UN ARCOBALENO A GERUSALEMME

Ebrei e arabi sotto la stessa bandiera, quella multicolore del movimento gay? Forse il primo Pride di Gerusalemme non si farà. Ma l’associazione gay della città è al lavoro, anche in guerra.

GERUSALEMME. La comunità gay di Gerusalemme avrebbe dovuto sfilare la prossima estate nel primo Pride della storia della città, organizzato dalla Jerusalem Open House. Doveva essere un messaggio di pace, nella regione devastata dalla guerra: gay palestinesi e israeliani sotto la stessa bandiera arcobaleno. Ma non sarà facile. Già prima dell’inasprirsi del conflitto, gli esponenti religiosi e ultra-ortodossi di Gerusalemme avevano espresso la loro forte opposizione. Il vice-sindaco di Gerusalemme Shmuel Shkedi, incaricato per l’educazione, aveva detto: "Non permetteremo a nessuna malattia o devianza di esibirsi in città. La sola esistenza di queste persone è una provocazione, la loro vita è incivile, e soprattutto nella mia posizione di responsabile per l’educazione dico: ‘bisogna combattere chiaramente contro tutte le malattie, in modo che ognuno capisca cosa è insano e cosa è normale nella nostra società’. Questa roba deve essere condannata".

La guerra ha poi reso tutto ancora più complicato: l’associazione GLBT israeliana ha formalmente rinunciato alla sfilata, definendola politica. Ma Hagai El-Ad (foto), direttore esecutivo della Jerusalem Open House, non ci rinuncia: "La sfilata dovrebbe essere simbolo di una dichiarazione e di valori che sono rari a Gerusalemme. Noi aspiriamo ad essere fonte di orgoglio, e vogliamo portare fuori questo messaggio, nelle strade di Gerusalemme. Continuo a chiedermi come farlo con fiducia, mentre la situazione continua a precipitare. Vorrei un Pride che sia salutato con favore sia dai laici che dai religiosi, una sfilata consapevole della guerra intorno a noi, che dia il benvenuto agli ebrei come agli arabi". Prima della guerra, il presidente della Jerusalem Open House Jerry Levinson dichiarava: "In tempi così difficili, quando gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Gerusalemme combattuta e lacerata, cosa c’è di più importante che una sfilata che sia simbolo della speranza congiunta per un mondo più libero e accogliente?".

Intanto la Jerusalem Open House, situata nel viale pedonale Ben-Yehuda (foto), tristemente famoso per essere stato colpito da un attentato terroristico, continua a lavorare sotto le bombe e tra i kamikaze.

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Dice Hagai El-Ad: "Dopo ogni attacco terroristico, la partecipazione alle attività cala, ma dopo poco le cose tornano alla normalità. Ci siamo temprati, ci stiamo adattando". Questo adattamento obbliga El-Ad a affrontare se stesso e i suoi colleghi, padroneggiando una forza sempre maggiore ogni mattina, al fine di "sconfiggere la paura e dimostrare una forza e una fiducia che possano motivare le attività e i volontari della Open House". Spesso, El-Ad si trova ad affrontare decisioni di cui potrebbe pentirsi per tutta la vita: "Abbiamo pensato di cancellare la festa per il terzo anniversario della Open House. Dopo tutto, c’è qualcosa di piuttosto insano in una celebrazione di questo tipo in un viale pedonale dove gli attentati e le bombe sono una routine. D’altra parte, che altra scelta abbiamo?". E questo potrebbe essere considerato il cuore della faccenda: le persone della Open House non parlano della situazione, la vivono 24 ore su 24, per sette giorni alla settimana.

"Per esempio – dice El-Ad – l’importanza di argomenti come la coesistenza e i modi per raggiungere la comunità palestinese ci risulta persino più chiara dell’anno scorso. Mentre la situazione peggiora, i nostri progetti di co-abitazione crescono". Dal giugno scorso, la newsletter mensile della Open House pubblica anche informazioni arabe, e recentemente ha cominiciato a lavorare anche un coordinatore per la comunità palestinese, Haneen Maikey. "Stiamo operando su Gerusalemme – afferma El-Ad – dove un terzo della popolazione è araba, ed è nostro dovere dimostrare il nostro lavoro a questa comunità". Maikey, un lavoratore sociale, promuove le pubblicazioni arabe su argomenti legati all’omosessualità, e aiuta le persone ad affrontare i problemi personali più pressanti, operando come una linea di telefono amico in arabo. "Se per un ebreo è difficile percorrere il viale pedonale, per i palestinesi è persino più complicato. Alcuni ragazzi evitano di venirci, perché hanno paura della polizia militare. Parliamo ai gay a Nablus e Deheishe, sotto il coprifuoco o sotto assedio. Loro non verranno mai allo scoperto, non hanno nessuno con cui parlare. Sono io l’unico a cui possono rivolgersi". Tra le tante richieste giacenti sulla scrivania di Maikey ci sono racconti di violenze familiari seguite alla scoperta che un membro della famiglia è gay, o di coppie miste che affrontano un trattamento ostile dalle autorità.

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Ma questi sono giorni di guerra, e qualcuno vede sfavorevolmente i tentativi di raggiungere coloro che vengono considerati i nemici. "Ci sono interventi rabbiosi nei forum su internet – riferisce El-Ad – del tipo ‘Perché dobbiamo preoccuparci degli Arabi?’. Secondo me, siamo tutti gay, e non conta molto se sei arabo. Ci sono anche quelli che cercano di diffamare la Open House ritraendola come un’organizzazione anti-sionista". El-Ad, che non ha mai nascosto le sue idee politiche, crede che combattere per i diritti della sua minoranza come gay e sostenere la lotta palestinese contro l’occupazione siano cose correlate. E sente che questo non è il momento di stare zitti.

di Demetrio Fury