Un Mori per Arcigay Milano

Marco Mori, 30 anni, abita a Bresso. Doppia laurea, Scienze Politiche e Scienze Sociali, sta concludendo dottorato in Sociologia. È, con Sergio Brambilla, l’altro candidato alla presidenza del Cig

Milano – A pochi giorni dall’elezione del nuovo presidente di Cig – Arcigay Milano, per par condicio abbiamo rivolto (più o meno) le stesse domande anche all’altro candidato (Brambilla e Mori insieme, in foto)

Qual è stato il suo ruolo fino ad oggi nell’associazione e quale è stato il suo contributo all’interno del CIG Milano?
Sono volontario della sezione Telefono Amico e della Sezione Biblioteca, già in passato Coordinatore del Centro di Documentazione e ex consigliere nazionale di Arcigay. Attualmente sono responsabile della formazione di base dei nuovi volontari, che in questo autunno ha visto partecipare circa 80 persone, decisamente soddisfatte del percorso proposto. Online si possono trovare i dettagli della mia esperienza in Arcigay Milano, ormai arrivata al settimo anno.

Come giudica l’operato di Paolo Ferigo, il presidente in carica?
L’arrivo di Paolo al CIG dicono che abbia stravolto – nel bene  e nel male – l’associazione rispetto a quello che era in passato e si parla ormai di un decennio fa, visto la sua lunga esperienza come Presidente. E’ stato un lungimirante amministratore, capace di guardare alle esigenze globali del CIG e delle sue diverse anime e attività, garantendo stabilità, sicurezza e coerenza. A volte, purtroppo, non convinto dalle esigenze e dalle iniziative proposte ha peccato di eccessiva diffidenza, raffreddando certi entusiasmi.

Alcuni sostengono che, in caso lei venga eletto, non ci sarà discontinuità con l’operato di Ferigo, anzi che lei seguirà la linea da lui dettata, è vero?
Lei è troppo gentile! Alcuni sostengono che io sia il suo "tirapiedi", per dirlo in modo carino. Se per continuità si intende la capacità di avere una visione di insieme e riuscire a riconoscere i vincoli del CIG e le sue grandi risorse, allora  spero di riuscire a garantire questa continuità. Di sicuro la mia storia, professione e curriculum parlano chiaro: io non sono Paolo Ferigo. A lui mi unisce amicizia e stima, spero reciproca, ma anche dei litigi storici. Sono molti e conosciuti gli episodi di scontro forte. Mi ricorderò per sempre di un litigio a cena dopo il pride di Bologna un anno fa, con mezzo consiglio nazionale ad assistere. Anche da quello ho imparato tanto, tra noi le diverse visioni o confronti non sono mai diventati conflitti personali. Cosa di cui purtroppo Arcigay in molte parti d’Italia soffre.

Come giudica l’operato di Mancuso e di Arcigay nazionale?
Arcigay nazionale in questi anni è cresciuta in numero di comitati e in iniziative e ha saputo allacciare progetti con le istituzioni. Purtroppo si è rotto qualcosa al suo interno, sia a livello politico – come maggioranza uscita dal congresso di tre anni fa – sia, e molto più importante, a livello amministrativo. Le nuove iniziative e progetti hanno fatto emergere la fragilità della sua struttura organizzativa. Sono stato un sostenitore di Aurelio Mancuso allo scorso congresso, ma non mi sono mai riservato le critiche e i commenti, sia in Consiglio nazionale sia su internet, e sono tutti visibili. Ha fatto diversi errori, alcuni di sicuro evitabili. Ma solo chi non fa niente non sbaglia mai.

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Sente che la base degli iscritti ad Arcgay CIG è in sintonia con la dirigenza dell’associazione? E come fare per recuperare tale rapporto?
C’è una parte della comunità attenta, in ascolto che riconosce al CIG e alle sue attività un ruolo importante. Un’altra parte che non ci conosce o ci ignora e a volte l’atteggiamento è reciproco. E lì  l’errore è solo nostro.Sbagliamo a comunicare ciò che facciamo e a volte non lo facciamo proprio. Credo che sia necessario ritornare nel territorio, uscire dai nostri circoli e ritornare non solo negli spazi della comunità. Dobbiamo ripensare alla nostra presenza sul web e moltiplicare le occasioni di ascolto e raccogliere le proposte. Proprio per questo ho proposto  nella mozione di aprire una casella di posta elettronica ([email protected]) per riallacciare il dialogo con chiunque e spingere alla realizzazione di nuovi progetti e attività, se in linea con il pensiero dell’associazione.

Da più parti viene contestato al CIG di Milano che la sua principale attività sia imprenditoriale, e cioè la serata della domenica al Borgo del Tempo Perso, perdendo di vista la sua mission principale. E’ d’accordo con questa affermazione?
Siamo 80 volontari che svolgono attività quotidiane o settimanali: visite alle scuole, telefono amico, proiezioni di film, dibattiti etc. La serata del Join the Gap è uno strumento per finanziare queste e altre grandi attività come il Festival del Cinema gay di Milano. Ho già detto a Paolo Ferigo e altri dirigenti del CIG che nel corso degli anni si è un po’ perso lo spirito di questa serata e il collegamento forte con l’associazione. C’è da dire che in molti all’interno si sono seduti e non hanno proposto molto per far riemergere questo legame.

Il circolo CIG è famoso per aver in questi anni accumulato un "tesoretto" di almeno 600mila euro, derivante dalle attività para-imprenditoriali. Da dove provengono estatamente quei fondi, e come pensa che Arcigay Milano li debba spendere?
Il tesoretto (vi prego usiamo un altro termine) proviene dal tesseramento, dalle donazioni e dall’autofinanziamento attraverso le feste reso possibile dal lavoro di infaticabili volontari.

Mi sembra che già più volte si sia risposto a questa domanda. I nostri soldi, rimanendo nell’obiettivo di risparmiare qualcosa ogni anno per l’acquisto di una sede, saranno spesi – se sarò presidente -in tante iniziative, progetti, campagne di prevenzione e di produzione culturale. Ad esempio io personalmente ho proposto un premio di laurea  annuale di 5mila euro alle  2 tesi di laurea a tematica lgbt già 2 anni fa, rimasta sul tavolo per mancanza di volontà da parte di alcuni componenti della consulta, che invece dovrebbero essere direttamente coinvolti, non certo per ostracismo del Presidente a cui si imputano tante ingiuste colpe.

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Fece molto clamore l’ospitata di Paris Hilton al Borgo del Tempo Perso. A parte il lato tragicomico, e cioè il suo rifiuto di tenere in mano un cartello contro l’omofobia, l’ereditiera venne al Borgo per una cifra esorbitante. Non sarebbe stato più giusto investire quella somma per una campagna di Arcigay? Una campagna di prevenzione dell’Aids, ad esempio…
A quanto mi risulta il CIG non ha speso un euro per quell’ospite. Non vorrei che però ci sia ipocrisia in questo, sappiamo tutti che ospiti del calibro di Paris Hilton farebbero gola a qualsiasi attività commerciale, perchè sono capaci di mobilitare persone curiose e che mai verrebbero a serate come il Join the Gap, e che quindi non fanno spendere, ma guadagnare. Mi sembra comunque che il comportamento del Vicepresidente del CIG Amedeo Patrizi sia stato cristallino e abbia permesso a tutti di capire che la serata del Join the Gap, pur essendo una delle più riuscite serate commerciali in Italia, ha saputo mantenere la sua anima politica. In altri posti, ad altri ospiti, come Alemanno, è stato permesso di comportarsi e dire liberamente, senza ribattere, affermazioni imbarazzanti contro le persone lgbt e i loro diritti, al Borgo questo non succederebbe mai.

Dopo che il magazine Clubbing pubblicò un’intervista critica del direttore di Gay.it Alessio De Giorgi proprio sui conti di Arcigay, l’attuale presidente del CIG Milano dispose il ritiro di tutte le copie dal Borgo del Tempo Perso. Come giudica quell’episodio e qual è secondo lei il rapporto che l’associazione dovrebbe tenere coi media gay?
Quell’episodio si inserisce in un periodo e in una vicenda in cui clima politico nazionale, situazione interna di Arcigay e rapporti personali, con contrasti vecchi di anni, hanno creato un tale caos di cui non avevamo bisogno. I media gay sono fondamentali per divulgare le nostre attività e permetterci di crescere, ma sono anche un utile strumento di bilanciamento contro le derive egemoniche e presuntuose che spesso Arcigay corre. I media gay con il loro importante contributo e inchieste serie possono aiutarci a migliorare il nostro modo di prendere decisioni, attuarle e comunicarle. Auspico un rasserenamento del clima e un riallacciamento di rapporti sospesi.

Lo scorso anno Milano abdicò al suo ruolo di capoluogo rinunciando a organizzare un Gay Pride. Ritiene più giusto che il gay pride si svolga sempre a Milano o che sia itinerante in modo che le varie città lombarde possano passarsi il testimone di anno in anno?
Io ho un posizione personale di minoranza all’interno di Arcigay ma che è pubblica: mi piacerebbe un Pride nazionale a Roma, coordinato in modo unitario da tutte le associazioni e tanti pride locali là dove ci sono le forze e le esigenze di farlo, come avviene in altri Paesi. Milano ha attuato la politica della cortesia e del non danneggiamento di Pride in città vicine,  come in occasione del Pride di Torino e quello di Genova, e abbiamo deciso di non proporlo quando succede, nonostante siano tante le richieste di un pride cittadino annuale.  In più, per evitare di togliere pubblico agli altri pride abbiamo chiesto di chiamare il pride Milanese  "Christopher street day".  Mio parere sempre personale: ben vengano le richieste di un pride regionale ogni anno in un capoluogo lombardo diverso!

Quale rapporto deve tenere l’Arcigay CIG con la giunta comunale del sindaco Moratti?
Dialogo, proposte concrete e istanze pubbliche. La giunta Moratti non può evitare di riceverci come sta facendo,  ma noi dobbiamo essere ancora più bravi nel proporre progetti ai vari assessorati, agli enti e alle istituzioni territoriali e collaborare con le altre associazioni. Io ho il sospetto che la giunta non voglia riconoscerci l’importante ruolo politico, sociale e culturale nella società per non "legittimarci" come realtà esistente e quindi doverci garantire dei diritti, che invece sono imprescindibili. Una dura battaglia  che non possiamo non combattere.

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È vero che lei è passato da Alleanza Nazionale alla Margherita, poi ai Socialisti e poi in Arcigay? Se sì, cosa si sente di dire a chi critica la sua coerenza del suo percorso politico?
Mi piace questa domanda! Durante l’adolescenza, non ancora maggiorenne, quando non sapevo e capivo che mi succedeva ho trovato delle risposte in un’area politica, AN. Ho vissuto una profonda conflittualità interiore e pubblica, di coerenza con quello che volevo essere e quello che dicevo. Quelle risposte si sono dimostrate sbagliate e non in sintonia con il mio essere. Ho continuato un percorso personale, laico, di ricerca e approfondimento, sui concetti, temi e valori che ha intrecciato il mio essere militante con il mio percorso di studi, prima la laurea in scienze politiche, poi in sociologia e il dottorato. Ho avuto un’esperienza nella Margherita mentre già ero in arcigay, e a un congresso ho apertamente parlato di omosessualità, in un ambiente veramente ostile. Ma credo che questa sia la cartina al tornasole della mia coerenza. Quell’esperienza nella Margherita si è chiusa quando è arrivata la Binetti nel partito. Non ho mai avuto la tessera dei socialisti, sono stato vicino all’esperimento della Rosa nel Pugno e ora sogno un vero partito socialdemocratico e laico. I percorsi di vita possono essere vari e diversi, non so se è più fortunato chi crede di avere la verità e non cambia mai idea o chi  vive il dubbio e si mette in gioco, ma credo che la fortuna sia di riuscire a vivere sempre in modo pieno e soddisfacente, senza danneggiare se stesso e gli altri.