capoluogo umbro il caso di un ragazzo esonerato dalla federazione degli scout dove prestava servizio a causa del proprio orientamento omosessuale divenne caso nazionale. Gay.it seguì con attenzione la vicenda, che accompagnava un’inchiesta condotta nel mondo del lavoro, dalla quale emergeva – anche in assenza di stime ufficiali – la condizione di emarginazione e sfruttamento che molti gay, lesbiche e transessuali vivono nel proprio rapporto con datori e colleghi. Un anno dopo, Perugia ha ospitato – organizzata dall’Arcigay “Omphalos” presso la Casa dell’Associazionismo – una conferenza sul tema “Soggetti diversi, uguali diritti”, relativa all’attuazione della direttiva europea 78/2000 nel nostro Paese. Presenti l’On. Titti De Simone, deputato di Rifondazione Comunista, Gigliola Toniollo, responsabile nazionale della CGIL per i “nuovi diritti” e Stefano Fabeni, coordinatore presso il Centro Ricerca studi giuridici comparati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

La direttiva europea 78/2000, che il nostro governo sarà chiamato ad attuare entro il prossimo dicembre, si occupa – chiarisce Gigliola Toniollo – «della parità di trattamento sul posto di lavoro; in particolare prende in esame le discriminazioni dovute ad handicap, età, orientamento sessuale e differenze di opinione.»

Chiedo se rispetto ad un anno fa esitano studi comparati sui casi di discriminazione nel nostro Paese: «Abbiamo adesso più dati – risponde la responsabile CGIL – ma soprattutto si è aperto col la Commissione Europea un tavolo di esperti che mette insieme tutte le notizie di differenze di trattamento nei Paesi dell’Unione. In più, c’è stato un progetto europeo per la costituzione di una vera e propria banca dati: in quella sede abbiamo avuto modo di scambiare esperienze con esperti da tutta Europa. Purtroppo in questo quadro l’Italia risulta tra i partners europei meno avanzati in fatto di tutele.» Quindi la denuncia: «Ancora, sull’omosessualità e sul transessualismo si abbattono i peggiori luoghi comuni. Recentemente si è rivolto a noi un ingegnere gay assunto in una grossa unità lavorativa che ogni volta che si muoveva dal proprio posto si vedeva “sculettare” qualcuno dietro per tutto il corridoio. Un’altra questione che mi ha colpito è quella di una ragazza lesbica bersagliata al bar della propria azienda ogni volta che ordinava un cappuccino. Le veniva chiesto infatti se per caso non ci volesse “zuppare dentro il biscotto”.»

L’indivisibilità dei diritti sociali ed il giudizio di quanto si è fatto e si sta facendo per ridurre il gap tra i lavoratori è al centro dell’analisi di Titti De Simone, che sostiene che «l’Italia in questo momento ha un quadro di riferimento sul piano normativo più debole di altri Paesi europei, che hanno già riconosciuto, ad esempio, le coppie di fatto, gay e non.» Questo da un lato pone il problema della difficile “omogeneizzazione” dei diversi riferimenti normativi dell’Unione europea, ma dall’altro «ci induce ad essere ottimisti, perché sappiamo che prima o poi l’Italia dovrà adeguarsi ad un quadro normativo europeo di riferimento. E’ anche vero – prosegue però polemicamente la deputata di Rifondazione – che il governo italiano sta facendo di tutto per rallentare questo processo, rimandando la scelta più urgente: se costruire un’Europa sociale, dei diritti e della pace, oppure un’Europa della “mercificazione” della cittadinanza. Questo bivio è la partita politica che noi oggi ci troviamo a giocare – una partita fortemente condizionata anche dal fattore della globalizzazione neoliberista.»

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Ancora più negativo il giudizio tecnico di Stefano Fabeni, che ricorda come «la normativa 78/2000 richieda che gli Stati membri prevedano un quadro generale per la lotta alla discriminazione e per la parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Oltre al divieto generale di discriminazione – prosegue lo studioso – la direttiva prevede che gli Stati membri introducano degli strumenti di tutela giurisdizionale – l’inversione dell’onere della prova, la legittimazione all’azione da parte dei sindacati, delle organizzazioni non governative e delle associazioni – oltre alla diffusione delle informazioni e al monitoraggio dei codici di condotta.» Negativo quindi, secondo Fabeni, il metodo ed il merito della ricezione italiana della direttiva europea: «L’Italia ha scelto di recepire la direttiva attraverso un decreto legislativo – il Parlamento ha cioè votato una delega “in bianco” al Governo – ed il risultato di questa delega è stato uno schema di decreto legislativo inviato ad Aprile alle relative commissioni di Camera e Senato per un parere non vincolante. Il risultato finale del lavoro del Governo – prosegue Fabeni – ha dato vita ad una soluzione “minimalista”, ossia ha cercato di comprimere al massimo l’attuazione della direttiva, in un quadro più generale di erosione dei diritti dei lavoratori. Dal punto di vista tecnico-giuridico, poi, tutte le incertezze originarie della direttiva sono state mantenute, mentre sono state introdotte tutte le possibili eccezioni.» Una su tutte, quella relativa all’onere della prova. La direttiva richiedeva che in caso di discriminazione, la vittima (il ricorrente in giudizio) dovesse dedurre in giudizio dei fatti «dai quali si potesse presumere l’avvenuta discriminazione, ma toccasse poi al ricorrente (il datore di lavoro) provare che la discriminazione non fosse avvenuta. La direttiva nella sua versione italiana, al contrario, lascia intatta la disciplina generale relativa all’onere della prova, quindi fa ricadere sul lavoratore vittima della discriminazione l’obbligo di provare che la discriminazione a suo carico sia avvenuta.» In pratica, chiede che sia la parte più debole a provare che un suo diritto sia stato leso.

di Dario Remigi

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