UN CORTEO ‘NORMALE’

Possiamo contenerci, in nome dei diritti di tutti. Ma non snaturarci, perché il Pride non è altro che una sfilata festosa. Anche per Marina.

Qualche anno fa c’era in Tv una pubblicità progresso: un pompiere salvava una persona e appariva una scritta del tipo: "Cambierebbe qualcosa se sapeste che è gay?". Si riferiva al pompiere, non alla persona salvata, anche se sarebbe stato divertente il contrario, e che il pompiere a quel punto mollasse la presa e lasciasse il frocio nel suo luogo ideale: il rogo.

A noi gay (non a tutti) piace l’autoironia, talvolta decisa: ci chiamiamo spesso finocchie, frocione, troie, rotteinculo, ecc.: un modo di fare ‘cameratismo’ esorcizzando i tanti insulti ricevuti per davvero.

Quello spot combatteva nella stessa direzione ma con uno stile opposto: ci voleva normalizzare. Spiegava che un gay non per forza sculetta o gira coi tacchi, ed è verità sacrosanta. Ma lo è anche il contrario, e per essere accettati non dobbiamo simulare "normalità", non dobbiamo integrarci con questo concetto dalemiano, e quindi inesistente, che si cita ogni qualvolta appare il "diverso". Come il crocifisso nelle scuole, che nessuno avrebbe mai considerato se un islamico non avesse chiesto di toglierlo. Come l’inno nazionale, cui nessuno avrebbe badato se Schumacher non l’avesse diretto col ditino, costringendo i nostri calciatori ad impararlo a memoria.

Sabato eravamo al centro dell’attenzione, chiamati a scegliere tra sobrietà e caciara, tra normale diversità e diversa normalità. La nostra cultura e tradizione ci chiedeva di non rinnegare la "favolosità", la realpolitik di mostrarci meno pericolosi di certi fanatici che scendono in piazza a sfasciare vetrine, a rivendicare giustizia (ma solo sportiva), a rievocare il Duce, ad esaltare la famiglia (che poi pare non porti nemmeno bene, visto che dopo nemmeno un mese anche Gianfranco Fini…). Ecco quindi l’invito di Luxuria alle trans ad evitare il topless (non certo le piume). Ecco quindi l’allestimento di un Pride festoso come sempre, ma un pizzico più castigato.

Ti suggeriamo anche  Primo pride della Svizzera italiana, spuntano dei volantini di protesta

Eppure avevamo già dimostrato sobrietà alle manifestazioni proPacs e proDico – accettando poco per non avere nulla, va ricordato. Ieri era il momento di rialzare la voce, perdipiù in un contesto carnevalesco, quindi per sua stessa natura non sobrio, un contesto che non è l’unico che sappiamo creare ma che da sempre è quello della marcia dell’orgoglio gay.

Se poi questa ha finito per diventare l’occasione ultima della laicità contro il clericalismo, contro i soprusi, contro le ingerenze e contro la "Casta" che ci governa, non è una nostra scelta. Non abbiamo il dovere di essere migliori degli altri. Abbiamo il diritto di avere dei diritti senza dover fingere di essere migliori, anche perché non lo siamo. Né abbiamo il dovere di mostrarci spartani durante il (nostro) carnevale. Lo siamo già nella vita di tutti i giorni, 24 ore su 24.

Ci si vuole normali, perché altrimenti i benpensanti si infastidiscono, perché perfino molti gay non si riconoscono nel corteo. Ma non rischiamo all’opposto una innaturale omologazione che escluda le frange estreme, quelle che nei secoli hanno subito le maggiori discriminazioni proprio perché maggiormente visibili e che, non potendo nascondersi come hanno invece fatto molti altri, hanno scelto di combattere, si sono sfilati un tacco e lo hanno scagliato contro l’ennesima sopraffazione. Bisogna essere nella società rimanendo se stessi. In un mondo di diversi, l’unica cosa normale è che ognuno sia diverso, libero perciò di sfilare con le piume o senza.

Ti suggeriamo anche  Stefania Pezzopane: "Apriamo le adozioni a gay e single!"

Quando al Pride vengono tanti eterosessuali, comprese famiglie coi bambini, come è successo ieri e nel 2000, quando il Pride diventa una marcia di tutti, la festa si allarga e contagia la città. E le tette al vento si notano meno. Se al Pride venissero quantomeno tutti gli omosessuali d’Italia, di destra, di centro e di sinistra, le scene baraccone sarebbero meno in vista. Non si potrebbe dire che siamo tutti così ma nemmeno ci dovremmo costringere a non esserlo per niente. Così ieri è stato e così speriamo sarà anche l’anno prossimo, ancora più festoso e colorato, dove chi vorrà potrà sfilare al nostro fianco, possibilmente non per difendere la laicità o altri diritti civili ‘non negoziabili’, ma per vivere insieme un giorno di festa, con noi e con Marina.

Se al Pride venissero quantomeno tutti gli omosessuali d’Italia, di destra, di centro e di sinistra, le scene baraccone sarebbero meno in vista.Sì, perché ieri nel corteo c’era anche la signora Ripa di Meana, con i consueti acuti e la consueta libertà sintattica, per sostenere i gay, suoi amici da sempre, pur con qualche riserva. La prima sul matrimonio: «Il matrimonio no… perché…perché…». Poi, in risposta alla domanda sullo stile gay: «Mi sembra che a volte esagerino».

Sarebbe ingeneroso ricordare che la signora ha basato tutta una carriera sulla trasgressione. Così, rivelando a chi non avesse visto com’era vestita ieri (una specie di quinta teatrale con nero copricapo mandarino a punta, abitino e braccialone in tinta disegnati come fasci di saggina tutti sporgenti ai lati) non si pensi la vogliamo criticare. Nessuno vuole normalizzarla, signora. La ringraziamo, anzi, di aver partecipato e mai le chiederemo di non essere vistosa. Continui a sfilare liberamente come le piace. Anche senza niente indosso, come in passato ci ha spesso sorpreso.

Ti suggeriamo anche  Queer Pride a New Delhi in onore della Corte Suprema

Non la vorremmo mai diversa da quella che è.

di Flavio Mazzini