Vanni Piccolo: le unioni civili senza stepchild non sono affatto vuote

Intervista ad un padre storico del movimento LGBT. Che ci dice anche da dove veniamo.

Quando si è in difficoltà, quando si mettono in discussione le scelte fatte perché gli eventi non sono andati come ci si aspettava, ascoltare la voce di chi ha qualche capello bianco in più è normale, perché l’esperienza può farti comprendere meglio cosa non è andato per il verso giusto. Vanni Piccolo, dall’alto dei suoi 76 anni, è certamente una voce da ascoltare non solo con rispetto, ma anche con grande attenzione: è infatti uno dei primi testimoni impegnati nel Movimento di liberazione omosessuale italiano ed è sicuramente uno dei primi che ci “ha messo” la faccia” in televisione, oltre che nella sua vita quotidiana e nelle piazze. Nel 1982 Vanni è stato tra i fondatori del Circolo di Cultura omossessuale “Mario Mieli” e negli anni 80, diventatone Presidente, è impegnato in prima linea nella lotta all’Aids che, al tempo, mieteva vittime su vittime. Nel 1994 è nominato dalla Giunta Rutelli “ Consigliere del Sindaco per i diritti civili delle persone omosessuale” e con questo ruolo nello stesso anno promuove il primo pride nazionale a Roma. E’ stato per moltissimi anni l’unico Preside di scuola “dichiarato” in Italia.

Ciao Vanni. Quando hai sentito per la prima volta in vita tua parlare di “unioni civili“?

Il termine “unioni civili” apparve nei primi anni 90, quando le difficoltà e le sofferenze delle coppie omosessuali coinvolte dolorosamente dall’AIDS, da racconto di storie personali di dolore si trasformarono in denuncia di una ingiustizia sociale, facendo emergere il bisogno collettivo, di riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. In particolare il comune di Empoli nel 93 si cimentò nell’istituzione del registro delle Unioni Civili, istituzione che avvenne qualche anno dopo per la prima volta presso il Comune di Pisa. La risoluzione di Strasburgo del febbraio 1994 che equiparava i diritti delle coppie omosessuali a quelli delle coppie eterosessuali segnò un irreversibile cambiamento culturale, facendo ovviamente reagire violentemente soprattutto le gerarchie ecclesiastiche.

A quei tempi, agli albori del movimento lgbt in Italia, la parola “matrimonio” non si pronunciava perché era un obiettivo impensabile o perché invece era un obiettivo culturalmente inaccettabile, dal nostro punto di vista?

Oggi penso che se a quei tempi ormai lontani nella gamma delle rivendicazioni qualcuno avesse inserito la parola “matrimonio”, ponendolo tra gli obiettivi da perseguire, sarebbe stato almeno lapidato. Il percorso del movimento di liberazione omosessuale degli anni 70 non è un movimento che nasce spontaneamente all’improvviso e da solo. Nasce nella scia di fermenti libertari che sono presenti soprattutto nei giovani già dai primi anni 60, e che culminano nei moti del 68. Senza però esaurirsi. Infatti quasi tutto il decennio degli anni 70 è segnato da moti di protesta che cambiano la società. Un cambiamento che investe e destabilizza soprattutto valori tradizionali come l’autorità nelle scuole, la patriarcalità della famiglia, il rapporto uomo/donna, che dà anima ai movimenti femministi. Il concetto di famiglia viene completamente scardinato nei suoi ruoli gerarchici, ma soprattutto viene scardinata la visione della famiglia come formazione sociale indispensabile per il proprio progetto di vita. Già i figli dei fiori degli anni 60 avevano predicato e praticato il “libero amore” e la parola “libertà” contamina tutte le aspirazioni giovanili.

E per noi arriva da lontano l’eco dei fatti dello Stonwall con tutta la portata passionale ed emotiva di una forte inaspettata protesta, di rivolta contro la violenza che la società esercitava sulle persone omosessuali e transessuali. E fu proprio il coraggio di Sylvia Rivera, un’attivista transgender, a segnare simbolicamente la nascita del movimento di liberazione omosessuale nel mondo. E a cambiare in orgoglio la percezione del “se” nelle persone omosessuali. Liberazione è la parola d’ordine, liberazione dal pregiudizio, liberazione dalla cultura borghese, liberazione dei corpi, che nel 1979 esplode nello “scandaloso” gioioso nudismo dello storico primo campeggio gay a Capo Rizzuto, in Calabria.

Questo vento di liberazione ispira l’azione di singoli come Massimo Consoli, l’azione più organizzata del F.U.O.R.I e via via i vari collettivi che dal nord al sud spuntano in tutta la penisola. Lo stesso vento libertario che animerà le proteste, i cortei, le provocazioni, puntando su una visibilità provocatoria ma sostanzialmente politica, rappresentativa della volontà di portare allo scoperto l’esistenza omosessuale e transessuale, con tutta la sua valenza di orgoglio della propria diversità, reclamando libertà, dignità, rispetto, uguaglianza. Una l’uguaglianza sociale che non intendeva assolutamente rinunciare alla propria individualità.

Cosa cambiò con l’arrivo dell’AIDS?

L’AIDS ha determinato una inevitabile grave battuta d’arresto in questo processo di liberazione che stava operando una evidente trasformazione culturale nella società. Da un’attività tesa al riconoscimento della libertà e della dignità delle persone omosessuali e transessuali ci vedemmo costretti ad affrontare già da discriminati un fenomeno che aggiungeva un’altra discriminazione ancora più grave. Il binomio omosessuale/malato era un assioma scontato, contro cui è stato molto difficile combattere. Ci sentimmo subito travolti dalla necessità da una parte di combattere questa doppia insopportabile discriminazione, e dall’altra di cercare di organizzarci per affrontare l’aspetto sanitario, nell’ignoranza e nella confusione totale di cosa fosse questa malattia, che tutti chiamavano il morbo gay. Rese tutto più difficile l’approccio moralistico delle istituzioni, mentre alti prelati richiamavano un improbabile castigo di dio. Ma la nostra battaglia di liberazione è riuscita a sopravvivere in quegli anni attraverso i favolosi festosi campeggi gay organizzati prevalentemente nelle regioni del sud da Babilonia e successivamente da Arcigay. Campeggi che hanno vissuto anche momenti di confronto sulla questione Aids a livello nazionale. Mi sentirei di affermare che l’AIDS, pur rappresentando un momento di enorme sofferenza collettiva, ha fatto emergere in maniera prepotente la questione omosessuale nelle istituzioni, nei media e quindi nell’opinione pubblica.

Tu in quegli anni eri presidente del Mario Mieli. Che ricordi hai di quel periodo?

L’impegno del circolo e di Arcigay è stato determinante. Sono testimone in prima persona delle paure, della disperazione, delle sofferenze fisiche e morali che hanno colpito la comunità lgbt. Tra gli altri problemi emerse quello terribile della riappropriazione da parte delle famiglie genitoriali degli ultimi giorni di vita e delle ultime volontà di molte persone omosessuali, che si sono visti privare prepotentemente della vicinanza e dell’amore del compagno di una vita. Cui si aggiunge il dramma dei compagni di una vita privati anche del diritto di rientrare nella casa comune a riprendere le proprie cose. Così la morte del figlio riscattava la dignità familiare. Nessuno avrebbe più potuto dire che il loro figlio era “frocio” e che viveva con un altro “frocio”. Rimando alle toccanti pagine del romanzo “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, che ha descritto magistralmente questo dramma, da cui prese forma la necessità della regolarizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso, facendo nascere e accettare il concetto di famiglia omosessuale. Un’evoluzione obbligata, ma che apriva a un nuovo orizzonte di conquista culturale. Si usciva dalla interpretazione sociale di soggetti/oggetti sessuali e si affermava la soggettività affettiva. L’arcobaleno non era ancora il nostro colore, ma la radice del concetto di famiglia omosessuale, pur cambiata successivamente, è quella.

Oggi siamo ad un passo dall’ottenimento delle unioni civili. Che valutazione dai del dibattito che c’è in Italia? Il paese è pronto?

In questo momento mi sembra che qualche giorno fa siamo stati a un passo dall’approvazione della legge sulle unioni civili. Oggi mentre ti rispondo non lo so più. E’ insopportabile vedere che partiti che si definiscono democratici o liberali non riescano a trovare al loro interno soluzioni per far uscire l’Italia dalle sacche medioevali che la relegano ormai, e da sola, all’ultimo posto in Europa. Dai banchi del centrodestra abbiamo assistito a interventi infami offensivi e umilianti. E nel centro sinistra siamo vittime dell’ottuso accanimento altrettanto umiliante e offensivo dei cosiddetti cattolici del PD contro una qualunque soluzione a tutela dei figli delle coppie omogenitoriali.

Siamo stanchi delle strategie di contrapposizione tra maggioranza e opposizione sulla nostra pelle, siamo delusi dei pretesti apportati quando con un gesto politico nobile, tra l’altro promesso e garantito, avrebbe potuto dare definitivamente tutela, dignità e speranza a migliaia di coppie che vivono insieme da molti decenni e da 30 anni aspettano una legge che riconosca il loro legame. Il rispetto delle procedure rischia di lasciare senza tutela migliaia di bambini. E tutto questo, ovviamente, nell’interesse del minore…

Il Paese è pronto e ce lo ha dimostrato già qualche anno fa un rapporto dell’Istat che confermava una percentuale maggioritaria a favore delle unioni civili. E’ la politica, guidata dalla chiesa cattolica, che non è pronta. E sicuramente la rete nazionale di parrocchie e oratori fanno del mondo cattolico il principale avversario dei diritti lgbti.

E che valutazioni dai invece del dibattito che c’è nella comunità lgbt?

La comunità lgbt non è stata sempre concorde su questa rivendicazione. Forse, ripensando alle battaglie libertarie degli anni 70- non tutti hanno condiviso questo bisogno sociale di un riconoscimento familiare. Anche perché ancora non era completata la battaglia contro pregiudizi che discriminavano gli omosessuali in quando persone, quindi nella sfera dei diritti individuali, che comunque includono il diritto individuale di amare e quindi il diritto di vivere in coppia. La visibilità individuale continua ancora oggi ad essere faticosa, per cui le rivendicazioni del movimento tendevano a garantire a tutte le persone omosessuali e transessuali una serena e consapevole vivibilità della loro condizione. E anche dopo tanti anni il coming out richiede ancora molto coraggio e molta determinazione. Questo ha fatto si che la rappresentazione delle coppie gay restasse nell’ombra e non riuscisse a palesarsi se non attraverso una rivendicazione collettiva di questo diritto, assunta in pieno dal movimento, rivendicazione che si concretizza negli anni 90 con un impegno globale e prioritario per l’istituzione presso i Comuni del registro delle unioni civili.

Col nuovo secolo cosa è cambiato?

Le coppie omogenitoriali irrompono in questo scenario nel corso degli anni 2000 e si propongono come famiglie già formate vista l’esistenza di figli al loro interno. In un certo senso al di fuori della elaborazione culturale e delle rivendicazioni dei decenni precedenti. E a quel punto il diritto individuale di amare e di vivere in coppia viene sopraffatto dal diritto di riconoscimento e di tutela dei figli e le storie delle coppie nate già negli anni 70 e 80 non trovano più spazi di rappresentazione vista la fragilità della loro visibilità. Ma pur senza un confronto politico e culturale, il riconoscimento e la tutela dei figli rientra nelle rivendicazioni portate avanti dalle associazioni e attorno a queste rivendicazioni si muove tutto l’attivismo lgbti. La battaglia sulle unioni civili è a mio avviso anche una battaglia di visibilità collettiva che favorisce e sostiene le visibilità individuali, punto di forza delle battaglie personali soprattutto attraverso i coming out. Ovviamente facendo salvo il principio che il riconoscimento giuridico è un diritto sacrosanto, e che il proprio modello familiare resta una scelta personale.

Dal punto di vista culturale, c’è qualcosa che secondo te noi stiamo sbagliando in questa battaglia?

Quando le battaglie sono così difficili è anche difficile non commettere errori. E lungi da me qui indicare degli errori. Credo comunque sia stato sbagliato non ascoltare quelle precedenti aspirazioni del movimento, anzi nascere quasi all’esterno e comunque sovrapponendo la propria nuova rappresentazione della famiglia omosessuale. La battaglia per il riconoscimento di una formazione familiare puntava certo all’uguaglianza, ma non alla normalizzazione, se non addirittura all’omologazione.

Condividi chi dice che la stepchild adoption è il fulcro della legge?

No, non posso condividere l’affermazione per la quale senza la stepchild la legge è vuota e priva di significato. Questa affermazione offende profondamente tutte le coppie senza figli e le loro storie sofferte, quelle storie nate quando era già difficile esistere come gay e lesbica e che hanno avuto il coraggio di non rinunciare al loro amore e anzi di alimentarlo con le difficoltà di tutti i giorni, e che aspettano questa legge sulle unioni civili da decenni come fine di complicazioni e di affanni sia come dignità sociale sia come soluzione di problemi molto più pratici. E voglio ricordare che la battaglia per questa legge ha inizio molto prima che le coppie omosessuali potessero neanche lontanamente sognare di poter crescere un bambino.

Cosa avremmo dovuto fare?

Sicuramente sarebbero state utili altre strategie se oggi stiamo rischiando di tirare a riva una rete assolutamente vuota. Quali non lo so. Forse abbiamo sottovalutato o non abbiamo valutato abbastanza fino a che punto potessero arrivare l’avversione e il potere della chiesa e delle sue gerarchie e la totale dipendenza da queste di una fetta consistente di parlamentari in quasi tutti gli schieramenti politici. Forse non abbiamo valutato attentamente i sondaggi che davano la maggioranza favorevole alle unioni civili, ma molto meno favorevoli alle adozioni. Forse la parola “adozione” non doveva entrare in questa legge, visto che è sempre stata tirata in ballo dai nostri avversari in qualunque incontro e di qualunque cosa si parlasse. Sapendo inoltre che le adozioni in Italia sono un problema per le coppie etero. Voglio essere molto chiaro: con questo non voglio assolutamente dire che la questione dei figli non andava posta all’interno di questa legge. L’ho giurato pubblicamente nel mio discorso il 23 gennaio a Napoli: sarò sempre a fianco dei figli delle coppie omogenitoriali e lotterò per i loro diritti. Forse una parola italiana come “riconoscimento” a tutela del minore avrebbe creato meno resistenze e avrebbe evitato tanta ignorante distorsione fonetica e mentale. Forse…

Avremmo dovuto far di più sentire la nostra voce, innanzitutto nelle piazze?

A uno come me, ma mi sembra anche a tantissimi altri soprattutto giovani, è mancata la mobilitazione di piazza. E mi dà ragione la mobilitazione del 23 gennaio dove tutto il territorio italiano è stato pervaso da un’onda sempre più crescente e più incazzata di un popolo laico che chiedeva a gran voce i diritti delle coppie gay e delle coppie omogenitoriali e dei loro figli. E questo grazie al fatto che abbiamo saputo farci ascoltare dai media e dalla politica. L’atmosfera respirata nelle piazze nella giornata di mobilitazione del 23 gennaio era l’atmosfera delle prime manifestazioni. La ricerca impegnata e divertita di slogan per me è stato un segnale importante. Mi pare abbia dimostrato che i pride pur importantissimi, non bastano. Anche perché i pride celebrano la nascita della liberazione come momento di festa, di autentica liberazione personale nello spirito e nei corpi, con l’immancabile polemica sull’imposizione di un improbabile dress code per la partecipazione. Ho avvertito la rinascita di un sentimento di comunità, di appartenenza, di legame, di affinità che coinvolgeva e legava tutti i partecipanti in tutte le piazze. Non trascurerei questo aspetto che secondo me rafforzerebbe quella necessaria unità che a volte negli ultimi tempi è mancata. Bisogna rivitalizzare la militanza lgbti, quella militanza che agli inizi ci ha fatto guardare con diffidenza i partiti, ai quali noi siamo stati capaci di imporre le nostre rivendicazioni.

E quindi? Cosa possiamo fare oggi?

E’ lapalissiano che non saranno le associazioni a votare questa legge, ma il Parlamento, col suo primo difficile step al Senato. Il tempo è poco, ma è necessario farci sentire in qualunque forma possibile. Uniti, compatti, incazzati, senza protagonismi e senza rivalità politiche. Quando dico uniti vorrei che fossimo tutti noi contro tutti loro, senza fare sconti e fuori dall’appartenenza partitica, finalmente motivati dall’appartenenza a un comunità minoritaria i cui diritti sono vergognosamente negati.

Forse ascolteremo ancora assurdità sulle nostre persone, sui nostri amori, sulle nostre vite e in particolare sui nostri figli. Una politica non laica, bigotta incolta e retrograda tesserà la tela dei nostri diritti.

La mia idea è che come sappiamo tutti questa legge è uno schifo, ma quando si ha una fame di decenni anche un avanzo placa la fame e ridà le forze per ricominciare la battaglia.Perché qualunque sarà il risultato la battaglia continuerà.

4 commenti su “Vanni Piccolo: le unioni civili senza stepchild non sono affatto vuote

  1. Sarà forse perché sono di un’altra generazione, ma allo stato dello cose il matrimonio è l’obiettivo e di unioni civili il movimento gay, sempre se esista, non dovrebbe più parlarne. Questa legge se approvata ce la terremmo per altri dieci o quindici anni e poi il Parlamento comincerà parlare di matrimonio, ma sarà sempre troppo tardi. Oggi è il tempo di discutere di matrimonio, non di unioni civili che sono l’esempio calzante di segregazione sessuale. Se il movimento gay vuole questo, fra dieci dovrà fare solo che un mea culpa: sarà colpa sua e non del Parlamento se parleremo di matrimonio quando forse pure la Chiesa Cattolica arriverà a parlarne fra dieci anni.

  2. Non mi trovo d’accordo con quello che Piccolo dice sull’adozione del figlio del partner: anche se non fosse stata prevista dalla proposta gli antigay l’avrebbero comunque tirata in ballo a più non posso distorcendola e strumentalizzandola; così come fanno con matrimonio e gestazione per altri nonostante il ddl in questione non parli affatto né di matrimonio né di gestazione per altri; così come è accaduto in passato quando in ballo c’erano le proposte di legge sul pacs, sui dico, sul cus e persino quando in ballo cera la mera proposta di legge anti-omofobia. Non è che se noi evitiamo di proporre perciò di parlare di un qualcosa gli antigay quel qualcosa non lo tirano fuori… lo tirano fuori eccome, e in quel caso hanno il vantaggio di coglierci del tutto impreparati e di essere i soli a parlarne all’opinione pubblica, mentre se anche noi ne parliamo l’opinione pubblica almeno sente due campane. Il nostro errore non è che chiediamo troppo, ma piuttosto che chiediamo troppo poco.

  3. Come componente del Coordinamento nazionale diritti civili ed lgbt M5S, posso dire che il MoVimento è favorevole al disegno di legge sulle unioni civili e sulla disciplina delle convivenze. Allo stesso modo posso dire che il M5S è contrario alla pratica del “canguro”.

    Ricordo che il primo atto del M5S al Senato è consistito nel deposito di tre ddl riguardanti: matrimonio paritario, cambio di sesso, contrasto all’omotransfobia.

    Il MoVimento, per bocca del suo garante, si è sempre dichiarato a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Sul tema delle unioni civili si è tenuta invece una consultazione sul blog beppegrillo.it e anche questa (se pur non gestita al meglio) ha registrato l’esito favorevole all’approvazione delle stesse da parte della stragrande maggioranza dei votanti.

    Anche ammettendo lo “scivolone” sulla libertà di coscienza, il Pd, vista la necessità del supporto del M5S, avrebbe ben potuto percorrere (o almeno tentare) la via di un diverso accordo con il MoVimento invece di quella di forzare la mano tramite il ricorso al “canguro” in quanto sapeva bene che tale pratica sarebbe stata rifiutata dal suo interlocutore. E qui si apre il retroscena: abbiamo saputo per certo, già dal giorno della manifestazione in cui si è svola la manifestazione nazionale “Sveglia Italia”, che alcune associazioni vicine al Pd avrebbero preferito una legge il cui testo fosse non comprensivo della parte relativa all’adozione del figlio del partner. Il Pd si è quindi trovato in grande imbarazzo e nel tentativo di ritrovare un (instabile) equilibrio tra la sua ala cattolica e le sue associzioni lgbt, ha pensato bene di rimandare tutto a data da destinarsi… Incolpando ovviamente qualcun altro.

  4. Ho appena un paio d’anni meno di Vanni e ,personalmente ma solo personalmente , per questioni anagrafiche non sono interessato all’adozione in generale. Negli anni 70 non esisteva proprio l’idea che un partner potesse avere figli. Ora , con una maggiore coscienza sociale molti gay hanno avuto esperienze etero e possono avere figli. Le sorelle lesbiche credo siano più’ interessate. Lo straccetto di legge Cirinnà fa bene a tenere il punto per salvaguardare questi “bambini”. Il vero traguardo deve essere una legge come quella che ha fatto approvare Madama Taubirà in Francia o Zapatero in Spagna : parità totale!

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